Attualità

Aborto: perché si dovrebbe obiettare sul certificato?

Qualche mese fa Nicola Zingaretti aveva emanato delle Linee guida sui consultori e sui limiti della obiezione di coscienza, estromettendo la certificazione dalle azioni che potrebbero turbare le coscienze (o meglio chiarendo quello che dovrebbe essere un punto ovvio). Poi il Tar del Lazio aveva respinto i ricorsi dei Giuristi per la Vita e dell’Associazione Pro Vita Onlus (Consultori: Tar Lazio respinge ricorso obiezione di coscienza, AGG, 9 ottobre 2014): «Per quanto solo in sede cautelare, il TAR Lazio ha ritenuto che non sono in contrasto con le disposizioni che tutelano il personale sanitario obiettore gli atti della Regione che hanno previsto che anche i medici obiettori siano tenuti ad attestare e certificare lo stato di gravidanza della donna; prescrivere i contraccettivi d’emergenza e applicare sistemi contraccettivi meccanici (IUD, c.d. “spirale”)».
 
STOP DEL CONSIGLIO DI STATO
«Il Consiglio di Stato, a seguito di un ricorso del Movimento per la vita e delle associazioni dei medici e ginecologi cattolici, ha sospeso l’efficacia di parte di un decreto del presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, quella con la quale “obbligava anche gli obiettori di coscienza impiegati nei consultori pubblici a rilasciare il certificato necessario a effettuare l’interruzione volontaria di gravidanza”. A riferirlo è lo stesso Movimento per la vita (Aborto, il Consiglio di Stato: “Stop al decreto del Lazio anti-medici obiettori”, la Repubblica, 7 febbraio 2015). Il Sussidiario si sbizzarrisce nel titolo (ABORTO/ Roma, medici obiettori costretti a interrompere gravidanze: interviene il Consiglio di Stato, 8 febbraio 2015), per poi essere meno approssimativo nel corpo del testo: nessuno è obbligato a interrompere, visto che nei consultori non si eseguono aborti – ed è proprio questo il punto.
Aborto Il Sussidiario
IL CERTIFICATO: A COSA SERVE?
Il certificato – lo dice la parola – serve a certificare la gravidanza e non a interromperla. Certo, chi è entusiasta e convinta di portare avanti la gravidanza non lo chiede, ma siamo in prossimità di giudicare una intenzione (che potrebbe anche cambiare). Che poi è quello che rispondono gli obiettori che eseguono indagini prenatali a chi chiede loro perché le fanno, magari a pagamento, se poi non sono pronti a garantire tutte le scelte: «ma noi non abortiamo, facciamo solo test prenatali» (le donne che porterebbero comunque avanti la gravidanza tendono a non farli, sia per evitare la percentuale di rischio sia perché tanto sapere non cambierebbe la loro decisione e allora perché turbarsi). Il certificato insomma dovrebbe solo attestare lo stato di gravidanza: perché si dovrebbe invocare l’obiezione di coscienza? Se la risposta è «perché io so che poi tu vai ad abortire», fin dove dovremmo ampliare lo spazio dell’obiezione? Se sono un taxista contrario all’aborto e so che tu prendi il mio taxi per andare ad abortire posso farti scendere? La decisione di abortire o no (dopo i 7 giorni previsti dallal legge 194 dopo la certificazione) è della donna e l’aborto non avviene in un consultorio. Non si capisce per quale ragione le circostanze previste dalla legge 194 per l’obiezione di coscienza, cioè le «procedure e [le] attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione della gravidanza, e non [l]’assistenza antecedente e conseguente all’intervento», dovrebbero essere forzate al punto da includervi la certificazione dello stato di gravidanza.