Cultura e scienze

Chi sono i superdiffusori del Coronavirus

Esistono individui che contagiano decine di persone e altri che si tengono il microbo per sé. «Purtroppo i superdiffusori non hanno un alone attorno che ci permette di riconoscerli» spiega Massimo Galli, direttore dell’ospedale Sacco di Milano

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Nell’epidemia di Coronavirus Sars-Cov-2 l’80% dei contagi proviene dal 20% dei positivi, ovvero da quelli che in gergo vengono chiamati superdiffusori. Repubblica spiega oggi che il cantante di un coro americano ha infettato 52 persone, un ospite di un matrimonio in Giordania 76, un 29enne che ha trascorso una serata nei locali di Seul 79.

Esistono individui che contagiano decine di persone e altri che si tengono il microbo per sé. «Purtroppo i superdiffusori non hanno un alone attorno che ci permette di riconoscerli» spiega Massimo Galli, direttore dell’ospedale Sacco di Milano. Altrimenti inceppare le vie di trasmissione sarebbe più semplice. «Sospettiamo, anche se non siamo sicuri, che si tratti di individui con carica virale alta» spiega Galli. Cioè con una gran quantità di virus in corpo. Quando si fa il tampone è possibile anche intuire la dose di microrganismo. «E nelle ultime settimane abbiamo ripreso a vedere cariche alte» confermano all’unisono il direttore del Sacco, il microbiologo dell’università di Bologna e della Ausl Romagna Vittorio Sambri e quello dell’università di Padova Andrea Crisanti.

Partendo dal referto di un tampone, è possibile attribuire a una persona la patente di superdiffusore e controllarne gli spostamenti? Al momento no, ma forse ci arriveremo. Sambri spiega come: «Il tampone positivo contiene una certa quantità di virus. In laboratorio lo facciamo replicare. Da una copia ne otteniamo due, da due quattro e così via, per 40 volte. Quando si raggiunge una quantità soglia, il test rileva il virus. Se questo avviene al 28esimo ciclo, la persona ha una carica alta. Se avviene al 40esimo, è minima».

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Coronavirus: come ci si ammala (La Repubblica, 4 marzo 2020)

Il conteggio dei cicli di replicazione offre una prima stratificazione.

«Dividiamo i tamponi in 4 classi — aggiunge Sambri — a seconda del ciclo di replicazione in cui compare la positività. I risultati possono variare in base al metodo : c’è un errore del 15%. Ma potremmo, con un secondo test, prendere le cariche più alte e quantificarle con più precisione». Sarebbe il primo passo per arrivare alla patente di gran contagiatore. Ma la strategia ha ancora dei punti deboli. «La carica virale dipende molto dal momento in cui si fa il tampone» spiega Crisanti. «Dopo il contagio aumenta, poi ridiscendere verso la coda dell’infezione. A Milano, nei mesi scorsi, hanno annunciato che i contagiati avevano cariche virali basse e la malattia era diventata più lieve. Molti in realtà erano tamponi effettuati sulla scia dei test sierologici positivi, quindi su persone avviate verso la guarigione».

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Coronavirus: COVID-19, la malattia (La Repubblica, 4 marzo 2020)

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