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Lo spaccio di cocaina al Don Orione

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All’alba di ieri i carabinieri della compagnia Cassia hanno arrestato nove persone (più una alla quale è stato notificato l’obbligo di firma in caserma) nel corso di un’operazione antidroga contro due gruppi di spacciatori di San Basilio e della Pisana che vendevano cocaina a Roma nord. I militari dell’Arma hanno scoperto che i pusher spacciavano anche nei parcheggi del centro sportivo Don Orione e del campo della Us Boreale, poi sfrattata dall’area a Tor di Quinto dove fu colpito a morte Ciro Esposito. Ma gli investigatori hanno scoperto anche che lo spaccio avveniva in centri commerciali e davanti ad alcuni bar di Talenti.

Lo spaccio di Cocaina al Don Orione

La storia la racconta Rinaldo Frignani sul Corriere Roma. Due differenti bande di pusher consegnavano ai facoltosi clienti di Roma nord dosi di cocaina pura all’85% (50 euro per mezzo grammo). Tra questi molti clienti eccellenti:

Fra i loro clienti – secondo uno degli spacciatori che si vantava al telefono con un complice – ci sarebbe stato anche un dirigente dell’As Roma in cambio di biglietti per lo stadio. Episodio registrato dai carabinieri ma tutto da confermare. L’elenco di chi si rivolgeva ai pusher è tuttavia lungo e comprende liberi professionisti, commercianti, studenti e rampolli di famiglie benestanti. Dall’ordinanza di custodia cautelare spuntano un «ingegnere col Jaguar», «il commercialista», «il cugino dell’ispettore». Addirittura un addetto del Comando Difesa e un «sindaco». Decine di persone.
Alcune, proprio per la qualità dello stupefacente – praticamente genuino – si sono poi trasformate in spacciatori, tagliando la cocaina (abbassandone il grado di purezza e di conseguenza il prezzo ) per crearsi una personale rete di guadagno. Quest’ultimo è un fenomeno in crescita nella Capitale. Preoccupa, e molto, chi indaga. Il mercato della coca non conosce crisi. D’altra parte le indagini dei carabinieri della compagnia Cassia, che ieri mattina hanno arrestato nove persone (sei in carcere, tre ai domiciliari), più un’altra alla quale è stato notificato l’obbligo di firma in caserma, lo confermano: due gruppi di spacciatori sulla stessa piazza, senza liti, senza contrasti.

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Il quotidiano racconta anche delle intercettazioni tra clienti e spacciatori e delle parole in codice:

Perché Mauro Malatesta oppure Marco Tocci non sono El chapo ma spacciatori all’impronta e in qualche caso, stando a quanto raccontano, la necessità li ha eletti pusher. Così, ad esempio, racconta uno di loro, Armando Proietti, che, ai magistrati Nadia Plastina e Michele Prestipino, spiega di aver scelto questa strada per finanziare un’operazione dai costi altrimenti proibitivi per la moglie ammalata di tumore. Di volta in volta e secondo la confezione, la coca prende nomi zuccherini – «ciccietto», «picciò», «nanetto» – o grintosi: «T-max», «caffè», «cocco». Così dice Tocci all’amico che reclama quantitativi da 5 grammi: «Io i grandi ce li ho domani mattina, se vuoi ti posso accontentare con i piccini, te ne dò dieci allo stesso prezzo». Il lessico da cantastorie contagia anche il cliente, cosicchè i carabinieri intercettando Tocci s’imbattono nella cliente che chiede: «Un nanetto per me si potrebbe avere?» oppure nell’altro che supplica: «Senti volevo prender un ciccietto, è possibile?»