Cultura e scienze

Un veterinario può essere anche cacciatore?

Parliamo di quello che indigna ampi strati dell’opinione pubblica: la caccia. Inizieremo con una breve premessa sugli aspetti generali della pratica venatoria e sul quadro legislativo italiano in materia di caccia e successivamente faremo un accenno su ciò che concerne il turismo venatorio in Africa, concluderemo con delle riflessioni sulla vicenda del veterinario-cacciatore.

Perché la caccia non è (ancora?) un’attività illegale

La fauna selvatica è patrimonio indisponibile dello Stato ed è tutelata nell’interesse della comunità nazionale ed internazionale. (legge 157/92, art. 1, comma 1)

Un tempo la selvaggina era considerata res nullis, ovvero di nessuno. Nel corso del tempo nella nostra cultura si è inserito abbastanza recentemente il concetto di biodiversità come valore e come ricchezza di vita sulla Terra e di conseguenza si è sentita l’esigenza di tutelare la fauna selvatica e l’ambiente con l’introduzione di nuove leggi. Per sopperire a tale necessità, nel nostro Paese si è stabilito di considerare la fauna selvatica come “patrimonio indisponibile dello Stato”: nessuno può disporne liberamente. La legge 157/92 di cui l’articolo sopracitato ha il compito di tutelare gli animali selvatici e regolamentare la caccia in modo che essa possa essere svolta senza pregiudicare la biodiversità, la conservazione delle specie e le popolazioni che da allora sono considerati come un bene da proteggere. In un determinato territorio, la coesistenza di diverse specie è determinata da diversi fattori: la coesistenza degli animali, l’habitat, le malattie e la disponibilità di cibo. In questa cornice non conta più il singolo animale quanto la popolazione e il suo rapporto con il territorio. La caccia viene esercitata sul territorio agro-silvo-pastorale, (art. 10), e sta alle Regioni il compito di gestire questa attività, mentre la pianificazione dettagliata spetta alle Province, agli ATC (Ambiti Territoriali di Caccia) e ai Comprensori Alpini.
Essendo la fauna selvatica patrimonio indisponibile, solo chi esercita la caccia rispettando modi, tempi e luoghi definiti della legge, ne diventa legittimo proprietario. Il cacciatore deve essere in possesso di una regolare licenza e di un tesserino regionale per l’esercizio venatorio, corredato dai dati anagrafici e i dati riguardanti l’attività venatoria di ogni cacciatore, controllabile dalla polizia provinciale. La licenza di caccia prevede certificato anamnestico comprovante l’idoneità psicofisica del cacciatore, rilasciato dall’ASL di competenza o dal medico di famiglia, un certificato di idoneità al maneggio delle armi rilasciato da una sezione del Tiro a segno nazionale dopo il superamento della prova di tiro; superamento dell’esame (scritto e orale) di abilitazione all’esercizio venatorio presso la Provincia di residenza. L’esame prevede quesiti su diverse materie, quali normativa, zoologia, agricoltura, armi e la balistica e procedure di primo soccorso. Ma non basta: il cacciatore deve essere incensurato, inoltre anche una sola guida in stato di ebrezza è sufficiente per il ritiro del porto d’armi. Le leggi nazionali, regionali e i regolamenti provinciali devono tenere conto del parere dell’ISPRA (Istituto superiore per la Ricerca e la Protezione ambientale), che è l’organo tecnico-scientifico di riferimento identificato da suddetta legge. Qualsiasi forma di abbattimento o anche solo l’impossessamento di fauna selvatica che non rispetti la legge o la caccia di specie particolarmente protette o in aree con divieto, è considerata bracconaggio e pertanto perseguibile penalmente.
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I vari tipi di caccia

