Attualità

A che punto è la Grecia – Diario da Atene

Mercoledì 8 luglio
L’aereo atterra fra le rosse colline dell’Attica. Per un attimo l’Acropoli lampeggia sul mare di case bianche, presto nascosta dall’Imetto. Anche se vaccinati contro gli eccessi della stampa “mainstream”che dipinge una Grecia allo stremo, viene subito la curiosità di verificare la lunghezza delle file agli sportelli e le forniture dei supermercati. Niente di visibile. Tutto sembra normale per le vie di Atene, e chi avesse dormito durante gli ultimi cinque mesi non si sarebbe accorto di nulla.
L’inchiostro sulle schede del referendum non è ancora asciutto, le riunioni si moltiplicano, ma tutte le possibilità sembrano ancora aperte. Cosa succederà del debito? La mossa di Varoufakis, che si è dimesso, aiuterà a trovare un buon accordo? Le banche sono chiuse, ma il limite dei ’60 euro’ di prelievo giornaliero è ormai quasi un’abitudine. Comincio ad attaccare bottone per sondare il terreno: il barista che prepara un caffè-frappé mi dice: “60 euro al giorno di limite al prelievo…Che problema vuoi che sia? Vuol dire che guadagni almeno 1800 euro al mese, no?”. Quasi un sogno, in un paese il cui salario netto mediano è di 730€ al mese, e quello minimo di 580 euro.
La fila invece c’è, ma di stranieri, davanti al chiosco del bigliettaio il quale si affatica, però, non con i resti e i biglietti, ma a cercare di spiegare in varie lingue che i mezzi pubblici sono gratuiti. “Today bus is free” recita (pertanto) un cartello. Il governo Tsipras ha cercato così di agevolare i cittadini greci, rispetto all’indisponibilità di liquidi e ai problemi pratici che produce.
Ho in mano “il Quotidiano dei redattori” : il titolo era all’origine provvisorio, deciso dai lavoratori in lotta dopo il fallimento del vecchio giornale “Eleftherotypia”, influente, filoPasok e potente fino a qualche anno fa, ma anch’esso travolto dalla crisi. Un ragazzo mi sente parlare in italiano e mi chiede, nella nostra lingua, che ci faccio con un giornale greco. “Lo vedi –aggiunge scherzando- qui in Grecia siamo in pieno socialismo: banche chiuse e autobus gratis!!”. È molto fiero della decisione di Tsipras di indire il referendum, del ‘NO’ del popolo greco, della forza disperata che i greci sono riusciti a dimostrare agli “europei”; “agli altri europei”, dico io. “Sì è vero, ma l’Europa, vista da qui, è un po’ speciale”.
Anche la bigliettaia sul “leoforìo” (letteralmente “il porta-popolo”, cioè l’autobus) ha voglia di parlare. “La situazione qui è terribile, i giovani sono disoccupati, e le cose vanno sempre peggio. Tsipras almeno sta provando a resistere, prova a non piegare la testa. Ma che avrebbero fatto i francesi, i tedeschi, o gli italiani, se avessero dovuto subire quello che abbiamo dovuto subire noi? Ci prestano i soldi per fare nuovi debiti, ma che prestito è?”.
La strada si annoda e si distende fra le campagne dell’Attica: “Gargetto”, “Colono”, “Cefale”, “Laurion” indicano i cartelli, quasi a chiamare in aiuto la forza dell’antico, a darsi coraggio nelle strette del presente. Piccole case neoclassiche, con le persiane a quattro ante e le palmette che coronano i tetti, si alternano ad anonimi edifici in calcestruzzo armato. Il paesaggio tuttavia è da sempre lo stesso: dolce, vario, pieno di sorprese e scorci ad ogni nuova svolta: “l’Attica cui il mare bagna da due parti, è da principio angusta: poi s’allarga dentro terra”, scriveva Strabone (Geografia, IX, 1 – Trad. Ambrosoli).
