Cultura e scienze

Il nipote segreto di Josif Stalin

yuri davydov stalin

Il Siberian Times, tabloid in lingua inglese che orgogliosamente informa su tutta la vastissima Russia asiatica, pubblica oggi una storia particolare: pare infatti che Yury Davydov (o Jurij, se preferite la traslitterazione classica), un ingegnere edile in pensione di 67 anni, sia il nipote segreto di Josif Stalin.

L’esame del DNA

Il legame genetico fra l’anziano siberiano e il rivoluzionario e dittatore georgiano sarebbe stato confermato dall’esame del DNA, sollecitato dallo stesso Davydov, sostiene lui, “per difendere il buon nome di mia nonna e dei miei genitori”: in tanti l’avevano infatti accusato, dato che la storia era già nota ma mancava di prove scientifiche, di essere un impostore, o quantomeno il nipote di una mitomane. Quando infine un nipote “certificato” di Stalin si è convinto a fornire il proprio DNA per la comparazione, è emerso che il pensionato di Novokutsnetsk (città industriale nel cuore della Siberia) aveva ragione. La parte interessante della storia, tuttavia, è la circostanza un po’ romantica un po’ pruriginosa delle avventure amorose di Stalin. Il futuro Piccolo Padre, allora soltanto un bolscevico caucasico di sangue caldo e di bell’aspetto (benché bassino e claudicante), fu arrestato nel 1913 a causa delle sue attività sindacali e rivoluzionarie nel Caucaso zarista; scappato e riacciuffato, fu infine esiliato in Siberia, per l’esattezza in una zona desolata sulle sponde del fiume Kurejka. La zona, tuttavia, non doveva essere disabitata, perché Stalin vi incontrò la giovanissima Lidia Platonovna Pereprygina, nata nel 1900 (Stalin era nato invece nel 1879). La frequentazione tra i due non fu né breve né superficiale, visto che la ragazzina già nel 1915 diede alla luce un bambino, che non sopravvisse al parto; l’anno dopo nacque invece Alexander, ma Stalin era già lontano, tornato a San Pietroburgo a lavorare per la rivoluzione.

Sedotta da bambina e abbandonata per la rivoluzione

Questo, tuttavia, la giovane Lidia non poteva saperlo; ascoltò invece le voci che davano l’ex esiliato per morto al fronte, e accettò dunque, pochi anni dopo, la proposta di matrimonio di un altro uomo. Solo più tardi seppe dai giornali che il padre di suo figlio non era affatto morto, e che anzi aveva riscosso successo nella Mosca post-rivoluzionaria; ma Lidia, forse per istinto femminile, preferì tenersi il nuovo marito siberiano e restare in silenzio. Al figlio, comunque, disse la verità; e questi a sua volta la comunicò ai propri figli. Uno di questi, appunto Davydov, ha infine riscattato l’onore e la serietà di sua nonna. La cosa che sembra non turbare nessuno, ad ogni modo, è la relazione fra il trentacinquenne Stalin e la quattordicenne Lidia. Forse perché sono cose lontane, nel tempo e soprattutto nello spazio, dalla nostra attualità urbana e urbanizzata: c’è infatti un detto marchigiano, che credo sia molto a proposito, che recita “In campagna gode un metro”, nel senso dell’aver molto spazio, soprattutto figurativo, di movimento. E se “gode” un metro nella sovrappopolata campagna centroitaliana, pensate quanto sia possibile e permesso nella vasta, vuota ma non così noiosa Siberia centrale del primo Novecento.