Esistono diversi tipi di caccia in Italia. Il linea di massima abbiamo da una parte la caccia da diporto, che non ha utilità sociale al di fuori dell’aggregazione degli appassionati e dall’altra la caccia di selezione che è un tipo di caccia che riguarda gli ungulati (cinghiale, capriolo, daino, cervo, camoscio e muflone) il cui numero va oltre la densità obbiettivo decisa dagli enti preposti (Ispra, Regione, Provincia, ecc.). I cacciatori che praticano questo genere di caccia sono detti “selecontrollori” e devono avere superato un esame abilitativo specifico per poter praticare la caccia di selezione. Il numero di capi prelevabili da ciascun cacciatore è variabile, a seconda del piano d’abbattimento annuale stabilito dagli enti di riferimento per ciascun comprensorio alpino o ambito territoriale, il quale viene elaborato in base al calcolo del MSY (Maximum Susteinable Yield) per i dati provenienti dai censimenti annuali eseguiti sulle popolazioni di ungulato presenti sul territorio di pertinenza.
Integrando diversi parametri in particolare per quanto concerne la coesistenza con l’uomo, (tra cui la carta delle vocazioni faunistiche regionale, gli incidenti stradali, i danni all’agricoltura, i centri abitati, ecc.), gli enti preposti ricavano la densità obiettivo delle specie di interesse e secondo i piani venatori nazionali e il parere dell’Ispra e in base a questo numero le province possono promulgare regolamenti che consentono di abbattere un certo numero di esemplari di una determinata specie, in un certo territorio in un dato periodo. Per calcolare il numero di animali di una determinata specie si fanno delle stime tramite i censimenti, da cui poi si calcola la densità obiettivo. Nonostante la caccia di selezione, come afferma l’Ispra[1], i numeri degli ungulati continuano ad aumentare anche perché i cacciatori vogliono avere la possibilità di cacciare anche l’anno seguente. Le associazioni di tutela degli agricoltori lamentano l’aumento dei danni legati alla fauna selvatica (Agrinsieme, CIA Confederazione Italiana Agricoltori, Coldiretti); inoltre c’è stato un incremento persino degli incidenti stradali causati da selvatici (link).

La caccia di selezione

La caccia di selezione potrebbe avere anche un ruolo ecologico, portiamo come esempio uno studio inglese[2], la raccolta di dati relativi alla vegetazione e all’abbondanza di alcune specie è stato evidenziato un rapporto evidente tra la crescita del numero di caprioli, la diminuzione della biodiversità e la riduzione dei siti idonei alla nidificazione degli uccelli e delle fonti di cibo per altre specie boschive; in questo studio[3], invece, è stato evidenziato una correlazione tra l’aumento del numero di alcune specie di cervidi e la diminuzione di diverse popolazioni di uccelli canori. Comprensibile: i caprioli sono brucatori selettivi e si nutrono di gemme e di nuovi ricacci dei vegetali. Ove sono presenti alte densità di caprioli nessun albero riesce a superare i 5 cm da terra e tutto ciò di non erbaceo viene spogliato da 0 a 70 cm. I cervi invece si adattano alle disponibilità alimentari della stagione divenendo pascolatori o brucatori, modificare la dimensione e la funzionalità di tutto l’apparato digerente.
Quando l’attività venatoria non è sufficiente a contenere i danni causati da alcune specie la legge prevede la possibilità di effettuare i cosiddetti piani di controllo. Non si tratta di caccia, ma di attività speciali di contenimento numerico, da attuare in situazioni emergenziali tramite catture e abbattimenti di specie non cacciabili o per le quali l’attività venatoria non determina una sufficiente riduzione numerica nel corso dell’anno (cinghiale, volpe, cornacchia grigia, gazza, ghiandaia, piccione, tortora dal collare, uccelli ittiofagi nei pressi degli allevamenti ittici, passeri, storni e ovviamente nutria). Questa attività è svolta sotto la responsabilità ed il coordinamento della Polizia Provinciale, dai gruppi comunali dei coadiutori aderenti agli ATC, ossia dagli stessi cacciatori in possesso dell’abilitazione necessaria rilasciata dalla Provincia in seguito ad un corso di formazione. Ogni provincia, ogni regione e ogni stato deve affrontare i danni da fauna selvatica causati dalle specie locali sulle attività locali. Non esistono quindi specie più nobili di altre, l’uomo cerca di gestirle, da sempre, a seconda del danno causato e dei fondi disponibili nel capitolo di bilancio.
Un caso su tutti da citare può essere il Sudafrica. Come qui da noi esiste il problema del sovraffollamento dei cinghiali, in Sudafrica stanno affrontando il sovraffollamento degli elefanti e stanno facendo fronte al problema con equivalenti piani di controllo[4]. Questi sono alcuni esempi per dire che essere contro la caccia e i piani di controllo per la tutela della biodiversità è riduttivo e semplicistico. Certamente un’attività venatoria indiscriminata è ecologiamente insostenibile, tuttavia la direzione adottata dalle legislazioni nazionali e internazionali è quella di inquadrare la caccia in un’ottica di sostenibilità ambientale. Per fare un esempio abbastanza recente, la Direttiva 79/409/CEE [5] riconosce la legittimità della caccia regolamentata agli uccelli selvatici come forma di uso sostenibile delle risorse naturali.
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La caccia grossa in Africa

