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Come sono evasi i due detenuti da Rebibbia

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Il Messaggero pubblica oggi una ricostruzione grafica dell’evasione di  Catalin Ciobanu, 33 anni e Florin Mihai Diaconescu di 28, di nazionalità romena, dal carcere di Rebibbia. Intanto è polemica sulla sicurezza nelle carceri dopo la doppia evasione, un caso che allunga una lista di 17 fughe tra il 2013 e il 2015. Ad alzare il tiro i sindacati di polizia penitenziaria, che denunciano una pesante situazione di sottorganico. Proprio nel carcere romano, con i suoi 1.400 detenuti, gli agenti dovrebbero essere 992, ma tra carenze e distacchi negli uffici sono 750, fa sapere Fp-Cgil: 240 in meno. E spesso un solo agente vigila su 170 persone, dice il sindacato, puntando l’indice anche sulle scarse risorse per la manutenzione: 4 milioni l’anno per tutte le strutture quando ne servono 40 e solo 24mila euro per Rebibbia. Uno stato di cose messo in luce da tutte le sigle: dalla Fns Cisl, che invita ministro della Giustizia e governo a porre il problema carceri tra le priorità, all’Osapp, che descrive Rebibbia come un “colabrodo”; al Sappe, che parla di 7mila agenti in meno su base nazionale, alla Uilpa, che chiede “uomini e mezzi” per “tappare le falle” e citando dati del Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap), segnala un numero di reati raddoppiato dietro le sbarre (983 casi nel 2013, 1.812 nel 2015) e un forte aumento di risse e aggressioni. Questa è la ricostruzione del Messaggero:

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La ricostruzione dell’evasione dei due detenuti da Rebibbia (Il Messaggero, 16 febbraio 2016)

Domenica sera i romeni hanno segato le sbarre di una finestra del magazzino del reparto G11, hanno scavalcato la finestra aiutandosi anche con dei bastoni di manici di scopa e raggiunto la zona passeggiate. I romeni avevano delle lenzuola a cui avevano fissati dei ganci di metallo rudimentali, aiutandosi con i bastoni hanno agganciato le lenzuola all’estremità del muro di cinta, e si sono calati indisturbati oltre il perimetro del carcere alto 5-6 metri. Per segare le sbarre del magazzino gli evasi potrebbero aver usato un seghetto di ferro e avrebbero incominciato a tagliare le sbarre almeno una ventina di giorni fa. Nel reparto lavoranti era facile disporre di questri arnesi. I due forse si sono divisi, un testimone ha detto agli investigatori di averne visto uno su un autobus diretto a Tivoli vicino Roma.

Dap e governo si difendono. Cosimo Ferri, sottosegretario alla Giustizia, sottolinea che “le nostre carceri sono tra le più sicure d’Europa” e quelli accaduti “sono fatti gravi, ma isolati”. Il capo del Dap, Santi Consolo si dice “consapevole della necessità di risorse e personale”. Ma c’è “un eccesso di allarme per l’evasione di due detenuti, che non deve creare paura nella collettività: i nostri istituti sono sicuri”. Cansolo riferisce che dalle “informazioni provvisorie, nel padiglione G11 di Rebibbia, dove c’erano circa 300 detenuti, gli agenti erano 9, tre per piano”. E non elude il nodo dei sistemi di allarme da “potenziare”: a Rebibbia si sta “verificando come mai non c’è stato l’allarme, se i sistemi sono stati collocati a regola d’arte e se la manutenzione era adeguata”. Qualcosa, quindi, non ha funzionato. Ed è più in generale la dinamica dei fatti a sollevare interrogativi: le sbarre di un locale adibito a magazzino segate, forse con un seghetto a ferro a disposizione di uno dei due evasi che era un ‘lavorante’ e svolgeva interventi di manutenzione in carcere; le lenzuola per calarsi a terra lungo un muro di 7-8 metri; ganci rudimentali legati alle lenzuola e montati su bastoni realizzati con manici di scopa usati per arpionare il muro esterno di cinta e scavalcare altri 5-6 metri di altezza. L’arrampicata sull’ultimo ostacolo, la rete elettrosaldata, prima di imboccare la strada e infilarsi, probabilmente in un bus. Oggi a Rebibbia emerge poi un altro episodio inquietante, denunciato dall’Osapp e confermato dal Dap: in una cella, dove è detenuto un soggetto considerato vicino al clan Fasciani, è stato trovato un cellulare.