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Boris Johnson non si candiderà alla guida dei conservatori in UK

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Boris Johnson, capofila della campagna per la Brexit, ha annunciato in una conferenza stampa che rinuncia alla candidatura alla guida del partito conservatore e del governo, in sostituzione del dimissionario David Cameron. “Dopo essermi consultato con i miei colleghi e considerate le circostanze in Parlamento sono arrivato alla conclusione che il nuovo leader non posso essere io”, sono state le parole usate da Johnson per annunciare il suo ritiro.  A rivoluzionare lo scenario che fino a poche ore fa prevedeva per la leadership dei Tories di fatto una corsa a due tra Johnson e il ministro dell’Interno Theresa May, è stato l’annuncio a sorpresa della discesa in campo di Michael Gove. Il segretario alla Giustizia, che ha condotto la vittoriosa campagna per la Brexit al fianco di Johnson, stamattina ha annunciato al sua candidatura, facendo mancare a Johnson il suo sostegno. “È vitale -ha detto Johnson– riunire coloro che hanno fatto campagna per il Remain e il Leave. Questa è la nostra occasione per riunire il partito e allo stesso tempo per riunire il nostro Paese e la nostra società”.

Boris Johnson non si candiderà alla guida dei conservatori

Tra i candidati dovrebbe esserci anche Jeremy Hunt, ma con una piattaforma completamente diversa che prevede un secondo referendum sulla Brexit. Johnson oggi ha proposto anche la sua piattaforma politica, con frasi quantomeno curiose rispetto alla posizione politica che ha preso sulla Brexit: «È un momento di speranza e ambizione per la Gran Bretagna. Questa è la nostra chance per costruire un Paese con un’economia dalla quale tutti traggono vantaggio. Un’economia non solo basata sul mercato unico. Non sono un comunista, ma voglio un capitalismo più giusto nei confronti dei dimenticati». Anche Cameron avrebbe remato contro la candidatura di Johnson. Intanto su Twitter comincia a circolare questo video di qualche tempo fa in cui Gove diceva di non essere in grado di fare il primo ministro:


Anche il ministro dell’Energia, Andrea Leadsom, ha annunciato ufficialmente la sua intenzione di correre per la successione al premier conservatore David Cameron. Deputata per il Sud Northamptonshire dal maggio 2010 e tra le principali sostenitrici del Leave, il ministro ha presentato la sua candidatura su Twitter pochi minuti dopo l’annuncio di Gove, esortando a guardare alle “opportunita’” provenienti dall’uscita di Londra dal consesso europeo. La sua intensa partecipazione alla campagna referendaria le è valsa ampia popolarità tra la base del partito conservatore, ma sconta una relativa inesperienza e prese di posizione abbastanza dure durante i dibattiti. Sono cinque finora i candidati ufficiali alla successione di Cameron, oltre a Theresa May, Michael Gove e Andrea Leadsom, anche l’ex ministro della Difesa, Liam Fox, e il collega al Lavoro, Stephen Crabb.

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Come hanno votato i cinque candidati Tory (Skynews)

Anarchy in the U.K.


Il vincitore del referendum di giovedì scorso era considerato un candidato inevitabile alla guida del partito e a Downing Street, dopo le dimissioni del suo amico ed ex compagno di scuola a Eton David Cameron, a capo dell’opposto campo del Remain. La scelta di Johnson di schierarsi platealmente per la Brexit contro Cameron aveva fatto scalpore durante la campagna e oggi “Bojo” ha ricordato più volte “l’eredità riformista” di Cameron come modello per il futuro governo del Regno unito. L’uscita di scena di Johnson, figura tanto brillante quanto controversa, ha fatto tirare un sospiro di sollievo ai mercati, con la sterlina salita a 1,3493 dollari da 1,3434 dell’annuncio. non la pensano così molti accesi militanti tory, che commentano delusi sui social media l’ennesimo colpo di scena: c’è chi piange, c’è chi dà del pusillanime ha Boris, che dopo aver vinto il referendum “manda tutti a fan… e lascia altri a raccogliere i cocci”. Ora la candidata forte per la leadership britannica è Theresa May, ministra degli Interni, considerata una “dura” al punto di meritarsi la definizione di “nuova Margaret Thatcher” che si pone come figura di unità in grado di ricucire lo strappo causato dal referendum nel partito. Euroscettica per convinzione, ma schierata per il Remain con Cameron, è sempre rimasta nell’ombra durante la feroce campagna referendaria. Oggi ha presentato la sua candidatura sottolineando che non si torna indietro: “Brexit vuol dire Brexit. La campagna è stata combattuta, il voto si è tenuto, l’affluenza è stata elevata e l’opinione pubblica ha fornito il suo verdetto” ha detto. May ha promesso “una leadership che possa unire il nostro partito e il nostro Paese” in una “fase di incertezza” e ha escluso un voto anticipato. May è da qualche giorno la favorita nei sondaggi: una rilevazione yougov di martedì le attribuiva il 31% dei favori degli elettori conservatori, contro il 24% di Johnson.

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La copertina dell’Economist di questa settimana

– Sulla discesa in campo a sorpresa di Gove, l’ombra della congiura di palazzo, dopo l’imbarazzante fuga di notizie si cui è rimasto vittima con la moglie Sarah Vine, editorialista del Daily Mail. In una mail riservata pubblicata dai giornali Vine invita il marito a ottenere garanzie da Johnson prima di offrirgli il suo sostegno per la scalata a Downing Street. Vine aggiunge nel testo, non smentito, che l’ex sindaco di Londra non ha necessariamente il sostegno dei membri del partito o di Paul Dacre, influente direttore del Daily Mail e di Rupert Murdoch, proprietario del Sun e del Times. In lizza per la poltrona dal capo dei Tories e soprattutto di capo del governo britannico ci sono cinque candidati dopo la chiusura del termine alle 13 italiane: oltre a Gove e May, il ministro del Lavoro Stephen Crabb e gli euroscettici Liam Fox e Andrea Leasdorn. Il nuovo premier britannico sarà scelto, tra due finalisti selezionati dai deputati Tory, dal 150mila iscritti al partito conservatore e sarà annunciato il 9 settembre.