Un discorso a parte merita la caccia grossa in Africa dove chi può permetterselo – giacchè si tratta di un’attività piuttosto costosa – va a caccia anche ai costosi “big five” della savana: leoni, elefanti, rinoceronti, leopardi e bufali. Il listino prezzi si aggira attorno alle decine di migliaia di euro per capo. Si tratta di attività legali, controllate e concesse da accordi internazionali (tra cui il CITES – Convenzione di Washington sul commercio internazionale delle specie di fauna e flora minacciate di estinzione – che controlla il traffico dei trofei di caccia), ma che suscitano notevoli perplessità nell’opinione pubblica e accesi dibattiti in tutto il mondo, soprattutto con l’avvento dei social network, spaziando da argomenti etici, biologici e sociali. In modo particolare, proprio a causa della carenza di informazioni, la discussione è polarizzata in due fronti: da una parte abbiamo animalisti e ambientalisti, dall’altra parte i cacciatori e di nuovo gli ambientalisti. La polarizzazione è esacerbata da una carenza di dati affidabili e dalla comunicazione mediatica del fenomeno, più di natura emotiva che divulgativa.

La caccia al trofeo come strumento per tutelare la biodiversità?

Potrebbe mai un trofeo di caccia essere uno strumento utile per la conservazione della biodiversità? La risposta sembrerebbe ovvia. L’uccisione di un animale – soprattutto se si tratta di una specie a rischio di estinzione – sembrerebbe proprio in contraddizione con l’obiettivo di garantire la sopravvivenza della specie stessa, basti pensare che la caccia sfrenata di inizi Novecento dei primi coloni ed esploratori che ha portato all’estinzione dell’antilope azzurra e del quagga in Africa. L’ impatto della caccia dei primi esploratori è stato così devastante che alcuni tra i cacciatori stessi hanno sentito la necessità di proteggere la natura dall’azione indiscriminata dei colleghi, così furono istituite le prime aree protette in vari Stati africani durante i primi del XX secolo[6]. Ma non c’è nulla di cui stupirsi. Come avevo detto, il concetto di biodiversità e di conservazione della natura è di recente acquisizione nella nostra cultura occidentale. Più tardi, nacque ufficialmente il settore della caccia al trofeo in Kenya, e si diffuse in altri Paesi africani: funziona un po’ come adesso, dei turisti bianchi molto ricchi pagando ingentissime somme per la caccia al trofeo, vengono accompagnati da del personale (inseguitori, autisti…) e una guida professionista, che indica quali sono i capi più idonei per essere abbattuti[7].
Attualmente la situazione dal punto di vista della conservazione del territorio africano è molto complessa ed articolata. Innanzitutto consideriamo il fatto che l’Africa non può permettersi di tutelare la biodiversità nello stesso modo in cui lo farebbe l’Europa con i suoi strumenti, per questioni economiche e socio-culturali differenti. Gli Stati africani hanno trovato un modo per generare introiti istituendo delle zone adibite alla caccia. Il numero di animali che possono essere prelevati ed esportati è controllato dal CITES. Le condizioni sono particolari: il prelievo di animali è molto ridotto, estremamente costoso e le prede devono essere individui anziani o inadatti alla riproduzione. I sostenitori della caccia al trofeo regolarizzata dichiarano che questa attività permetta di sovvenzionare la protezione degli animali, la stabilità economica delle popolazioni locali visti gli ingenti ricavi economici anche per aree inadatte al turismo. D’altronde la tutela della biodiversità è un valore maturato della nostra cultura, il modo migliore per esportare nostri valori nelle altre culture per me non sarebbe il “colonialismo morale”, che si impone in maniera violenta e aggressiva, trattando il prossimo come un essere inferiore e malvagio. Il modo migliore per esportare valori è quello di renderli compatibile alle possibilità e agli strumenti presenti negli altri Stati senza ledere agli interessi e all’autonomia degli stessi. I fondi ottenuti dalla caccia al trofeo regolarizzata permetterebbero anche di gestire personale che si occupi di contrastare il bracconaggio, una piaga per quelle zone. I trofei ottenuti con la caccia di frodo, infatti, alimentano un mercato nero destinato in particolar modo ai paesi asiatici, dove vengono utilizzati principalmente nella medicina orientale.
Esistono alcune pubblicazioni scientifiche interessanti che valutano l’impatto positivo e negativo della caccia al trofeo in Africa, come questa review[8] (rassegna di tutta la letteratura scientifica prodotta) contenuta nella guida “Best Practices in Sustainable Hunting A Guide to Best Practices From Around the World”[9] pubblicata dalla FAO. Non tutti sono d’accordo sull’accettabilità e sull’efficacia della caccia al trofeo nell’ottica ambientalista. Tra gli oppositori di questa pratica spiccano ovviamente le associazioni animaliste che sono contrarie proprio al concetto dell’uccisione degli animali tout-court, diverse organizzazioni non governative, alcuni governi africani. Gli oppositori sostengono che i fondi vengano intascati da funzionari corrotti, che certe aree non siano gestite con raziocinio, che il sistema CITES valuti il numero di animali che è possibile prelevare su dati viziati a causa dell’irresponsabilità o dell’assenza di volontà e risorse da parte dei governi locali e che parte del profitto venga trattenuto dalle organizzazioni occidentali, agenzie e intermediari. Le organizzazioni che si oppongono alla caccia al trofeo spingono per bloccarne l’importazione in Europa e negli Stati Uniti. Preoccupato, il responsabile dei parchi in Tanzania, Alexander Songorwa, aveva scritto una lettera aperta al New York Times[10], spiegando che senza i fondi ricavati della caccia al trofeo non sarebbe possibile finanziare tutta una serie di progetti per la conservazione delle specie in via di estinzione in Africa.
Molti scienziati, tra cui lo U.S. Fish and Wildlife Service (l’ente americano per la protezione della fauna selvatica) e lo stesso WWF[11], L’International Union for Conservation of Nature (organizzazione non governativa internazionale), la caccia può contribuire alla conservazione delle specie target purché sia strettamente regolamentata. Chiaramente, allorché venga gestita in maniera inadeguata, può avere un impatto ecologico e sociale fortemente negativo. Ad ogni modo la situazione è talmente complicata che a mio avviso meriterebbe ulteriori studi e in particolare nessuna generalizzazione, ma valutazioni specifiche e approfondite, caso per caso. al fine di un valido giudizio, è necessario discernere fra casi diversi e non fare, come si suol dire, di tutt’erba un fascio.
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La vicenda del veterinario cacciatore

