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La class action per la legge sull'aborto

«Alla cortese attenzione del Ministero della salute e delle Regioni. Oggetto: diffida ai sensi e per gli effetti del decreto legislativo 20 dicembre 2009 n. 198». La diffida parte dalla Relazione ministeriale sull’applicazione della 194 e dall’aumento dei ginecologi obiettori di coscienza: siamo prossimi al 70%. Anche le percentuali del personale non medico sono aumentate rispetto agli anni passati. La firma l’associazione Pensiero Celeste di Padova, che prepara una class action e ieri ha presentato l’iniziativa in una conferenza stampa a Roma.
 
LA CLASS ACTION PER L’ABORTO
Con queste percentuali il servizio di IVG non è garantito: in alcune regioni poi si arriva fino al 90% di obiettori e in molte strutture ospedaliere non c’è proprio la possibilità di interrompere una gravidanza, ovvero c’è quell’obiezione di struttura che la legge 194 vieta. «Nel Lazio in 10 strutture pubbliche su 31 (esclusi gli ospedali religiosi e le cliniche accreditate) non si eseguono interruzioni di gravidanza. Tra queste, 2 sono strutture universitarie (il Policlinico di Tor Vergata e l’Azienda Ospedaliera S. Andrea), che dunque disattendono anche il compito della formazione dei nuovi ginecologi, sancito dall’art.15 della legge 194». Con gli aborti tardivi va ancora peggio. Nel documento si ricorda la violazione dell’articolo 11 della carta sociale europea da parte dell’Italia (Comitato europeo, 10 marzo 2014): alle donne non è garantito il servizio e l’accesso alle cure sanitarie è molto disomogeneo. Dipende da dove vivi e in quale ospedale vai. L’articolo 9 – pur nella sua contraddittorietà nel garantire un servizio e al contempo le modalità per sottrarvisi – è chiaro: tra la richiesta della donna e l’obiezione dell’operatore sanitario, la prima è più forte. O almeno dovrebbe esserlo. Ma la realtà è diversa: liste di attesa, necessità di spostarsi perché nella struttura più vicina non c’è nessun medico non obiettore, rischi dovuti alla carenza di personale, abbandono delle donne nei corridoi o durante le procedure. Andrea Napoli, presidente di Pensiero Celeste, «su segnalazione di molte mamme che si sono sottoposte ad interruzione volontaria di gravidanza, ha riscontrato che in molte strutture ospedaliere, oltre non essere talvolta possibile abortire per la presenza di soli medici obiettori di coscienza, le pazienti sono lasciate ad abortire abbandonate a se stesse, senza assistenza di personale medico e paramedico. Alle stesse viene semplicemente affidato un campanello da suonare ad espulsione avvenuta del feto». A questo si aggiunge il rischio di ricorrere sempre più all’aborto clandestino. Nel documento si ricordano i «188 procedimenti penali aperti per violazione della legge, spesso contro professionisti insospettabili che agivano nei loro studi medici». Cioè obiettori nel pubblico che eseguivano interruzioni di gravidanza nel privato.

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Foto da: Archivio l’Unità


IL MINISTRO E LA DIFFIDA
Si ricorda anche l’impegno preso da Beatrice Lorenzin nel giugno 2013: garantiremo l’applicazione della 194 e istituiremo un tavolo tecnico degli assessori regionali, aveva promesso. Ricordo anche un registro degli obiettori. «In collaborazione con le Regioni, il Ministero delle Salute ha avviato un monitoraggio a livello di singole strutture ospedaliere e consultori per verificare meglio le criticità e vigilare, attraverso le Regioni, affinchè vi sia una piena applicazione della Legge su tutto il territorio nazionale, in particolare garantendo l’esercizio del diritto all’obiezione di coscienza dei singoli operatori sanitari che ne facciano richiesta e, al tempo stesso, il pieno accesso ai percorsi di IVG, come previsto dalla Legge, per le donne che scelgano di farvi ricorso». Cosa è stato fatto? Niente. L’associazione perciò diffida i destinatari a garantire l’applicazione della legge e un riequilibrio del personale medico e non, a valorizzare i consultori familiari, a incentivare l’aborto medico (RU486), a promuovere la contraccezione, l’educazione nelle scuole e le informazioni in generale. «In difetto, nostro malgrado, ci vedremo costretti ad adire le vie legali». Sebbene la visione dell’interruzione di gravidanza sia apocalittica – «le mamme, oltre a soffrire per una scelta che porteranno come una croce per tutta la vita» – la diffida dell’associazione e la difesa della libera scelta appaiono come un gesto sorprendente e temerario nella palude che circonda l’interruzione volontaria di gravidanza e la sua garanzia. Ci sono 90 giorni di tempo, poco meno di quanto serviva per racimolare i soldi per festeggiare l’imminente fine della scuola.

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