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Amedeo Mancini: il vero racconto dei supertestimoni

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Ci sono un bel po’ di lati comici nella vicenda di Amedeo Mancini, indagato per omicidio preterintenzionale della vicenda della morte di Emmanuel Nambi. Uno di questi è come la stampa di estrema destra come il Giornale di Alessandro Sallusti stiano cercando di giustificare l’omicida infilando una robusta serie di fregnacce anche giuridiche. In questo surreale titolo di prima pagina ad esempio Il Giornale dice che Mancini è “colpevole a metà”, mentre la civiltà giuridica e il garantismo – che non vale solo quando ad essere accusati di reati sono puttanieri o faccendieri – dicono che Mancini non è per niente colpevole fino a sentenza. Ma la parte più divertente è l’affermazione: “Il GIP non conferma l’arresto ma Mancini, seppur provocato, rimane in carcere“.
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Amedeo Mancini: il vero racconto dei supertestimoni

Il Giornale infatti scrive tre cazzate in una sola riga. Non è vero che il GIP ieri non ha confermato l’arresto. In realtà il GIP ieri non ha convalidato il fermo di polizia nei confronti di Mancini spiccato dopo la morte di Emmanuel. La differenza tra fermo e arresto la conoscono un po’ tutti i cronisti (perché sono costretti a studiarla) e infatti nelle pagine interne anche il Giornale scrive correttamente che non è stato convalidato il fermo. E ne spiega anche il motivo: il GIP ha ritenuto insussistente il pericolo di fuga. Ma Mancini dovrà essere custodito cautelarmente in carcere perché nei suoi confronti il giudice ritiene che possa sussistere il rischio di reiterazione del reato. Ovvero, Mancini potrebbe aggredire ancora. Infine, la terza sciocchezza del Giornale è quel “seppur provocato”: Mancini non è stato provocato: nemmeno il suo avvocato lo sostiene. È pacifico che Mancini ha invece provocato, ha subito una reazione alla provocazione e poi ha colpito. Ma la parte più divertente non è questa. È invece quella in cui Andrea Acquarone sul Giornale riesce a sostenere che Mancini deve rimanere in carcere perché altrimenti potrebbe subire una vendetta, mentre espone la motivazione del giudice che dice tutt’altro: Mancini potrebbe picchiare ancora.

Ecco cosa ha scritto il gip per motivare la decisione di tenere Mancini in prigione: «Ci si riferisce in particolare alla stessa natura del delitto che egli ha commesso e alle modalità attraverso le quali l’omicidio è stato perpetrato, trovandoci all’evidenza di fronte a un soggetto che non ha i necessari freni inibitori per evitare, seppur provocato, un gravissimo delitto contro la persona». Il che tradotto significa: a rischiare la pelle, una volta libero, potrebbe essere proprio il violento ultrà della Fermana. Vittima di possibili vendette e ritorsioni.

Un meraviglioso capolavoro di invenzione. Mentre il GIP dice chiaramente che Mancini non ha i freni inibitori per evitare altri delitti contro la persona (traduzione: menare qualcuno per strada), Acquarone capisce che Mancini è tenuto in carcere perché il giudice è preoccupato per la sua incolumità (pòra stella) perché potrebbe essere vittima di vendette e ritorsioni. Non è un meraviglioso caso di fantasia al potere (di cronaca), alla faccia degli Anni Settanta?

Cosa hanno detto i testimoni su Mancini?

