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Antonio Marotta: il deputato accusato di traffico di flussi finanziari

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Il parlamentare coinvolto nell’inchiesta della Procura di Roma sull’illecito traffico di flussi finanziari è il deputato Antonio Marotta (Area Popolare). Nei suoi confronti i pm Paolo Ielo e Stefano Rocco Fava avevano sollecitato l’arresto in carcere ma il gip ha escluso alcuni fatti a lui contestati e che hanno fatto cadere i presupposti per applicare la misura detentiva. Tra gli arrestati dalla Guardia di finanza nell’ambito dell’operazione “Labirinto” figurano anche due dipendenti infedeli dell’Agenzia delle Entrate di Roma, individuati in collaborazione con gli organi ispettivi interni della stessa Agenzia. Le indagini, coordinate dalla Procura capitolina, sono partite dall’approfondimento di svariate segnalazioni per operazioni sospette nei confronti di un consulente tributario romano e di un Labirinto di società a lui riferibili che movimentavano grandi somme di denaro tra i conti correnti personali e aziendali.

Antonio Marotta: il deputato accusato di traffico di flussi finanziari

In particolare, Marotta, stando alla richiesta di arresto, rispondeva del reato di partecipazione all’associazione per delinquere (esclusa dal gip), di corruzione (che il giudice ha riqualificato come traffico di influenze illecite) e di un episodio di riciclaggio (derubricato in ricettazione). Il parlamentare era anche indagato per tre casi di finanziamento illecito ma il gip ne ha ritenuto sussistente uno soltanto. Dunque, la richiesta di provvedimento restrittivo è stata respinta perché, secondo il gip, Marotta potrebbe ottenere al massimo una pena entro i tre anni. Dalle indagini è emerso che il parlamentare avrebbe svolto funzioni di raccordo tra l’attività di Raffaele Pizza, uomo d’affari, e alcuni soggetti pubblici. Il suo nome è stato fatto nel corso di alcune intercettazioni telefoniche che il giudice ha definito “casuali e imprevedibili”.  Già deputato nella passata legislatura con l’Udc, Marotta è stato eletto nel 2013 nelle liste di Forza Italia-Pdl, da dove poi nel giugno 2015 è passato a Area Popolare. È stato anche consigliere laico del Consiglio superiore della magistratura. Le indagini valutarie prima e penali poi hanno permesso di ricostruire l’operatività di “una ramificata struttura imprenditoriale illecita che negli anni oggetto d’indagine ha movimentato oltre 10 milioni di euro giustificati da fatture false a scopo di evasione e per costituire riserve occulte da destinare a finalità illecite, attraverso una galassia di società cartiere (costituite e gestite con il concorso di numerosi indagati)”. Per “ammorbidire” eventuali controlli fiscali e agevolare le pratiche di rimborso delle imposte, il consulente si avvaleva anche della collaborazione dei due dipendenti dell’Agenzia delle Entrate di Roma. Il faccendiere è Raffaele Pizza, fratello di Giuseppe Pizza, politico calabrese ed ex sottosegretario del governo Berlusconi. Il faccendiere, sfruttando i legami stabili con la “politica”, si adoperava anche per favorire la nomina, ai vertici di enti e di società pubbliche, di persone a lui vicine, così acquisendo ragioni di credito nei confronti di queste che, riconoscenti, risultavano permeabili alle sue richieste. Il faccendiere utilizzava uno studio sito accanto al Parlamento, in una nota via del centro, per ricevere danaro di illecita provenienza, occultarlo e smistarlo, avvalendosi in un caso anche della collaborazione di un parlamentare in carica di professione avvocato – attualmente indagato – che lo ha attivamente coadiuvato nelle attività di illecita intermediazione. Nei confronti degli oltre cinquanta tra arrestati e indagati, organici al sodalizio criminale, sono ancora in corso le perquisizioni finalizzate all’acquisizione di ulteriori elementi utili al prosieguo delle indagini che stanno interessando oltre cento obiettivi tra la Capitale, il Lazio, la Lombardia, il Veneto, l’Emilia Romagna, la Toscana, le Marche, l’Umbria e la Campania.

Operazione Labirinto: gli arresti per corruzione e riciclaggio

Il network al centro delle indagini otteneva appalti per la fornitura di beni e servizi ad enti statali e ministeri grazie al pagamento di tangenti che venivano smistate anche a esponenti politici e a loro familiari. I lavori venivano poi realizzati con materiali di qualità inferiore per risparmiare e riprendersi i soldi regalati ai politici. Inoltre alcuni degli appartenenti all’associazione per delinquere si sarebbero occupati di fornire documentazione fittizia per creare i fondi neri destinati ad alimentare le tangenti. La magistratura romana ha emesso 24 ordinanze di custodia cautelare, di cui 12 in carcere e 12 agli arresti domiciliari, e cinque misure interdittive con obbligo di firma. È, inoltre, in corso, il sequestro preventivo di beni immobili, conti correnti e quote societarie per 1,2 milioni di euro. Durante l’inchiesta – che è stata svolta dal Nucleo speciale di Polizia Valutaria della Guardia di Finanza e che ha avuto origine dalla segnalazione di operazioni finanziarie sospette – è stata accertato l’utilizzo di un gran numero di fatture per operazioni inesistenti a favore di società ed enti su tutto il territorio nazionale, e di ricostruire l’operatività di una ramificata struttura affaristico-delinquenziale imperniata intorno a un consulente tributario e a un gran numero di società a lui riconducibili, che movimentavano grandi somme di denaro tra conti personali e aziendali. Le indagini sono partite, fanno sapere le fiamme gialle, “dall’approfondimento di svariate segnalazioni per operazioni sospette nei confronti di un consulente tributario romano e di un labirinto di società a lui riferibili che movimentavano grandi somme di denaro tra i conti correnti personali ed aziendali“.