Giovedi, 9 luglio
La discussione con i tassisti è a volte a rischio: c’è la bella occasione di discutere ‘dal vivo’e avere dunque in diretta il polso della situazione. Ma si parla anche con dei ‘piccoli imprenditori’, la cui prima ambizione non è sempre il progresso sociale. Eppure quello che mi imbarca mi dice : “Il problema della Grecia è che non ha un tessuto diplomatico come si deve… Guarda Tsipras, adesso si batte, si batte, ma non c’è nessuno che lo aiuta”; poi , un po’ per cortesia , soggiunge “ma l’Italia un po’ ci sta dando una mano…”. Il Partenone guizza fra i tetti (“sbuca come un razzo”, diceva Cesare Brandi) fra gli incroci e i semafori. “Se ci vogliono cacciare fuori, ebbene andiamocene, torniamo alla dracma e non se ne parli più”. Arrivati a destinazione, pago il dovuto e apro la portiera. “Aspetti! La ricevuta!” mi riprende.
Sabato 11 luglio
Un morso di medusa mi spinge all’ambulatorio locale. Salendo alla “Chora”, la capitale dell’isola, il paesaggio si fa più austero ma non severo. Le cicale gridano fino allo sfinimento. Sapendo quali massacri ha subito la sanità pubblica in Grecia, mi aspetto come minimo che l’ambulatorio sia chiuso. O che ci sia la fila. L’ambulanza cadente e arrugginita parcheggiata davanti all’ingresso auspica il peggio.
L’ambulatorio è in un bell’edificio neoclassico. Alle pareti poster dell’Ente Ellenico del Turismo con l’Hermes di Prassitele, le statue del Tempio di Esculapio a Epidauro, i monasteri di Mistrà. Nelle stanze si vedono ecografi su carrelli un po’ arrugginiti, vecchi paraventi tutti bianchi, lettini consunti, ma tutto in perfetto ordine, lindo, quasi sacralizzato.
Non faccio la fila; sembra non ci sia nessuno, ma il medico c’è, all’inizio un po’ scontroso, poi invece disponibilissimo. Parla italiano. “Guardi, sto facendo la domanda al ministero a Roma per il riconoscimento della specializzazione in internistica” mi informa. “Ho lavorato per tanti anni in un ospedale in Italia, ecco perché parlo italiano”. L’università pubblica in Grecia è gratuita e di ottimo livello, ma con un numero chiuso feroce: per molti anni la prima comunità studentesca di Roma –e fra le prime in Italia- è stata infatti quella greca. “Prima lavoravo su un’isola più grande; mi hanno ridotto il salario del 35%. Come posso stare qui? Non c’è nessun futuro. Tsipras ha fatto bene a resistere, ma da quello che leggo, l’accordo ci costerà caro. Certo, meglio che ci sia lui al governo, che un altro. Ma la Grecia è messa male”.
Il medico mi visita, mi fa una medicazione, e addirittura la ricetta in italiano. Vado via ringraziando e non pago nulla.
Domenica 12 luglio
In Grecia puoi prendere il caffè e discutere con Aristotele; o con Socrate; o con Temistocle. Sono nomi che ancora si danno ai bambini, con un misto di altezza letteraria e familiarità domestica, che fa sempre un certo effetto. Proprio Aristotele, che mi affitta una stanza su una delle Cicladi meno note e turistiche, mi spiega come la vede lui: “spero che resisteranno con l’IVA sulle isole. Noi non ci aspettiamo niente però, perché ci siamo abituati a che le cose possono anche andar peggio. Io ho votato ‘no’ al referendum, non si poteva fare altrimenti. Non so come andrà a finire, ma Tsipras è comunque il migliore primo ministro possibile, gli altri sono tutti discreditati”.
