Cultura e scienze

Cosa pensano gli scienziati della tesi del “più scienziato” Zangrillo sul Coronavirus

Lo Science Media Centre britannico, organizzazione indipendente, la cui missione è “fornire informazioni accurate e basate su prove scientifiche su notizie controverse e di attualità quando si verifica la maggior confusione e disinformazione”, ha pubblicato  il parere di alcuni cattedratici e ricercatori, sicuramente “più” scienziati come il primario del San Raffaele

A Radio 24 ieri Alberto Zangrillo, primario di anestesia e rianimazione al San Raffaele di Milano, ha difeso la sua uscita sul Coronavirus “che clinicamente non esiste più” (parole da lui pronunciate nella trasmissione “1/2 Ora in più”, ospite di Lucia Annunziata domenica scorsa), affermando, ai microfoni di “Uno, nessuno, 100Milan”:

Una cosa che trovo fastidiosa di questo Paese è che i clinici siano da una parte e gli scienziati dall’altra. Noi dobbiamo intenderci sulla qualifica di scienziato, perché se andiamo a vedere i parametri io sono molto più scienziato di tanti autoproclamatosi scienziati, anche facenti parte del Comitato tecnico scientifico

Letta così, potrebbe sembrare l’ennesima discussione tra medici italiani di specializzazione diversa alla quale questa pandemia ci ha abituato e che ha disorientato l’opinione pubblica. Per questo, risulta interessante vedere cosa pensano alcuni scienziati lontani dalle “beghe”  italiane della tesi di Zangrillo.

Cosa pensano gli scienziati della tesi del “più scienziato” Zangrillo

Lo Science Media Centre britannico, organizzazione indipendente, la cui missione è “fornire informazioni accurate e basate su prove scientifiche su notizie controverse e di attualità quando si verifica la maggior confusione e disinformazione”, ha pubblicato  il parere di alcuni cattedratici e ricercatori, sicuramente “più” scienziati come il primario del San Raffaele. Per Francois Balloux, professore di biologia dei sistemi computazionali e direttore dell’UCL Genetics Institute, della University College London (UCL)

Non ci sono prove che la SARS-CoV-2 sia diventata più o meno virulenta o trasmissibile.  L’epidemia in Italia è diminuita nelle ultime settimane nonostante l’allentamento delle misure di distanziamento sociale messe precedentemente in atto. Ciò è in linea con quanto osservato nella maggior parte dei paesi europei. La misura in cui ciò è dovuto solo alle misure di allontanamento sociale residue in atto, o se la stagionalità o alcuni altri fattori stiano giocando un ruolo rimane dibattuta. Detto questo, non dovremmo assolutamente escludere una seconda ondata epidemica entro la fine dell’anno. 

Non credo che questi commenti siano utili o riflettano le prove scientifiche attuali. Il carico virale dei test di tampone varierà nel corso di un’infezione. Se confrontato lo stesso giorno post-infezione, la carica virale può essere correlata alla gravità dei sintomi. Tuttavia, la dose virale potrebbe anche essere una funzione della dose infettiva iniziale (il numero di virioni con cui un paziente è stato infettato). È probabile che la trasmissione all’aperto sia caratterizzata da una dose infettiva più bassa e da sintomi meno gravi, rispetto alla trasmissione all’interno. Non ci sono prove che il virus abbia perso forza in questa fase.

L’idea che il virus si stia indebolendo non è  basata su prove certe

Per Elisabetta Groppelli, docente di Global Health e virologa presso l’Università St George di Londra,

L’idea che il virus si stia indebolendo non è  basata su prove certe.  In Italia, l’età dei casi confermati è in costante calo e sappiamo che la  malattia tende ad essere meno grave nei gruppi più giovani. I casi vengono anche diagnosticati prima, il che consente di curare meglio. Qualsiasi prova che la gravità della malattia stia diminuendo dovrebbe tenere conto di questi punti. Il genoma del virus viene monitorato in tutto il mondo, anche nel Regno Unito. Molte università e centri di ricerca stanno leggendo le informazioni genetiche per valutare quanto cambia nel tempo e se esiste un legame tra le informazioni genetiche virali e la gravità della malattia. La conclusione a cui si è arrivati è che sebbene i genomi mostrino alcuni cambiamenti, non ci sono prove per aumentare o diminuire le caratteristiche del virus, come la trasmissibilità e la gravità della malattia.

