Cultura e scienze

Baby, la serie Netflix e la vera storia delle “squillo dei Parioli”

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«È iniziato come un gioco. No, non è un bel gioco. Sì, lo so non è normale». Così durante un interrogatorio una due squillo dei Parioli raccontava quello che succedeva in via Parioli 190, in un hotel e a casa di un cliente in piazza Fiume. Siamo a fine del 2013, a ottobre era esploso il caso delle baby squillo dei Parioli. Un giro di prostituzione minorile che vede coinvolte due ragazzine della Roma bene che si concedevano a uomini d’affari che in alcuni casi le pagavano in cocaina.

Baby non è la storia delle squillo dei Parioli

La storia – vera – che ha visto coinvolto anche Mauro Floriani il marito di Alessandra Mussolini è diventata lo spunto per Baby, la nuova serie televisiva prodotta da Netflix. È la seconda produzione italiana (dopo Suburra) per il colosso dello streaming e sarà disponibile a partire dal 30 novembre. La trama ricalca in parte quella della vicenda reale (e giudiziaria) ma si concentra soprattutto sui drammi esistenziali e sulla doppia vita delle ragazzine annoiate dell’immaginario Liceo Collodi dei Parioli che un po’ per noia e un po’ per amore dei soldi decidono di iniziare a prostituirsi.

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Come nella storia vera è la spasmodica ricerca del denaro a spingere le due ragazze appena quindicenni, interpretate da Benedetta Porcaroli e Alice Pagani, a vendere il loro corpo in cambio di denaro. «La prostituzione  c’è ma la serie mostra come un giovane possa avventurarsi e perdersi nei labirinti della trasgressione» ha spiegato il regista Andrea De Sica. Baby non è quindi una docufiction perché vuole indagare i risvolti psicologici dell’adolescenza, o meglio di un certo tipo di adolescenza. E ci sono ovviamente anche le madri (Isabella Ferrari e Claudia Pandolfi), assenti e travolte dalla vicenda. Non è chiaro se nella serie televisiva emergeranno eventuali responsabilità di una delle due mamme che nel caso reale è stata condannata a sei anni e quattro mesi perché era a conoscenza del fatto che la figlia si prostituisse e l’aveva sfruttata chiedendo una percentuale dei guadagni. «Mamma mi obbligava per soldi, io volevo solo tornare a scuola» confessò tra le lacrime la più piccola delle due.

La vera storia delle prostitute minorenni dei Parioli

In Baby non ci sarà sicuramente la politica. Il riferimento è al caso del marito dell’allora senatrice Mussolini che era uno dei clienti delle ragazzine e ha patteggiato una pena di di un anno di reclusione e una multa di 1.800 euro. Floriani, ex capitano della Guardia di finanza aveva inizialmente negato il suo coinvolgimento e poi aveva ritrattato dicendo di non sapere che le ragazze erano minorenni (14 e 15 anni all’epoca dei fatti) e di aver sempre creduto che la ragazza con cui si era incontrato avesse diciannove anni. Non ci sarà quindi nemmeno la storia dell’emendamento voluto dalla Mussolini (prima che i fatti venissero alla luce) che puniva chi era colpevole di rapporti sessuali con minori solo se l’adulto era a conoscenza della reale età della vittima.

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Il marito della Mussolini spiegò agli inquirenti di aver contattato la ragazza tramite un sito “bakecaincontri” dove le due pubblicavano annunci per adescare i clienti che poi incontravano. Annunci con titoli ammiccanti ecome “Lolita”, “Cerco papi”, “oggi mamma non è a casa” che oltre a puntare su una clientela attratta dalle adolescenti secondo gli inquirenti lasciavano ben intendere ai clienti la minore età delle due ragazze. Inizialmente – la prima delle due ragazze iniziò a maggio del 2013, la seconda a luglio – si trattava di incontri sporadici che avvenivano prevalentemente in auto. A settembre però il giro di affari si allarga e il luogo degli incontri si sposta nel seminterrato della famosa casa dei Parioli messa a disposizione da Nunzio Pizzacalla, caporal maggiore dell’esercito, e Mirko Ieni (condannati rispettivamente a sette anni e a nove anni e quattro mesi di carcere). Ai clienti dicevano di avere 18 anni (ne avevano 15 e 14) e dovevano dare una percentuale agli sfruttatori.

«Svuotavo la testa e dicevo ‘vabbe’, tanto è un’ora, poi è finito» ha raccontato la quattordicenne agli inquirenti per tentare di spiegare come affrontava quello che ormai era diventato  un vero e proprio “lavoro”. Insomma non c’era poi molta autodeterminazione o voglia di ribellione, almeno non più, le due ragazze erano letteralmente sfruttate dai loro aguzzini. «Queste due me fanno guadagnà 600 euro al giorno» diceva Ieni in un’intercettazione telefonica commentando il suo giro di prostitute minorenni. Altri clienti avrebbero fatto girare video pedopornografici girati durante gli incontri (si vede un riferimento anche nel teaser di Netflix). Nella versione non romanzata della vicenda la storia dell’amicizia tra due ragazze che secondo il regista di Baby «rappresenta per loro l’unico posto sicuro» non emerge. Negli interrogatori la più grande nega di aver spinto l’amica a prostituirsi e la accusa di detenzione di cocaina. Certo, erano amiche e agli incontri ci andavano assieme (quando i clienti lo chiedevano) ma c’era ben poco romanticismo.

 

Foto copertina via Instagram

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