Cultura e scienze

AIDS, la storia della ricercatrice che ha contratto l’HIV in laboratorio

La linea dell’avvocato Serpetti per il processo che si terrà nel tribunale di Padova nel 2020 si fonda su perizie di parte che confermano come quello contratto dalla ricercatrice sia un virus da laboratorio, contratto nell’ambito della sua attività di ricercatrice

Una studentessa lombarda, iscritta all’Università di Padova, era stata inviata all’ateneo di Ginevra per condurre una serie di esperimenti sui virus modificati dell’Hiv, per quello che doveva essere l’argomento della sua tesi di laurea. Lavorava in un laboratorio di punta nell’ambito della ricerca, con un profilo di rischio basso, un Bsl 2 (bio safety lab), sigla che misura il livello di sicurezza adottato. Con Ebola, per avere un parametro, si è usato il laboratorio con Bsl 4. Per ragioni ancora sconosciute la ragazza si è infettata con un virus identico a quelli con cui stava lavorando. Scrive Repubblica:

L’ipotesi più probabile, secondo la comunità scientifica, è che sia venuta a contatto con ciò che stava manipolando. Le infezioni negli operatori di laboratorio sono rarissime. Non accadeva da anni. «Le due domande che ci siamo posti sono molto semplici: come e perché», sintetizza Carlo Federico Perno, professore ordinario di Microbiologia all’Università di Milano. «Ci siamo chiesti se per caso avesse contratto il virus per questioni non di laboratorio ma questa ipotesi è stata indagata e subito esclusa».

Il virus contratto è identico a quello costruito in laboratorio, il NL4-3 + JRFL, dunque non «circolante nella popolazione». Non risultano inoltre incidenti, come la rottura di un guanto o una puntura. «La richiesta di risarcimento è milionaria ma ancora indeterminata», spiega l’avvocato Antonio Serpetti, del foro di Milano. «Sarà proporzionata al danno biologico, morale, esistenziale e patrimoniale per tutte le occasioni di lavoro perse o a cui la mia assistita ha dovuto rinunciare per motivi di salute».

fonte: un.org

La linea dell’avvocato Serpetti per il processo che si terrà nel tribunale di Padova nel 2020 si fonda su perizie di parte che confermano come quello contratto dalla ricercatrice sia un virus da laboratorio, contratto nell’ambito della sua attività di ricercatrice. La stessa Università di Padova avrebbe prodotto almeno due perizie per identificare il ceppo del virus, che escluderebbero i laboratori padovani come fonte del contagio. Il quotidiano ha sentito anche la ricercatrice Claudia Altieri, virologa dell’Università di Milano, che ha studiato il caso:

«Non sappiamo come possa essere avvenuto il contagio. I virus difettivi non sanno proliferare, a differenza dei virus completi, quelli in grado di replicarsi».

Che precauzioni si prendono?
«Si lavora solo in laboratori con precauzioni ben definite. I virus sono contenuti in provette sigillate ed etichettate. Possono essere aperti solo all’interno di una cappa con un flusso d’aria. Gli operatori indossano due camici, due paia di guanti che ricoprono tutto il braccio, mascherina per bocca e naso e occhiali. Una barriera trasparente separa l’operatore dalla cappa. C’è solo lo spazio per muovere le mani. Con queste precauzioni è difficile entrare in contatto con il virus».

Quali sono le vie di contagio?
«Il contatto con le mucose di occhi, bocca e naso o con una ferita. Nelle provette i virus sono in coltura, quindi molto concentrati. Per questo le mucose possono essere una via per il contagio».

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