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Abbas Karimi, il nuotatore fuggito da Kabul per inseguire il sogno olimpico

Nel suo Paese si sentiva un emarginato e a 16 anni decise di lasciare la sua famiglia e l’Afghanistan. Ora fa parte del team dei rifugiati a Tokyo 2020

Abbas Karimi

Storie di sport, storie di riscatto. Storie di vita reale che meritano di essere raccontate, soprattutto in questo periodo storico. Abbas Karimi fa parte del team degli atleti Olimpici rifugiati a Tokyo 2020. La sua vicenda personale è tornata in auge, inevitabilmente, dopo la presa di Kabul da parte dei talebani. E proprio dalla capitale afghana lui fuggì all’età di 16 anni, lasciando dietro di sé tutto il dolore per un’adolescenza vissuta nella culla di una cultura che lo ha discriminato per via deformazione fisica: è nato senza braccia.

Abbas Karimi, il nuotatore fuggito da Kabul per inseguire il sogno olimpico

Nonostante le difficoltà, Abbas Karimi ha sempre visto lo sport come un elemento indispensabile per la sua vita: prima la kickboxing, poi il nuoto. E ai Campionati Mondiali di nuoto paralimpico di Messico 2017, all’età di 20 anni, ha conquistato la sua prima medaglia d’oro a livello internazionale: gareggiando nella rappresentativa dei Rifugiati olimpici, infatti, ha vinto la gara dei 50 metri farfalla, categoria S5. E ora si trova a Tokyo per ripetersi, ma soprattutto per raccontare la sua storia.

 

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In una recente intervista pubblicata sul sito ufficiale del Comitato Paralimpico, il giovane atleta afghano ha raccontato la sua fuga da Kabul. Quando andò via da lì aveva solamente 16 anni e il ritorno dei talebani sembrava solamente un lontano timore. Ma la situazione per lui non era delle migliori:

“Quando nasci disabile senza braccia o gambe o parti del corpo mancanti in Afghanistan, sei considerato senza speranza. Sono stato vittima di bullismo. Un sacco di altri ragazzini mi chiamavano con nomignoli, cose come ‘senza braccia o storpio’. Ho avuto un’infanzia davvero arrabbiata”.

Proprio per difendersi da chi lo aveva preso di mira per la sua disabilità fisica, decise di prendere lezioni di kickboxing. Poi il fratello maggiore costruì una piscina da 25 metri destinata alla comunità, a poca distanza dalla loro abitazione. E lì vide nel nuoto la sua salvezza.

“Nuotare mi calma. È come uno scudo per me, che mi protegge sempre. Se sono arrabbiato o ogni volta che ho problemi, entro in acqua e mi rilassa. Il nuoto mi ha salvato la vita”. 

Lo sport e la fuga dall’Afghanistan

Ma lì, a Kabul, non poteva rimanere. Per questo motivo decise – a 16 anni – di fuggire. Prese un volo per arrivare in Iran, poi attraversò i monti Zagros: prima a bordo di un camion di contrabbandieri, poi a piedi. Un viaggio difficile che, però, lo portò fino alla Turchia dove venne accolto in un campo profughi per richiedenti asilo minorenni. E da lì iniziò anche la sua carriera sportiva, con 15 medaglie conquistate nel giro di pochi anni e – finalmente – la possibilità di partecipare a quel sogno olimpico che per tutti (ma ancor più per lui) rappresenta il riscatto dopo una vita difficile.

 

(foto: da profilo Instagram)