Oltre alle fregnacce del Giornale c’è però da segnalare un interessante sviluppo alla voce “supertestimone che ribalta tutto – eia eia quaquaraquà”: avevamo già parlato della “testimonianza” di Pisana Bacchetti raccontata in un articolo del Resto del Carlino. La testimonianza, così com’era raccontata, era in palese contraddizione con quanto detto dalla stessa “supertestimone” ai giudici. Ma a parte questo, si diceva che c’erano quattro testimoni concordanti che “scagionavano” il Mancini. Negli articoli, però, non si raccontava per nulla cosa si fossero detti i supertestimoni, mentre ai più sembrava curioso che quattro testimoni raccontassero esattamente la stessa storia, visto che di solito le testimonianze sono sempre discordanti in qualche punto (e questo di solito avvalora la loro autenticità). Ad occhio, sembrava proprio che i cronisti non avessero letto le testimonianze ma avessero ascoltato la sintesi interessata di una parte in causa nella vicenda e l’avessero ripetuta a pappagallo. Ebbene, non ci crederete: è andata proprio così. Tutti i giornali – quelli veri: non le gazzette degli avvocati – oggi spiegano perché Mancini è rimasto in carcere secondo la decisione del GIP a partire dal racconto dell’accaduto fatto dai “supertestimoni”. Scrive ad esempio il Corriere della Sera:

Il giudice, al termine dell’udienza in cui Mancini viene sottoposto a interrogatorio di garanzia, non convalida il fermo, ritenendo insussistente il pericolo di fuga, ma decide che l’ultrà 39enne deve comunque restare in cella. «È altamente probabile che per l’indagato si presenterà nuovamente l’occasione di molestare o aggredire altri soggetti extracomunitari, giacché gli stessi sono presenti in modo consistente in provincia di Fermo, in particolare presso la struttura seminario arcivescovile». Rispetto alle premesse contenute nel provvedimento firmato dalla Procura, l’ordinanza del gip dice qualcosa di più. Tratteggia la personalità di un uomo, Mancini, fortemente instabile oltre che violento. Una circostanza che potrebbe aprire le porte alla richiesta di perizia psichiatrica da parte del suo avvocato.

C’è però anche qualcos’altro. In primo luogo c’è da notare che mentre un sacco di Principi del Foro di Facebook ci spiegavano che era un caso lampante di legittima difesa, il GIP (che però ha soltanto studiato legge e vinto un concorso per diventare giudice: che volete che ne sappia rispetto a uno che passa la giornata a giocare con Pokemon Go?) non sembra manco per niente convinto della cosa. E sapete perché? Perché ha letto – lui sì, i giornali no – le testimonianze che raccontano di un Mancini che subito dopo il colpo si è vantato (“L’ho pijato bene“) e ha reiterato gli insulti (“Negro di merda”) nei confronti di Namdi anche quando l’altro era a terra:

La ricostruzione elaborata dai pm, tuttavia, resta sostanzialmente confermata. L’insulto a Chinyere, la reazione di Emmanuel e della compagna, la colluttazione, il pugno di Amedeo Mancini. Queste le fasi delineate dal gip, neanche lui convinto che si possa opporre la legittima difesa dato che il nigeriano è stato colpito mentre stava già andando via. Emergono peraltro solo ora particolari che contribuiscono da una parte a rafforzare la tesi delle finalità razziste (l’aggravante che pesa come un macigno sull’ipotesi di omicidio preterintenzionale), dall’altra condiscono in maniera raccapricciante l’episodio. «L’ho pijato bene («l’ho preso bene», in dialetto marchigiano), l’ho steso per terra», avrebbe detto Mancini dopo il pugno fatale che ha fatto finire a terra Emmanuel e che, direttamente o indirettamente, gli ha procurato l’emorragia mortale.
«Africans scimmia», sì, ma anche «Negri di m.», questi gli epiteti che avrebbe rivolto alla coppia di nigeriani. Secondo il racconto di una testimone, durante il litigio e persino quando era ormai a terra, Mancini avrebbe anche mimato le mosse di una scimmia «a mo’ di sberleffo» verso l’altro. Il suo avvocato ripete che è pentito e che bisogna ancora capire «quanto e se fosse consapevole del disvalore delle sue azioni». «Non possiede quasi nulla — dice De Minicis —, fatica a trovare i soldi per mangiare regolarmente, ma è pronto a spogliarsi di tutto ciò che ha per donarlo alla vedova. Sente addosso la responsabilità morale, non giuridica si badi bene, di quanto accaduto».

Curiosamente, questi particolari non erano presenti negli articoli del Carlino (non nel senso del cane, ma in quello del giornale) dedicati al racconto dei supertestimoni che “scagionavano” il pòro accusato. Strano, vero?