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C’è un complotto dietro la sentenza Ciontoli per la morte di Marco Vannini?

Dopo la sentenza della Corte d’assise d’appello che ha condannato l’assassino di Marco Vannini a cinque anni di carcere è cresciuta a dismisura l’ondata di indignazione per una pena considerata troppo “leggera”. Ma se lasciamo da parte la rabbia e guardiamo le carte (la sentenza deve ancora essere depositata) scopriamo che non poteva che andare a finire così

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«C’è qualcuno in alto che protegge i Ciontoli, altrimenti non c’è altra spiegazione».  Marina Conte, madre di Marco Vannini, non si capacita di come l’uomo che ha ucciso suo figlio appena ventenne sia stato condannato a cinque anni di carcere. Quell’uomo è Antonio Ciontoli, padre della fidanzata di Marco, maresciallo della Marina la cui sentenza è stata ridotta da quattordici a cinque anni dalla Corte d’Assise d’appello di Roma.

Le accuse della madre di Marco Vannini ai Servizi Segreti

Come è naturale la madre di Marco Vannini non si dà pace, e in un’intervista al Messaggero ipotizza che «forse sono i Servizi Segreti a proteggerlo: non lo penso solo io, lo pensano in tanti». L’unico elemento per poter sostenere una teoria del genere è il fatto che Ciontoli sia un membro delle forze armate. Ma non solo, secondo Marina Conte ci sono altri elementi che non tornano: «la casa dei Ciontoli non è stata mai sequestrata. La maglietta di Marco non è stata trovata».  Ed è vero che ci sono molte cose che non tornano dal punto di vista fattuale, ma quella sentenza è corretta dal punto di vista giuridico.

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La vicenda è quella della morte di Marco Vannini morto alle prime ore del 18 maggio 2015 dopo essere stato ferito la sera prima mentre si trovava a casa della famiglia della fidanzata, Martina Ciontoli. Ad un certo punto Vannini viene raggiunto da un colpo di pistola. Una “tragica fatalità” la descriverà poi Antonio Ciontoli. Parte la telefonata al 118 e all’operatore del servizio di emergenza Ciontoli non dice che il ragazzo è stato ferito da un’arma da fuoco ma parla di un ferimento accidentale dovuto alla “punta di un pettine” che gli ha fatto “un buchino”. Le registrazioni di quei drammatici minuti  e le intercettazioni dei dialoghi tra i Ciontoli nella caserma dei Carabinieri sono stati trasmessi per la prima volta da Chi l’ha visto? che ha portato il caso all’attenzione dell’opinione pubblica.

Perché Antonio Ciontoli è stato condannato a cinque anni di carcere

Come molti procedimenti giuridici in Italia di pari passo all’avanzare del processo nelle aule dei tribunali si è così iniziato a celebrarne uno mediatico nei vari salotti televisivi e nelle trasmissioni dedicate alla cronaca nera. Ed è proprio grazie a questi ultimi che si è iniziata a creare molta confusione sulle motivazioni della sentenza. L’opinione comune ritiene infatti che cinque anni per la morte di un ragazzo di vent’anni siano troppo pochi. E lo sarebbero se si trattasse di omicidio volontario ma Ciontoli è stato giudicato per un reato leggermente diverso: quello di omicidio colposo. Per questo reato la pena massima prevista sono cinque anni di reclusione, quindi a Ciontoli è stato applicato il massimo della pena. Per lo stesso reato sono stati condannati a tre anni di carcere anche la moglie e i due figli di Ciontoli, che erano in casa la sera in cui è morto Marco Vannini. La disperazione della madre di Marco è assolutamente comprensibile, ma c’è anche da chiedersi come mai nessuno l’avesse preparata a questa eventualità: se Ciontoli è andato a processo per omicidio colposo l’esito, in caso di sentenza di colpevolezza, era piuttosto scontato.

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È comprensibile che alla madre di Marco Vannini tutto questo suoni come una beffa e un’ingiustizia, ma questo però non significa che Ciontoli l’abbia in qualche modo fatta franca grazie ad aiuti dall’altro. Visto che i processi si fanno nelle aule dei tribunali e non nelle piazze o sui giornali non staremo qui ad analizzare gli atti del processo ma tenteremo di spiegare perché la decisione del giudice sia ineccepibile dal punto di vista giuridico lasciando da parte giudizi sulla “sensatezza” dal punto di vista morale o ad eventuali elementi fattuali che la possano smentire. Lo deciderà la eventualmente la Cassazione. Nel frattempo però Matteo Salvini su Facebook ha già definito “una vergogna” la decisione della corte d’Assise d’Appello. Il punto decisivo della sentenza è il cosiddetto “dolo eventuale“. I giudici hanno derubricato l’imputazione da omicidio volontario con dolo eventuale a omicidio colposo. Come ha spiegato l’avvocato di Ciontoli a Selvaggia Lucarelli oggi sul Fatto Quotidiano «Ciontoli non ha mai preso in considerazione l’idea che Marco potesse morire. Ha agito per salvaguardare il suo posto di lavoro». In poche parole significa che il giudice ha ritenuto plausibile la tesi che chi ha esploso quel colpo di pistola contro Vannini non l’ha fatto per uccidere e che successivamente al ferimento del ragazzo abbia sottovalutato le conseguenze del fatto. E proprio in virtù di quella sottovalutazione abbia cagionato colposamente la morte di Marco. Per la difesa non c’era la volontà di uccidere Marco e quindi non ci poteva essere nemmeno il dolo eventuale, ovvero l’aver in qualche modo “nascosto” i fatti al 118 ritardandone l’intervento, che è decisivo solo se l’imputato ha piena coscienza della sua colpa.

L’inutile giustizialismo dei politici

Perfino il procuratore generale Vincenzo Saveriano ha lasciato intendere quanto difficile sia stato il caso Vannini definendo la vicenda “un unicum nel panorama giurisprudenziale in tema di qualificazione giuridica del fatto”. Non così i politici. Prima di Salvini il sindaco di Cerveteri – la città natale di Marco – Alessio Pascucci si era scagliato su Facebook contro «uno Stato che consente di uccidere un ragazzo senza che di fatto i suoi assassini vengano puniti». E come lui la pensano in molti che sui social commentano dicendo che questa sentenza è una vergogna.

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Ma se la madre di Marco Vannini ha tutto il diritto di essere arrabbiata, disperata e di sentirsi vittima di un’ingiustizia tutti noi, gli altri, il pubblico non abbiamo alcun diritto di entrare in questa vicenda processuale. Certo, a guardare i fatti di quella tragica notte non si capisce perché Ciontoli abbia sparato a Vannini e si fa davvero fatica ad accettare il fatto che una “tragica fatalità” che poteva essere evitata intervenendo in maniera tempestiva abbia provocato la morte di un ragazzo di vent’anni. Come ha detto la madre di Marco al Fatto «il Ciontoli era un militare della Marina, le armi le sapeva usare». A complicare la faccenda c’è la questione della decadenza delle pene accessorie. Federica Sciarelli ieri a Chi l’ha visto? ha detto che in questo modo Ciontoli potrebbe essere reintegrato una volta scontata la pena e ha annunciato che sono state chieste delucidazioni in merito al Ministero della Difesa.

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