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Claudio Giardiello: un truffatore che si sentiva truffato

claudio giardiello

«Un antisociale, narcisista maligno che non accetta frustrazioni, con un’aggressività di fondo finalizzata verso obiettivi precisi. Per esempio la vendetta»: così il neuropsichiatra Claudio Mencacci definisce Claudio Giardiello, che ieri ha fatto una strage al tribunale di Milano. La descrizione, fatta in attesa delle inevitabili perizie che il tribunale disporrà per capire il gesto dell’imprenditore, serve a spiegare cosa c’era nella testa di Giardiello quando ha deciso di aprire il fuoco contro 4 persone, uccidendone tre, a Palazzo di Giustizia. Ma la parte più interessante della sua storia, in attesa di scoprire come si sia procurato il tesserino che gli ha consentito di entrare senza essere perquisito dall’ingresso degli avvocati a Milano, è il racconto dei guai che l’hanno portato all’imputazione per bancarotta fraudolenta, e soprattutto il fatto che abbia scatenato la sua rabbia omicida sentendosi truffato dai suoi soci, parenti e amici mentre, a guardare le carte, era lui il truffatore.
 
CLAUDIO GIARDIELLO: UN TRUFFATORE CHE SI SENTIVA TRUFFATO
Il Corriere della Sera, in un articolo a firma di Federico Berni e Andrea Galli, riepiloga i guai giudiziari di Giardiello, indagato per truffa dalla procura di Monza dopo essersi fatto rilasciare una fidejussione per 258mila euro dal Credito Artigiano falsificando la firma dell’ex moglie Anna.

Nel sistema informatico delle Camere di commercio, alla voce Claudio Giardiello viene riportato quanto segue: «Il rischio è elevato, ha pregiudizievoli di conservatoria e fallimenti su imprese». Era schedato. Catalogato come inaffidabile. Concedergli credito equivaleva a non rivedere più indietro il denaro. Il denaro: mancava sempre e sempre spariva. Giardiello era stato amministratore unico dell’«Immobiliare Magenta»: fallita dal 2008; era stato socio della «Edil casa»: cancellata dal 1998; era stato il proprietario della «Claudio Giardiello»: cessata nel 1989; aveva avuto una partecipazione del 20,1% nell’«immobiliare Leonardo»: in fallimento dal 2012.
Per quest’ultimo caso il liquidatore è l’avvocato Michele Doglio. Al Corriere Doglio diceche nei frequenti incontri Giardiellonon aveva mai urlato, insultato:si presentava puntualeagli appuntamenti, ascoltava,domandava. Semmai ripeteva il fastidio, il «dispiacere» per gli investimenti andati a male per responsabilità di altri. Eppure la verità sarebbe un’altra.
Quella d’un uomo rancoroso, a un passo perenne dall’esplosione. Basta ricordare i litigi con i soci, le migliaia di euro scomparse dalla cassa comune, l’eccitazione per i guadagni in nero; e basta ascoltare il nipote Davide Limongelli, ferito, che dal letto dell’ospedale ha ricordato che invece era successo. Non per strada, non in un’abitazione: era successo in un’aula di Tribunale. Giardiello glielo aveva giurato. L’avrebbe pagata, pagata cara. Tace uno dei recenti avvocati, Michele Rocchetti. Tace il curatore fallimentare dell’«immobiliare Magenta», il commercialista Walter Marazzani.Chi è Claudio Giardiello? Ha vissuto una scena finale da latitante di mafia. Finalmente preso, ha detto di star male ed è stato accompagnato all’ospedale di Vimercate da sette macchine dei carabinieri. Quattro davanti l’ambulanza, tre in coda. I medici non hanno trovato niente: Giardiello ha bluffato pure quando ha giurato che gli stava per venire un infarto. Dimesso alle 20, è stato incarcerato.

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LA STORIA DEI PAGAMENTI IN NERO
Su Repubblica Walter Galbiati invece racconta della vicenda che ha portato la sua immobiliare in bancarotta:

Tra il “Conte Tacchia”, il “Predatore”, il “Comandante” (Giorgio Erba), “Tinto Brass” (Silvio Tonani) e il “Marchesino” (Davide Limongelli, nipote di Giardiello e socio minore) il patto di ferro era stato messo nero su bianco negli uffici della Immobiliare Magenta, la società fondata nel 1993 dal “Conte”. I soci, costruttori, avrebbero dovuto tirare su due palazzine in via Biella, a Milano. Lui, venditore, trovare insieme a Limongelli gli acquirenti. E, tutti, farsi versare un acconto in contanti. E in nero, da spartire: il 25% a Giardiello e Limongelli, il resto ai tre costruttori. E ne avevano vendute, dicase, e ci avevano lucrato: al 29 settembre 2005il conto della serva (anche quello finito inchiostrosu carta e poi tra gli atti del processo tra gli ex soci litiganti) prevedeva 962 mila euro a Giardiello, 393 mila a Limongelli e un milione 246 mila a ognuno degli altri tre. Troppo poco, per il “Conte”. Troppo per gli altri soci, che lo avevano pizzicato per l’altro suo vizio: giocare (e perdere, e pagare con assegni, che notoriamente lasciano traccia, intestati a un’altra società da loro partecipata) al Casinò di Campione d’Italia.

Gliene avevano chiesto conto:

«E io vi rovino», la fumantina risposta in stile Giardiello. Seguita da denuncia, datata giugno 2006, a Erba, Tonani e D’Anzuoni. Atto kamikaze con cui Giardiello, oltre a dichiararsi estraneo (ma poi facilmente smascherato) a ogni pagamento in nero e relative spartizioni, aveva innescato due micce: quella del pagament oal fisco dei soldi evasi, e quella di una battaglia legale fatta di controdenunce che aveva finito per prosciugare proprio il “Conte”, insieme alla separazione dalla moglie Anna Siena, alla fine delle fortune immobiliari, al crescente grumo di rancore per tutti: soci, parenti, avvocati che non lo capivano, magistrati che lo vessavano, commercialisti che lo avevano incastrato. Almeno nella sua testa. I nemici, nella sua paranoia delirante.

Insomma, la fine della storia non era prevedibile, ma l’inizio è simile a quello di tanti piccoli squali finiti nei guai e pronti a gridare al complotto altrui. Gli sciacalli che hanno usato la strage al tribunale di Milano per buttarla in politica o gridare al piccolo e povero imprenditore vessato dal fisco e da Equitalia avranno un duro lavoro di fantasia, per cercare giustificazione alla strage di un truffatore che si sentiva truffato. E ha deciso di uccidere per questo.

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