Martin Hibberd, infettivologo e docente della London School of Hygiene & Tropical Medicine, sostiene che

Attualmente c’è uno sforzo in tutto il mondo per stabilire se la composizione genetica della SARS-CoV-2 stia cambiando, permettendoci di determinare se c’è qualche causa sottostante di qualsiasi cambiamento nel COVID-19. Con dati provenienti da oltre 35.000 genomi di virus interi, al momento non ci sono prove che ci siano differenze significative relative alla gravità. Mentre  potrebbe cambiare in futuro, per ora sembra probabile che ci siano altri motivi per cui i casi osservati sembrano diversi

Sappiamo che il virus può infettare molte (e forse la maggior parte) persone senza produrre sintomi evidenti o gravi, mentre anche in quelli con sintomi chiari, l’80% ha una malattia lieve. Durante un’epidemia grave, è probabile che questi casi lievi o inapparenti vengano trascurati. Tuttavia, in una situazione in cui il numero di casi gravi sta diminuendo, potrebbe esserci del tempo per iniziare a osservare le persone con sintomi meno gravi, dando l’impressione che il virus stia cambiando.

Affermazioni non plausibili per motivi genetici

Per Oscar MacLean, del Centro di ricerca sui virus dell’Università di Glasgow, MRC, le affermazioni di Zangrillo…

non sono supportate da nulla nella letteratura scientifica e sembrano anche abbastanza non plausibili per motivi genetici.La stragrande maggioranza delle mutazioni SARS-CoV-2 è estremamente rara e quindi, sebbene alcune infezioni possano essere attenuate da alcune mutazioni, è altamente improbabile che siano abbastanza comuni da alterare la natura del virus a livello nazionale o globale. Sappiamo che la suscettibilità al virus differisce in modo significativo tra età e gruppi di rischio, e quindi i risultati dell’infezione differiranno drasticamente anche tra gli individui. Poiché gli sforzi di test sono aumentati in tutto il mondo, le infezioni asintomatiche e lievi che in precedenza non sarebbero state rilevate, ora hanno molte più probabilità di essere identificate. È importante non confonderlo con alcun indebolimento da parte del virus. Fare queste affermazioni sulla base di osservazioni aneddotiche da test di tampone è pericoloso. Mentre l’indebolimento del virus attraverso le mutazioni è teoricamente possibile, non è qualcosa che dovremmo aspettarci e qualsiasi affermazione di questo tipo dovrebbe essere verificata in modo più sistematico. Senza prove significativamente più forti, nessuno dovrebbe minimizzare inutilmente il pericolo rappresentato da questo virus altamente virulento e rischiare la risposta in atto in tutta la società.

La diversa opinione di un suo collega del San Raffaele

Tornando sul suolo patrio, anche in Italia la tesi di Zangrillo, subito “sposata” dalla stampa di destra e negazionista (Secolo d’Italia, Il Giornale, Libero, nicolaporro.it, Vox) è stata smontata, e proprio da un collega del San Raffaele. Scrive David Puente su Open,

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Per comprendere l’errore comunicativo di Zangrillo bisogna riportare le parole del suo collega Massimo Clementi, direttore del Laboratorio di Microbiologia e Virologia del San Raffaele e professore all’Università Vita-Salute, da lui stesso citato a sostegno delle sue parole, dove “risulta evidente l’enorme differenza tra la comunicazione da talk show di Zangrillo e quella da ricercatore scientifico di Clementi, il quale non dichiara una «scomparsa» del virus ma che “è cambiata la manifestazione clinica, forse anche grazie alle condizioni ambientali più favorevoli. Ora assistiamo a una malattia diversa da quella che vedevamo nei pazienti a marzo-aprile. Lo scarto è abissale ed è un dato che riteniamo importantissimo. Confermato peraltro dalla pratica: non solo non abbiamo più nuovi ricoveri per Covid in terapia intensiva, ma nemmeno in semi-intensiva. Nelle ultime settimane sono arrivati pochi pazienti e tutti con sintomi lievi. E, aggiunge Clementi, “nessuno può sapere con certezza se ci sarà una nuova ondata di contagi, la temevamo anche per la Sars ma non si è verificata e, anzi, il virus è scomparso. Per quanto riguarda Sars-CoV-2, ci potranno essere dei focolai locali e sarà determinante il modo in cui sapremo reagire, isolandoli, individuando i contatti e affidando i pazienti alla medicina di territorio per lasciare gli ospedali solo a eventuali casi gravi.

Da segnalare, infine, il contributo su Scienza in rete di Cesare Cislaghi, ex presidente dell’Associazione italiana di Epidemiologia. Nel suo articolo Equivoci virali Cislaghi scrive:

il quesito “scientifico” che ci si deve porre con molta serietà, e soprattutto con sobrietà, è il seguente: è il virus che “è sparito” o sono le misure di contenimento che lo stanno bloccando? E partiamo da un dato incontestabile: la frequenza non solo di malati ma anche di soggetti positivi è in chiara ed elevata diminuzione, ma questo è un regalo del virus o una conquista delle misure preventive importanti adottate? E magari usciamo dal nostro orticello e guardiamo anche il mondo: cosa succede causa virus negli USA, in Brasile, in Corea del Sud dove dopo gli incontestabili successi hanno ripreso il lockdown, eccetera?

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