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La storia del bimbo migrante di 18 giorni chiamato “Sos” come l’Ong che l’ha salvato nel Mediterraneo

Al confine delle acque territoriali ci sono circa 800 migranti a bordo di tre navi di salvataggio che attendono di sbarcare: tra loro un bimbo di 18 giorni, che la mamma ha deciso di chiamare “Sos”, come il messaggio internazionale di richiesta di aiuto

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Ha appena 18 giorni di vita, si chiama Makybel, ma la madre ha deciso di dargli un secondo nome, “Sos”. Come il messaggio internazionale di aiuto, acronimo di “Save our souls”. Come il nome della ong che gli ha salvato la vita, “Sos Mediterranée”. Makybel Sos si trova a bordo della Ocean Viking, la nave di salvataggio dell’organizzazione non governativa di cui porta il nome. E con lui ci sono altre 114 persone. Se si contano anche i migranti salvati dalla Geo Barents di Medici senza frontiere e dalla Sea-Eye4 dell’omonima ong tedesca, in totale fanno circa 800 persone. Tutte al limite delle acque territoriali italiane, sotto la Sicilia, in attesa da giorni di un porto sicuro dove sbarcare. Le tre imbarcazioni hanno inoltrato diverse richiesta a Malta e all’Italia, dopo aver operato soccorsi tra le zone Sar di Libia e Malta. Fino allo scorso 20 dicembre, al gruppo si era aggiunta anche la Rise Above di Mission Lifeline che quel giorno ha potuto però sbarcare i 66 naufraghi recuperati giorni prima.

Sos delle navi delle Ong nel Mediterraneo

Sulle navi umanitarie la situazione si aggrava di giorno in giorno: sono stati effettuati diversi “Medevac”, evacuazioni mediche di migranti in condizioni di salute precarie, messe in atto dalla Guardia costiera italiana. Alcuni sopravvissuti hanno raccontato le violenze ricevute in Libia: “Abbiamo deciso di scappare – racconta un migrante – e mi hanno sparato a una gamba. Ma molte persone quel giorno sono morte. Ho lasciato tutto e sono partito, Se la Guardia costiera libica fosse arrivata, avevo deciso di buttarmi in acqua e morire, molti altri avevano preso questa stessa decisione”.

Una soccorritrice della Geo Bantis dice di aver visto “segni di violenza sulle gambe” e “ustioni da benzina” sui corpi delle persone tratte a bordo. “In Europa si sta per celebrare il Natale – si sfoga Fiona Alihosi, responsabile del team di soccorso della Sea Eye – e queste persone hanno il diritto di sbarcare in sicurezza, adesso”.