Nelle Cicladi convivono mondi socialmente e culturalmente molto diversi tra loro. Sui moli dei porti e nelle rade ormeggiano in quantità barche a vela di grande cabotaggio. Non è raro vedere qualche panfilo con tanto di radar e lancia di soccorso. È la Grecia dei Vardinoyannis, degli Psycharis, dei Bobolas (armatori, petrolieri, magnati dell’editoria) e della loro corte sociale immediata. I bar ‘in’ e i ristoranti in arredo post-moderno fanno da predellino a questo mondo degli happy few, o meglio gli ‘echontes’, gli abbienti. Discettano sorridenti in pantaloni di lino arancio aragosta, con al polso orologi che costano più anni di stipendio di molti lavoratori. E non vedono – a pochi metri di distanza – l’uomo senza una gamba che arranca saltellando: aggancia al suo trattore i carrelli porta-scafi che serviranno a rimettere in acqua le imbarcazioni che erano a secco per l’inverno.
Poco più in là ci sono gli abitanti ‘normali’ dell’isola: per lo più agricoltori o pescatori, fornai, spazzini, cassiere di supermercato, conducenti di autobus, pensionati. Hanno il loro circuito commerciale, il loro caffè –con arredamento in fòrmica- i negozi di alimentari a prezzi ‘ragionevoli’ (seppure gravati dai consistenti costi di trasporto). Per questa fetta della società, lo ‘sconto’ del 30% rispetto alla terra ferma non ha proprio niente di un privilegio. “Tante isole hanno lo sconto dell’IVA, pure in Germania, no?” mi dice il fornaio; “Se ce lo tolgono, noi affondiamo. Gli unici che non hanno problemi a ritoccare i prezzi sono i bar sul porto, sono per i turisti. Il governo prova a resistere, deve resistere, ma ci vogliono mettere in ginocchio”.
Con qualche euro si può improvvisare una cena, magari più spartana e che ateniese, a base di pane alle olive e focaccia con gli spinaci. “Aspetti, lo scontrino” mi dice la cassiera. Il turista –specie se italiano- dismette il rigore quando è in vacanza. Ma in dieci giorni la ricevuta o lo scontrino non sono mai mancati.
Rincasando per cenare, con il suono dell’Egeo discreto e rassicurante, passo davanti al monumento di un poeta antico : “Sul suo capo / infiniti volavano uccelli; ritti, i pesci/ sull’azzurro mare/ saltavano al bel canto”.
Lunedi 13 luglio
Risalgo da un sentiero ombreggiato dal mirto, da qualche olivo abbandonato. Alle spalle una spiaggia deserta, con le rovine antiche riesumate dagli archeologi. Mi offrono pomodori e cetrioli. Li ringrazio per il lavoro indispensabile che fanno, e per la forza e la dignità di cui ci danno esempio. “Non sappiamo come andrà a finire. Le cose sono difficili, ma cosa dobbiamo fare? Non possiamo che provare a resistere”. Combattimento davvero eroico, continuare gli scavi e tenere aperto il museo del paese capoluogo. Che ha splendidi reperti dalla preistoria all’età arcaica, ma può aprire solo un giorno alla settimana. “Non c’è personale, non riusciamo a fare di più”.
Arrivo al villaggio principale e raccolgo informazioni. Tsipras ha firmato.
Mi pare una capitolazione. Cerco di mantenere la testa fredda. Il padrone della taverna sulla piazza del municipio mi dice : “ Si, ha firmato. Che poteva fare? Con un macigno sulla testa. Hanno deciso che doveva piegare il capo. Ma ha combattuto, almeno ci ha provato. Poi non è che il passero abbatte l’orso, no?”
Ritorno al porto. In un negozio di informatica, per risolvere un problema con le email. La cosa prende un po’ di tempo, e mi invitano a sedermi. Artemio, sulla quarantina, mi dice : “Non poteva che andare a finire così, che ci vuoi fare? Pure il fondo in Lussemburgo ci hanno imposto”; “No, questo no; l’hanno lasciato ad Atene!” corregge la moglie; “I greci hanno tante responsabilità, intendiamoci, tante riforme sono state rinviate da troppo tempo. Ma i tedeschi ci sono dentro fino al collo pure loro. Se scavi sottoterra qui ci trovi i cavi della Siemens, è dal 1910 che hanno il monopolio. Se privatizzano come previsto finiremo come l’Albania, che non ha neppure l’acqua pubblica: pagheremo alla Coca Cola per aprire il rubinetto. Il paradosso è che comunque, se si vota domani, Tsipras vince e stravince. Pure mia nonna ha votato no !”.
