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"Ti cantavo Bella Ciao per calmarti", Alessia Piperno racconta la prigionia insieme a una donna iraniana condannata a morte

neXt quotidiano|

Alessia Piperno

Lo ha scoperto scorrendo lungo le pagine dei quotidiani: Fahimeh Karimi, una giovane donna iraniana, è stata condannata a morte per aver partecipato alle manifestazioni di piazza a Teheran dopo l’uccisione di Mahsa Amini. Alessia Piperno era la sua compagna di cella. Ha condiviso con quella donna, madre di tre bambini, buona parte dei giorni della sua prigionia, prima della sua liberazione. Poi, un giorno, Fahimeh è stata portata via. Fino alla scoperta dei giorni scorsi: per lei è arrivata la condanna a morte.

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Alessia Piperno, la dedica a Fahimeh Karimi condannata a morte

E la travel blogger romana ha voluto ricordare così quei tremendi giorni di prigionia in quello stesso carcere di Teheran. In quella stessa cella c’era anche Fahimeh Karimi con cui aveva stretto un rapporto di amicizia e vicinanza, nonostante il divario linguistico che non poteva far approfondire la loro conoscenza. Ma le loro storie si erano comunque intrecciate. E il dolore di quella madre richiusa in un carcere (prima della condanna a morte) veniva lenito dalle parole di una canzone simbolo di libertà:

“”Sei bianca come quel muro, sarà che a forza di guardarlo, ha mangiato i tuoi respiri. Siamo nascoste in un punto cieco qui, le tue urla sono come il silenzio, fai a pugni con la porta e calpesti le tue stesse lacrime. “AZADI! AZADI! (Libertà. Libertà, ndr)”. Ti canto Bella ciao, e tu ti metti a piangere, altre volte mi batti le mani. Vorrei dirti di più, ma che ti dico?”.

La donna sottratta ai suoi tre figli. Tre bambini di cui ripeteva continuamente il nome:

“‘Fatimah, Athena, Mohammed’. Continui a gridare i nomi dei tuoi figli, avranno sentito il tuo eco o l’amore non viaggia attraverso le sbarre?”.

Poi il silenzio. Fahimeh Karimi non è più tornata in quella cella. Dopo esser stata in infermeria, non ha fatto più ritorno in mezzo alle altre detenute presenti in quello stesso carcere. Poi la notizia: condannata a morte per aver dato un calcio a un Pasdaran, un membro del corpo paramilitare iraniano impegnato nel sedare – con la violenza – le proteste.