Attualità

La Grecia, i rifugiati e la crisi

Se qualcuno avesse pensato che Tsipras ha sacrificato tutto al solo scopo di mantenersi al potere, guardi alle pesantissime difficoltà che il primo ministro greco e il suo governo stanno fronteggiando. C’è da scommettere che pochi vorrebbero prendere il suo posto in questo momento drammatico e cruciale per la Grecia, per l’Europa, per il destino della nozione stessa di umanità. Schiacciata da disastrose politiche economiche neoliberiste, con disoccupazione e povertà da tempi di guerra, socialmente regredita, la Grecia deve anche affrontare la sconvolgente crisi dei rifugiati: flussi ingenti di disperati che si ammassano alle frontiere fuggendo dalla guerra, dall’oppressione più oscurantista, dalla morte. Che spesso ferocemente li riagguanta a pochi metri dalle coste greche.

La Grecia, i rifugiati e la crisi

E in tutto questo si trova uno Schauble per dichiarare:“la Grecia non utilizzi la crisi dei profughi per non rispettare gli impegni presi”, o che “bisogna aumentare la competitività della Grecia” (4 marzo, London School of Ecoomics). O un nazionalista Victor Orbán per pretendere che si costruisca un muro sulle frontiere nord della Grecia “come linea di difesa dell’Europa”. O ancora un primo ministro belga proporre: “L’unica soluzione per proteggere Schengen e il progetto europeo è la chiusura ermetica delle frontiere esterne Ue ai flussi irregolari e non controllati di migranti”. E perché alle parole seguano i fatti, Austria, Ungheria, Slovenia si sono affrettate ad innalzare reti di filo spinato alle loro frontiere, per impedire ai miserabili, ai poveri, ai rifugiati di guerra di ‘invadere’ il loro territorio. Per non parlare della grottesca decisione della Danimarca, che ha preso l’inaudita decisione di sequestrare i beni stimati superiori a 1400€ ai rifugiati che chiedono di entrare sul loro territorio. Fuggendo dai teatri geopolitici che trent’anni di politica estera ‘occidentale’ hanno contribuito a creare. Ma mentre la ‘mitteleuropa’ scivola verso gli incubi peggiori del suo passato, la tradizione di ospitalità del popolo greco non si è smentita. Solo chi ha nella memoria le sue sofferenze recenti, chi ha vissuto, appena due generazioni fa, il tragico esilio sulle rotte che oggi percorrono i siriani (evacuazione dei greci da Smirne, 1922), può forse capire il dramma che oggi si consuma, e non chiudersi in un bieco egoismo. Dolorosamente attuali le parole di un poeta che è specchio della coscienza greca: “Veniamo dall’Arabia, dall’Egitto/ e dalla Palestina e dalla Siria:/ lo staterello della Commagene/ spento come una lucerna/ spesso ci torna a mente,/ e metropoli che vissero millenni/ e decaddero a pascolo di capre […]. Ma il pensiero del profugo, il pensiero/ del prigioniero, il pensiero/ dell’uomo divenuto anch’egli merce,/ prova a mutarlo, non puoi.” (Giorgio Seferis, da Ultima Stazione, 1944. Trad. Pontani).
Ed è anche in ragione di questa coscienza che si manifesta una straordinaria solidarietà dei greci con i rifugiati, in forme e con una intensità che faticano a capire i miserabili guardiani della ‘fortezza Europa’. A Lesbo, dove un fornaio distribuisce il pane gratis; a Eidomeni, dove le organizzazioni umanitarie greche e internazionali cercano di alleviare le sofferenze di decine di migliaia di persone accalcate alla frontiera con Skopje; ad Atene, dove i cittadini raccolgono derrate, coperte, giocattoli davanti al parlamento per distribuirli alle famiglie siriane.

L’Europa inesistente

Il summit UE-Turchia che si è svolto lunedì a Bruxelles ha portato risultati in chiaroscuro. Se Angela Merkel (forse più sensibile al giudizio che la storia porterà sulla sua azione) ha dichiarato che la Grecia non può essere lasciata sola, Werner Fayman, primo ministro austriaco (fino a pochi mesi fa vicino al governo di Atene sulle questioni economiche) ha ribadito che Vienna non applicherà la ripartizione per quote, pur ribadita in principio nella dichiarazione finale. La Turchia ha da parte sua richiesto l’erogazione di nuovi fondi per trattare la questione dei profughi, innalzando la posta. In definitiva, le decisioni concrete sono rimandate al 17-18 marzo, ma globalmente la linea dura, degli egoismi nazionali, è stata esplictamente sconfessata. Resterà da vedere quale sia l’effettiva autorità della UE rispetto agli stati membri. Nel comunicato è anche riconosciuta la necessità di un aiuto alla Grecia, che sopporta il peso maggiore della crisi allo stato attuale delle cose. Qualche intonazione positiva, che ha fatto dichiarare a Tsipras che “sono stati isolati i paesi che volevano isolare la Grecia”. Il primo ministro è poi volato a Smirne dove ha incontrato Ahmet Davutoglou per negoziare alcuni accordi sui temi economici e dell’immigrazione. Forse questa difficilissima situazione ha indirettamente favorito i negoziati sul ‘programma economico’, svoltosi in parallelo all’Eurogruppo. Dijsselbloem ha evocato esplicitamente l’apertura sulla discussione sul debito, la necessità di riprendere il lavoro delle istituzioni sulla ‘valutazione’ del programma, e l’erogazione dei fondi. Michel Sapin (ministro delle finanze francese) ha addirittura parlato del 17-19 aprile (sessione primaverile del consiglio dell’FMI) per aprire le trattative. C’è da sperare che la ragione prevalga, dinnanzi ai neri spettri della xenofobia e dei nazionalismi rinascenti. In un articolo recente, Béatrice Delvaux si scriveva su Le Soir: “Ci siamo sempre chiesti cosa avremmo fatto o detto negli anni 1930-40. Ebbene, è proprio a questa domanda – anche se certo in circostanze diverse – che oggi siamo chiamati a rispondere”. Per evitare che il peggio diventi di nuovo possibile, una svolta sulla questione greca sarebbe il simbolo di un’uscita verso l’alto dalle crisi del preteso turbocapitalismo: economica, politica, umanitaria, tutte indissolubilmente legate alle stesse cause.