Cultura e scienze

I super stipendi dei conduttori Rai

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La Stampa pubblica oggi i dati contenuti in un documento interno della Rai che elenca gli atti firmati dal direttore generale dell’Azienda Antonio Campo Dall’Orto. Da quel documento risulta che Campo Dall’Orto “ha firmato 129 contratti per un ammontare complessivo che sfiora i 340 milioni di euro tra cachet dei conduttori, acquisto di format, produzioni di fiction e programmi e appalti vari“. Questo è possibile, scrivono Paolo Baroni e Paolo Festuccia, perché il nuovo direttore generale ha il potere di firmare contratti fino a 10 milioni di euro (i suoi predecessori avevano un tetto fissato a 2,5 milioni). Dall’anno scorso sul sito della Rai è attiva la sezione trasparenza dove sono pubblicati gli stipendi dei dirigenti Rai che superano i 200 mila euro all’anno e dei consulenti che ne percepiscono più di 80 mila (grazie ad un simpatico trucchetto non è più in vigore invece il tetto dei 240 mila euro per le retribuzioni).

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Tra parentesi le cifre in milioni di euro. Fonte: Bilancio Rai semestrale 2016 (periodo fino al 30 giugno 2016)

La questione della trasparenza sui contratti dei “big”

Non vengono però pubblicati i compensi percepiti dagli artisti, dai giornalisti e dai conduttori esterni all’azienda che hanno un contratto con la televisione pubblica. Dall’Orto ha spiegato in passato: «Il loro stipendio è un tema sensibile, perché li paghiamo meno dei nostri concorrenti» e quindi si tratterebbe di una questione di riservatezza per non agevolare la concorrenza. I membri del Cda (così come naturalmente il direttore generale) sono però a conoscenza di quanto percepiscano i vari Carlo Conti, Bruno Vespa o Michele Santoro e nel documento di cui la Stampa è entrata in possesso ci sono gli importi dei contratti firmati da Antonella Clerici, Lucia Annunziata, Piero Angela, Flavio Insinna e Michele Santoro ed ai conguagli per le prestazioni straordinarie e non previste dal contratto per  Bruno Vespa, Fabrizio Frizzi,  Massimo Giletti, Carlo Conti e Michele Guardì. Il Parlamento ha più volte chiesto di conoscere l’importo di questi contratti milionari ma la risposta è sempre stata no.

Quanto vale un big in termini di raccolta pubblicitaria?

Apprendiamo quindi che Lucia Annunziata ha siglato un contratto triennale da 1 milione e 380 mila euro (pari a 460 mila euro a stagione), che il conduttore di “Affari tuoi” Flavio Insinna guadagna un milione e 420 mila euro a stagione e che Piero Angela ha firmato a dicembre la proroga ad agosto di un contratto quadriennale (iniziato nel 2013) dall’importo complessivo di 1,8 milioni di euro. A fare la parte del leone in questa speciale classifica è Antonella Clerici che percepirà 1,5 milioni di euro l’anno lordi per due anni. Non se la cava male nemmeno Michele Santoro che per tornare in Rai ha chiesto e ottenuto 2,7 milioni di euro (per la realizzazione di tre programmi televisivi su Rai2). Altrettanto interessante il capitolo “conguagli e integrazioni” per le prestazioni ulteriori rispetto a quelle previste nei contratti: uno speciale di Porta a Porta di Bruno Vespa – ovvero una puntata extra – costa alla Rai 89.250 euro e nel periodo tra il 2014 al 2016 il conduttore ne ha incassati 760.400. Il regista Michele Guardì ha preso 586.184 in più dall’agosto 2015 all’agosto 2016 mentre Fabrizio Frizzi e Massimo Giletti si devono accontentare di qualcosa in meno 181 mila euro il primo e poco più di 300 mila euro il secondo per prestazioni non previste. Come era noto da settimane lo stipendio di Carlo Conti per il Festival di Sanremo (per il quale è anche direttore artistico) ammonta 650 mila euro. Molti, compreso Matteo Salvini, hanno criticato il conduttore perché prende troppo e lui ha rinunciato alla privacy annunciando che parte di quel denaro sarebbe andato in beneficenza (come ha ricordato anche ieri sera dal palco dell’Ariston). Abbiamo spiegato come lo stipendio di Conti sia commisurato anche al fatto che fa guadagnare l’azienda: da quando conduce il Festival la manifestazione è in attivo. Negli ultimi due anni il Festival ha chiuso in attivo. I costi dell’edizione 2016 Festival si aggirano attorno ai 16 milioni di euro (quest’anno dovrebbero essere 15,5) mentre con la raccolta pubblicitaria la Rai ha incassato intorno ai 21 milioni di euro ai quali vanno aggiunti gli incassi dei biglietti e altri ricavi che portano i guadagni netti a 24,6 milioni nel 2016 e 23,9 nel 2015. Senza investire quei soldi (parte dei quali anche per il cachet di Conti) la Rai non avrebbe potuto portare gli utili intorno ai sei milioni di euro. E quest’anno Fabrizio Piscopo, Ad di Rai Pubblicità punta a 25,5 milioni di euro e soprattutto ad abbattere il muro del 50% di share. Ad incidere sui costi non è solo il cachet di Conti ma anche la convenzione con il Comune di Sanremo per l’utilizzo del Teatro Ariston che da sola “vale” cinque milioni di euro. Convenzione che però è in scadenza e che andrebbe ridiscussa con il Comune che avrebbe intenzione di alzare la posta. Insomma Sanremo costa, forse troppo, ma al tempo stesso è redditizio per la Rai. Il Fatto racconta come sono cambiati i conti di Sanremo e perché, quindi, il compenso di Conti è giustificato:

