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Come scatta il decreto di espulsione di un clandestino?

La storia di Abdel Majid Touil in Italia passa anche per un decreto di espulsione comminato ed evidentemente non eseguito. Grazia Longo sulla Stampa di oggi spiega come funziona il decreto di espulsione di un clandestino e cosa succede quando un clandestino viene espulso. Tutto comincia dal momento in cui fotosegnalazioni e impronte digitali vengono spediti al presunto Paese d’origine dichiarato dal clandestino per poter avere dati certi sull’identità del migrante.

Come scatta il decreto di espulsione?
Attraverso il decreto firmato dal Prefetto. «A questo documento segue il decreto di trattenimento e ordine del Questore per il trasferimento nei Cie – spiega il responsabile dell’ufficio
immigrazione della Questura di Roma, Fabrizio Mancini -. Perché per essere espulso il clandestino ha bisogno del passaporto o di un documento di identità equipollente. Nell’attesa di ottenerlo, viene sistemato nei «Centri identificazione espulsione». Il decreto di espulsione, quindi, scatta solo se si è ricostruita l’identità del clandestino, che altrimenti rimane dentro il Cie.
Quali sono i tempi di permanenza nei Cie?
La legge prevede che un immigrato debba rimanere all’interno del Cie fino a quando non si sia risalito alla sua identità. Un procedimento in realtà molto difficile, spesso impossibile. I termini di legge sono 90 giorni, dopo di che il clandestino, anche se non è in possesso del passaporto, deve uscire dal Cie. A questo punto gli viene intimato di abbandonare il territorio italiano entro 7 giorni.
Il termine dell’abbandono del nostro Paese viene rispettato?
Raramente. Spesso i clandestini vengono, dopo qualche periodo, nuovamente scoperti nel nostro Paese senza documenti. Per loro scatta una seconda volta il ricovero nei Cie nella speranza che si possa finalmente procedere alla loro identificazione. Molti, invece, abbandonano l’Italia non per rimpatriare, ma per recarsi in altri Paesi dell’Unione europea come Svezia, Francia, Germania.
Il decreto di espulsione viene dunque applicato poco?
Sì, rispetto al numero dei clandestini. «A Roma, per esempio -precisa ancora il dirigente dell’immigrazione Mancini – lo scorso anno abbiamo registrato circa 4500 immigrati di cui è stato effettivamente espulso, rimpatriato, solo il 25%».
Il maggiore ostacolo all’espulsione è la difficoltà a identificare i clandestini?
Proprio così. Con alcuni Paesi c’è collaborazione -Nigeria, Gabon, Tunisia, Egitto, Algeria -per ottenere la documentazione necessaria, ma se nessuno li riconosce i migranti non possono essere espulsi.