Veniamo dunque al recente caso del veterinario-cacciatore. Un veterinario di Caluso, in provincia di Torino, è finito al centro di aspre polemiche per la pubblicazione di foto che lo ritraggono sorridente accanto alle prede uccise durante le battute di caccia, tra cui spicca quella di un leone. In questi giorni il suo ambulatorio è stato teatro di diversi blitz operati dai militanti animalisti. Il consiglio direttivo del canile di Caluso ha allontanato il veterinario[12] che era il direttore sanitario della struttura. La onlus animalista ENPA[13] ne chiede la radiazione dall’albo, dei colleghi veterinari[14] si sono accorati alle proteste minacciando di andarsene. La Federazione Nazionale degli Ordini Veterinari (FNOVI) ha diffuso un comunicato stampa molto enfatico, annunciando che valuterà l’azione del veterinario dal punto di vista disciplinare.

Un parere personale

Se il veterinario ha violato leggi in Italia o internazionali, è giusto che sia giudicato e condannato, dalle autorità competenti, non da militanti che giocano a fare gli eroi compiendo atti vandalici a scopi intimidatori. Mi auguro che loro vengano puniti perché hanno infranto palesemente la legge. Se ha violato le regole dell’Ordine è giusto che venga sanzionato disciplinarmente come da regolamento. Personalmente ritengo che il veterinario abbia sbagliato a diffondere nel web le immagini considerate da molti di cattivo gusto, però penso che in generale la questione della caccia o della coerenza sia più complicata di quello che sembra. Un sacco di questioni su cui la gente si esprime con veemenza sono in realtà piuttosto complicate. Non c’è nessun premio per chi esprime un parere più in fretta. Dice il detto che la fretta è una cattiva consigliera. C’è e ci sarà sempre chi ha interesse a strappare le parole di bocca agli enti di riferimento, ma non c’è veramente bisogno di rispondere, o almeno, non prima di aver valutato attentamente la situazione.
Cosa può fare o non fare un veterinario? Il veterinario-cacciatore ha sbagliato per la diffusione della foto o perché pratica la caccia? La caccia è compatibile con i principi di biodiversità e coesistenza con l’uomo? Quando si parla di vita, sapendo che gli animali sono esseri senzienti, qual è la linea di confine che separa la caccia dalla zootecnia? Quando si parla di divertimento, qual è la linea di confine che separa la caccia dagli animali utilizzati nelle attività sportive? Su che principi si basano queste distinzioni? Esistono dei “gradi di nobiltà” o “di coerenza” nell’esercizio della professione veterinaria? La clinica dei piccoli animali e la scelta di alimentazione vegana (visto che conta anche quello che un professionista fa anche al di fuori della sua professione) sarebbero forse più qualificanti per un veterinario? Da un’indagine del 2005 [15] su un campione di 882 iscritti all’ordine dei medici veterinari in Italia il 30,6% è un veterinario pubblico (e si occupa principalmente di salute pubblica, quindi di sicurezza alimentare, controllo malattie infettive ecc.,), il 10,6% lavora tra Università e Ricerca, il 6,2% è occupato tra industrie e associazioni di allevatori e il rimanente 52,6% è un veterinario privato. Di questi ultimi il 64,4% dichiara di occuparsi di animali da compagnia, il 24,2% di animali da reddito e il 4,9% di equini. In totale solo un terzo dei veterinari si occupa della clinica dei piccoli animali, nonostante nell’immaginario comune la figura principale del veterinario sia quella del medico dei cani e dei gatti.