Questa volta riparto senza scontrino. Servizio graziosamente offerto.
Poco lontano il sole illumina la forma astratta e quasi irreale di una ciminiera. Una fabbrica di pentole smaltate, che esportava in tutti i balcani, bell’esempio di architettura industriale, ormai abbandonata. Ci crescono dentro gli eucalipti.
Mercoledì 15 luglio
Di ritorno ad Atene. Mattina al Museo Archeologico, dove s’incontrano dal vivo i protagonisti dei libri di Storia dell’arte. Lo Zeus di Capo Artemisio troneggia in una delle sale più grandiose , leggero e presente, familiare ma quasi sottilmente inquietante. Tutt’intorno rilievi e stele funebri dell’età arcaica. Molti hanno parti deliberatamente abrase, la superficie appiattita a colpi di scalpello. La ragione fu il diktat imposto dagli Spartani agli Ateniesi : non si dovevano ricostruire le fortificazioni di Atene, distrutta dai Persiani, per evitare di creare una piazzaforte difficile da espugnare, qualora fosse caduta in mani nemiche. Si trattava ovviamente di un pretesto, lo scopo vero degli spartani era quello di indebolire quanto possibile la rivale di sempre. Temistocle propose allora di andare a Sparta per rassicurare lui stesso gli spartani. In realtà mobilitò nel frattempo tutta la città (donne e bambini compresi), per tirare su delle mura il più rapidamente possibile, in modo che fossero complete alla fine del viaggio .
Gli ateniesi non esitarono a sacrificare basi di statue, stele funebri, frammenti di colonne, che vennero impilati alla bene meglio e quando necessario ridotti in pezzi o scalpellati perché meglio combaciassero. Il piano riuscì. Un esempio storico che sembrerebbe adeguarsi con pochi sforzi al presente.
La visita continua. File di turisti ingombrano le vetrine più celebri. Ma molte sale restano assurdamente e tristemente chiuse. Al piano superiore, solo si immaginano le centinaia di vasi attici aldilà della cordicella.
I guardiani hanno dovuto spostare le sedie a cavallo fra due sale, perché i funzionari del museo sono meno della metà del necessario.
Giovedì 16 luglio
Il quartiere di Psyrri è un condensato di Atene. Essenza dell’Atene popolare, stretto tra la Piazza Omonia, l’acropoli e il Theseion, ha le strade strette e tortuose di un paese di campagna. La speculazione edilizia degli anni ’60 e ’70 qui ha colpito a metà: il programma ‘urbanistico’già in atto ai tempi di Karamanlis (1955-1963), e furiosamente accelerato durante la dittatura dei Colonnelli (1967-1974), era semplice. I palazzinari compravano le vecchie case a due o tre piani –dalla garbata architettura neoclassica- per demolirle e costruire stabili di 5-6 piani, brutti e anonimi. Due appartamenti nuovi di zecca erano il pagamento i natura ai proprietari delle vecchie case. Praticamente impossibile resistere.
Dal ritorno della democrazia (1974) una legge impedisce di demolire le vecchie case ateniesi. Ma scarsi sono i programmi di recupero e gli investimenti pubblici per restaurarle. Alcune risorgono lentamente, sotto la spinta di una gentrification che tocca il quartiere; molte sono lasciate all’abbandono, al più sostenute da impalcature per impedirne il crollo. E alcune te li ritrovi proprio in polvere, a bloccare la strada, con le macerie transennate.
Sono a tavola con Michalis, ingegnere e ricercatore all’Università, e anche dirigente del partito Antarsia, piccola formazione a sinistra di Syriza. Antarsia chiede l’uscita della Grecia dalla UE e dall’Euro; dal punto di vista della cultura politica, dell’antropologia sociale, i suoi militanti sono però piuttosto vicini a quelli di Syriza. Ovviamente hanno salutato la scelta del referendum, e votato tutti ‘no’.
