Attualità

Antonio Campo Dall'Orto e quella censura a Luttazzi

alessandrodamato|

Secondo Matteo Renzi è «uno stimatissimo professionista, tra i più interessanti innovatori della tv italiana, un nome di altissimo valore che corrisponde ai criteri di qualità, autorevolezza e capacità ma vedremo». Intanto Antonio Campo Dall’Orto scalda i motori per arrivare a sedersi sulla poltrona di direttore generale della RAI, con la garanzia di diventare amministratore delegato quando la nuova governance dell’azienda sarà pronta e approvata dal parlamento. Ma chi è Antonio Campo Dall’Orto? Al suo attivo non ha certo soltanto campo dall'orto luttazzi
IL CASO DECAMERON E IL POVERO FERRARA
Nel frattempo però Campo Dall’Orto ha dovuto gestire qualche problemino tipico di chi lavora in televisione. Come la chiusura di Decameron, il programma con cui Daniele Luttazzi festeggiò il ritorno in RAI dopo l’editto bulgaro che lo aveva spedito lontano dagli schermi. Ma il primo dicembre accade il patatrac: nel suo monologo attacca Giuliano Ferrara, di cui ricorda che disse che Berlusconi aveva avuto «il coraggio di dire che lui, in fondo, era contrario alla guerra in Iraq. Come si fa a sopportare una cosa del genere? Io ho un mio sistema, penso a Giuliano Ferrara immerso in una vasca da bagno con Berlusconi e Dell’Utri che gli pisciano addosso, Previti che gli caga in bocca e la Santanché in completo sadomaso che li frusta tutti». La battuta è in realtà una «citazione» (nel senso luttazziano del termine: molto libera, senza attribuzione della fonte) del comico Bill Hicks, e il giorno dopo si scatena l’inferno sui giornali tutti pronti a prendere le difese del povero Ferrara e degli altri nominati nella frase.

E questo porta alla chiusura del programma di Luttazzi. Campo Dall’Orto difese così la sua scelta in una intervista al Corriere della Sera:

«Nella vicenda Luttazzi sono emerse due questioni. Una, molto dibattuta sui giornali, legata al rapporto tra la libertà di espressione del singolo e la libertà di altri soggetti, mediazione che nel caso di una tv avviene attraverso l’editore. In sintesi: la responsabilità di essere liberi. E poi una seconda, meno affrontata: l’etica d’impresa. Ovvero il rispetto delle persone che fanno parte di uno stesso gruppo creativo di lavoro, proprio come il nostro. E di conseguenza il rispetto del pubblico ».
Lei non sembra temere l’etichetta di censore.
«Nessuna paura. La mia storia personale dimostra il contrario: Lerner, Crozza, la Bignardi, Ferrara. Personaggi diversissimi tra loro, spesso in contrasto, ma legati da un patto: totale libertà e senso di responsabilità. Ripeto: verso il gruppo e verso il pubblico. Ecco qui la nostra ricchezza editoriale. Censore? Non ho paura della parola, quando qualcuno prova a relegarti in un ruolo che non ti appartiene. Se poi è una strumentalizzazione, chi se ne frega».
Ma sua «etica d’impresa» vieta di dire la propria sul tuo «vicino di canale»?
«Assolutamente no. Proprio Daniele contestò l’intervista di Daria Bignardi a Dell’Utri. Fu un normale confronto. Nella vicenda Ferrara ho visto solo un attacco personale, un insulto gratuito. Bella differenza tra il confronto e un uso improprio della tv». Poi aggiunge: «L’ottica anglosassone di un’azienda televisiva ha come base la creazione di valore. Un obiettivo che esige regole forti: non puoi insultare chi lavora con te, non puoi insultare il tuo pubblico, per esempio».
I sostenitori di Luttazzi affermano che Ferrara avrebbe fatto pressioni per togliere di mezzo Decameron…
«Falso. Giuliano si è fatto vivo solo dopo le mie decisioni. E per dirmi che dal punto di vista personale non gli importava nulla di tutto quanto. Ho apprezzato tono e tempi: ascoltare il suo parere prima, avrebbe comunque “complicato” ogni mia misura».
Cosa pensa ora di Daniele Luttazzi?
«Continuo a ritenere che sia molto bravo. E che sia possibile lavorare con lui quando aderirà a un patto professionale che qualsiasi impresa televisiva prevede».

Cinque anni dopo un giudice sancirà che quella era proprio una censura. Secondo la giustizia italiana La 7 censurò il Decameron di Luttazzi in modo arbitrario e illegittimo e per questo dovrà al comico un risarcimento di un milione e mezzo di euro.