Forse la migliore politica sarebbe stata quella di dissociarsi dagli atti vandalici (cosa che purtroppo non è avvenuta) e limitarsi a dire che l’Ordine avrebbe valutato il caso, senza sbilanciarsi troppo da subito e prendere tempo per valutare la situazione, rispondendo a mente fredda. I veterinari cacciatori sono molti più di quanti si possa immaginare. Bisogna capire se la FNOVI quando e se si esprimerà sulla questione, terrà conto delle percentuali dei veterinari descritte sopra e sarà plausibilmente più in linea con i pareri dell’ISPRA, del CITES, della FAO, dell’International Union for Conservation of Nature o della onlus animalista ENPA, maturando una visione di questo complesso fenomeno secondo scienza e coscienza, come un vero professionista farebbe.

Dr. Giulia Corsini, Medico Veterinario

Ringrazio particolarmente per i dati forniti il dr. Francesco Peloso, Medico Veterinario e Tecnico Faunistico

Note:
1 –  Lucilla Carnevali, Luca Pedrotti, Francesco Riga, Silvano Toso, Banca Dati Ungulati, status, distribuzione, consistenza, gestione e prelievo venatorio delle popolazioni degli Ungulati in Italia, Rapporto 2001-2005, pubblicato il 2009 [ultimi dati pubblicati] (link)
2 – Newson, S. E., Johnston, A., Renwick, A. R., Baillie, S. R. and Fuller, R. J. (2012), Modelling large-scale relationships between changes in woodland deer and bird populations. Journal of Applied Ecology, 49: 278–286. doi: 10.1111/j.1365-2664.2011.02077.x (link)
3 – Chollet, S. and Martin, J.-L. (2013), Declining woodland birds in North America: should we blame Bambi?. Diversity and Distributions, 19: 481–483. doi: 10.1111/ddi.12003
4 – “Troppi elefanti, il Sudafrica li abbatte” Corriere della Sera, 26 febbraio 2008. (link)
5 – Commissione europea, “Guida alla disciplina della caccia nell’ambito della direttiva 79/409/CEE sulla conservazione degli uccelli selvatici”, febbraio 2008 (link)
6 – Fitter, R.S., Scott, P.M., 1978. The Penitent Butchers: the Fauna Preservation Society 1903–1978. Collins, London.
7 – Adams, W., 2004. Good hunting. In: Adams, W.M. (Ed.), Against Extinction. Earthscan, London, pp. 19–23
8 – P.A. Lindsey, P.A. Roulet , S.S. Roman Economic and conservation significance of the trophy hunting industry in sub-Saharan Africa, BIOLOGICAL CONSERVATION 134 (2007) 455 – 469
9 – Best Practices in Sustainable Hunting, A Guide to Best Practices From Around the World. CIC Technical Series Publication No. 1. 2008
10 – Saving Lions by Killing Them By ALEXANDER N. SONGORWA , The New York Times, MARCH 17, 2013
11 – Brian Clark Howard, National Geographic, PUBLISHED JULY 29, 2015 Can Lion Trophy Hunting Support Conservation? (link)
12 – ANSA, 4 novembre 2015, Foto con leone ucciso, allontanato veterinario italiano (link)
13 – Quotidiano Canavese, 6 novembre 2015 L’ENPA a gamba tesa sul veterinario cacciatore (link)
14 – Federico Genta, La Stampa, 5 novembre 2015, I colleghi contro il veterinario dei safari: “O viene radiato o ce ne andiamo noi” (link)
15 – Nomisma, maggio 2005, Libro Bianco della professione veterinaria in Italia (link)