Nel 2015, l’alba dell’era Conti, la cura dimagrante continuò: costi per 16,5 milioni, ricavi per venti milioni. Intanto cambia la gestione degli ingressi all’Ariston – che in buona parte prima erano in regalo – e quindi si cominciano a fare non trascurabili utili coi biglietti. Così l’anno scorso il Festival ha prodotto ricavi (biglietti compresi) per 22 milioni di euro, costando 16 milioni. Per ora l’edizione 2017 ha un progetto di costo paria 15 milioni e mezzo e di ricavi pari a 23 milioni (22 dalla pubblicità, quasi un milione di ricavi commerciali). Facciamo, stando bassi,sette milioni di buone ragioni per tacere.

Ed il ragionamento riguardante Conti dovrebbe essere esteso anche agli altri “big” della Rai. Quanto fa incassare in termini di pubblicità una puntata di Porta a Porta o una di Affari tuoi? Quanto vale realmente in termini di share un programma di Michele Santoro e più in generale quanto “frutta” l’acquisto di uno dei tanti format televisivi? Dando un’occhiata al bilancio semestrale 2016 (le cifre quindi non possono essere sovrapposte con quelle della Stampa) notiamo come i conti della Rai siano sostanzialmente in salute. Forse la spesa per i contratti dei big e i conguagli può essere limata ma prima è necessario stabilire quale sia la resa dei professionisti che lavorano in Rai con contratti milionari.
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L’ira di Michele Anzaldi (che dimentica Renzi)

Fa sorridere che il deputato PD Michele Anzaldi, membro della commissione di vigilanza Rai attribuisca a Renzi la trasparenza sui compensi: in primo luogo perché questa lista di compensi è esclusa dai criteri di trasparenza, in secondo luogo perché Antonio Campo Dall’Orto è stato nominato da Renzi e l’ex Presidente del Consiglio non ha chiesto a Dall’Orto di tagliare gli stipendi, anzi: con l’emissione dell’obbligazione che toglieva la RAI dal novero delle società che dovevano sottostare al tetto, l’azionista (ovvero il ministero del Tesoro) ha consentito all’azienda di aumentarli. Infine perché una norma interna per adeguare gli stipendi dei manager e dei dirigenti RAI al tetto dei manager pubblici venne fatta dall’ex direttore generale Luigi Gubitosi nel giugno 2015. C’era questa necessità perché le norme volute dal governo Renzi non andavano a toccare gli stipendi di Viale Mazzini se non per la parte che riguardava il presidente e i consiglieri d’amministrazione. Senza quell’adeguamento voluto da Gubitosi le norme del governo non avrebbero mai toccato gli stipendi RAI. E c’è di più. Perché quando la legge venne prolungata dal perimetro delle società a partecipazione pubblica sottoposte agli obblighi erano uscite le società quotate e le società che emettevano obbligazioni (ovvero, chiedevano prestiti) sul mercato. Dovendo competere sul mercato era giusto che scegliessero i manager migliori eventualmente pagandoli di più senza vincoli, era il ragionamento. Questo escluse dal computo all’epoca Eni, Enel, Finmeccanica e le Ferrovie dello Stato. Ma non la Rai. A questo punto – sorpresa sorpresa! – la Rai nel maggio 2015 avviò il collocamento di un bond da 350 milioni, peraltro ampiamente preparato nei mesi precedenti. A questo punto anche la Radiotelevisione Italiana rientrò nel novero delle aziende che sono escluse da qualsiasi effetto del cambio di legge. Pur trovandosi in una situazione oggettivamente diversa da quella dei suoi concorrenti, visto che percepisce un canone. Quando Antonio Campo Dall’Orto venne nominato nell’agosto 2015 direttore generale della RAI quel limite non c’era già più. E di tutto questo il governo di Matteo Renzi e il Partito Democratico erano perfettamente a conoscenza: tanto che all’epoca a lamentarsi del fatto che l’emissione di obbligazioni avrebbe consentito alla RAI di superare il tetto agli stipendi fu proprio quel Michele Anzaldi che è esponente PD nella commissione di vigilanza RAI e che oggi si lamenta che la Rai temporeggia sul tetto degli emolumenti.