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Castelluccio di Norcia, il paese che ha «dimenticato» la prevenzione antismica

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Mariano Maugeri sul Sole 24 Ore di oggi racconta una vicenda interessante che riguarda Castelluccio di Norcia: a differenza di Norcia, ricostruita nel ’79 e nel ’97, gli abitanti non hanno fatto alcuna prevenzione antisismica negli anni. L’unica a non disporre del Programma integrato di recupero per quasi quindici anni è stata proprio Castelluccio di Norcia, la frazione gioiello immersa nel panorama del Monte Vettore.

Nessuno è colpevole dei terremoti, ma gli abitanti di Castelluccio di Norcia qualche peccatuccio da farsi perdonare ce l’hanno. Per anni si sono cullati nell’idea eccentrica che il loro, a differenza di Norcia ricostruito dalle ceneri nel ‘79 e nel ‘97, fosse un paese inattaccabile dai movimenti tellurici. Un paradosso in queste ore durante le quali la terra ruggisce con una ripetitività impressionante, come se volesse spazzare via anche i frammenti sopravvissuti alla sua furia distruttiva. Un sonno della ragione dal quale nessuno ha cercato di porre rimedio. Tantomeno la Regione Umbria, che sul crollo di questo paese appollaiato a 1.450 metri di altitudine qualche responsabilità ce l’ha (si veda l’articolo in questa pagina). «Abbiamo sempre pensato che le nostre case fossero piantate su rocce che annullano l’amplificazione sismica» dice con grande onestà intellettuale Giovanni Perla, ingegnere civile con studio a Spello, una specie di banca dati sull’identikit di ogni singolo appartamento di Castelluccio.

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Un assunto che per anni li ha fatti convivere felicemente e inconsapevolmente con il monte Vettore, un mostro simile a un enorme capodoglio con selle e picchi che toccano i 2.850 metri di altezza e migliaia di pecore che brucano silenziosamente sui suoi fianchi. Il Vettore, come lo chiama la gente di Castelluccio, inganna con la sua placida potenza. Immense distese di campi di lenticchie fioriscono in luglio e poi cavalli allo stato brado, pecore e vacche di razza marchigiana che pascolano beatamente. Un ecosistema dal quale è nata un’economia che ha arricchito più o meno tutti, soprattutto la sfilza di ristoratori, albergatori, allevatori e agricoltori, ruoli spesso duplicati dalla stessa persona. Brunello Cucinelli, il re del cachemire, trascina qui i suoi buyer e ospiti di riguardo per spiegargli senza bisogno di parole di che natura sia la spiritualità inoculata nel Dna degli umbri. A salvarli c’è il sorriso, l’ironia, la leggerezza, qualità di un popolo che non drammatizza neppure nei momenti più tragici della sua storia. La pelle, a differenza di quanto accaduto ad Amatrice, l’hanno messa in salvo.

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