“La strategia di Tsipras ha fallito – dice – non poteva non fallire: questo esito dimostra che non è possibile salvaguadare una dinamica democratica dentro l’euro. Ovviamente non posso mettere Tsipras sul piano di Papandreou, degli altri socialdemocratici. Non si può dire che questa strategia mirasse deliberatamente a questo esito, ma il progetto europeo si fonda sul dominio dei mercati, e la democrazia, la politica stesse sono un intralcio”. Obietto che alcune premesse che lasciavano ben sperare c’erano: le ammissioni del FMI sull’assurdità delle politiche di austerità, le più recenti politiche monetarie, insomma la crisi di un sistema ideologico, l’abbrivio di un nuovo ciclo. “Le premesse ideologiche non traducono nessun cambiamento nei rapporti di forza: il capitale picchia duro. Credo che Tsipras abbia fatto un errore a considerare possibile un cambiamento di politiche economiche dentro il sistema. E a non preparare prima l’uscita dall’euro. Che avrebbe comportato certo una fase molto difficile –perché l’austerità non la liquidi in un mese- ma almeno avrebbe aperto una prospettiva nuova”. In ogni caso siamo d’accordo su un punto: dopo il tentativo di Tsipras, niente sarà più come prima. “La storia è dialettica, no? Nulla di quello che accade è del tutto neutro”. I gatti mangiano le briciole di pane sotto il tavolo, e si rifugiano sulla soglia di marmo della scuola di fronte.
Venerdì 17 luglio
Visita al Museo Benaki. Siamo nel cuore dell’Atene ‘bene’, il quartiere di Kolonaki. Ambasciate, gioiellerie, bar con il caffè a 6 euro. Il museo raccoglie le collezioni del magnate Emanuele Benakis (1843-1929), commerciante di cotone, che raccolse nella sua lussuosa dimora cimeli classici, bizantini, e ricordi della guerra di Indipendenza. All’ultimo piano del museo c’è un ristorante con vista aperta sul giardino nazionale e sul Partenone. Clientela tutta locale: borse Chanel, gioielli pesanti e visibili, “messe in piega” impeccabili su colli rugosi ma tonici e abbronzati. Ritorna il pantalone arancio aragosta. Insomma, la Grecia del ‘Sì’.
Più le società sono polarizzate, più la borghesia è grottesca.
Un signore sulla cinquantina, pantalone di lino, camicia verde Amsterdam con le insegne di un club di golf, riporto e capello corvino, visibilmente tinto, mi sente parlare in italiano. E si avvicina: “Siete qui per vacanza? Io lavoro a Bari, ecco perché conosco l’Italiano”, sorride cercando complicità. Resto sulle generalità storico architettoniche; “Eh, qui abbiamo i nostri problemacci! Ne sa qualcosa?”. Decido di andare all’affondo: “Si, sappiamo e seguiamo con attenzione le vicende del popolo greco, che risponde con dignità e coraggio alle minacce del sistema finanziario”. È un po’ sorpreso, ma rincara: “….eh, ma io vedo a Bari, ci sono persone che al ristorante lasciano il piatto a metà! Non ci deve lamentare, poi!”. “ Be’ se c’è gente che lascia il piatto a metà, e chi non ha la casa, questo dimostra l’ineguale distribuzione del reddito, caro signore”. Va allora al sodo: “il governo di Tsipras sbaglia, ci porta alla catastrofe, fa solo populismo per farsi rieleggere, è un governo che fa molto male alla Grecia!”. “ La storia lo dirà” taglio corto. “Il conto per favore”. Il conto arriva, ma dimenticano lo scontrino. Mi alzo e saluto con fredda cordialità il mio interlocutore.
Le dame continuano a sorseggiare il caffè, gli abbronzati in poltrona scuotono i costosi orologi automatici.
Nel mezzogiorno di Atene, uscendo dal propilo neoclassico del museo, l’ultimo dialogo mi chiarisce le idee. Malgrado tutto, nonostante tutto, non si può stare che dalla parte di Tsipras.
Foto copertina da Wikipedia