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Servizi segreti, carabinieri e poliziotti corrotti al servizio di Mafia Capitale

«Per fugare ogni dubbio il Comitato ha chiesto fin dalla settimana scorsa un’informativa urgente al direttore dell’Aisi (il Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica) Arturo Esposito e proprio ieri abbiamo chiesto di essere aggiornati costantemente su quelli che sono gli sviluppi delle informazioni,qualora dovesse verificarsi che qualcunodell’agenzia, magari negli anni passati, abbiapreso parte a qualche operazione che vieneoggi analizzata dalla magistratura. A oggi è escluso,ma è nostra intenzione verificare tutto». Queste le parole di Giacomo Stucchi, il presidente del Comitato di Controllo sui Servizi Segreti (Copasir), a proposito del rischio di infiltrazione di Mafia Capitale nel tessuto delle barbefinte d’Italia. «Soltanto un’ipotesi», ripete Stucchi. Che però quadrerebbe perfettamente, si potrebbe aggiungere, con la storia dei nostri 007, piena di furbetti del Quartierino, ladri di galline, semplici paraculi.
 
I SERVIZI SEGRETI NELLA STORIA DI MAFIA CAPITALE
Quello che è certo è che le ipotesi di Stucchi sono certezze nell’ordinanza del GIP che ha sbattuto in galera la banda di Mafia Capitale: «Solo avendo presente una tale articolazione organizzativa è possibile comprendere la pericolosità e la forza dell’associazione, il cui capo si rapporta contemporaneamente, quasi sempre in una posizione sovraordinata, con i massimi esponenti della pubblica amministrazione capitolina, con esponenti dei servizi segreti, con appartenenti alle forze dell’ordine, con i capi storici delle organizzazioni criminali tradizionali insediatisi nella Capitale, con criminali di strada», si legge infatti nel documento.

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Mafia Capitale, l’ordinanza del GIP

E la ricostruzione storica della nascita dell’associazione a delinquere di stampo mafioso non omette di ricordare che anche tanti esponenti della Banda della Magliana ebbero rapporti con le barbefinte. Nelle carte dell’inchiesta spuntano vari personaggi che sono in contatto con Carminati, lo cercano, ci parlano, gli fanno persino i complimenti per la sua lunga carriera criminale e lo ascoltano rapiti quando ricorda quella volta che ha ammazzato una guardia. Niente nomi, ma soprannomi: come quello di “Salvatore la guardia”, che era un poliziotto in pensione e aveva rapporti con Carminati tanto da invitarlo nel suo ufficio a Ponte Milvio e gli faceva rimediare un passaporto per l’espatrio a Londra, rifugio per un certo periodo di molti criminali e presunti terroristi neri. Un altro nome che gira nelle intercettazione è quello di Massimetto, un agente della Polizia di Stato che rimedia a Carminati cellulari “sicuri”, che dovrebbero essere, nelle intenzioni, a prova di intercettazione. E poi c’è Matteo Calvio, che secondo gli inquirenti per conto della banda si occuperebbe di estorsione e “recupero crediti”, insieme ad altri due complici ha frequentazioni non occasionali con dei militari dell’Arma. Gli inquirenti parlano di «numerosi incontri», che avevano per scopo un’attività illecita: «Probabilmente una rapina, con la complicità degli appartenenti all’Arma.
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I luoghi di Roma in cui si incontrava Massimo Carminati (Il Messaggero, 3 dicembre 2014)

GLI AMICI IN POLIZIA E CARABINIERI
Il nome chiave è quello di “Federico”, che viene definito “appartenente alle forze dell’ordine” nell’ordinanza:

Di Federico parlano in una conversazione del23.01.2013 BRUGIA Riccardo e CARMINATI Massimo a bordo del veicolo Audi A1 in uso al secondo. In tale circostanza BRUGIA chiedeva al CARMINATI di tale “Federico”; CARMINATI spiegava che era “forte” ed “esperto” e che era perfettamente a conoscenza della sua identità. Dalla conversazione si comprendeva che si trattava di un appartenente alle Forze di Polizia od ai servizi di informazione, che si era messo a disposizione per qualsiasi cosa e gli aveva spiegato molti particolari sulla possibile intercettazione attraverso la connessione in rete wifi: “lui mi ha detto “qualunque cosa io sto a disposizione, mi fai chiamare da questo vengo io, ve faccio quello che ve pare”, mi hadetto un sacco di cose, io poi ..un cazzo sulle cose..su come se move que…ma ho detto sto Iphone, mi ha detto non dà retta alle cazzate…con il WIFI ti mettono un programma, si è vero però poi funziona solo con il WIFI dove loro ti conoscono gli indirizzi se tu sei uno invece che c’hai tutti gli indirizzi WIFI, che dove entra c’hai la cosa, sennò possono sentire solo a casa, se chiudi a casa non telefoni, stanno bene così. Mi ha spiegato un po’ di cose, capito?.

Di lui si racconta molto, anche dei rischi che potrebbe correre se venisse fermato insieme a qualcuno della banda. Per i carabinieri, invece, va peggio visto che nell’ordinanza ci sono anche i nomi e i cognomi:

Infine nel corso del mese di maggio 2013 emergevano contatti tra CALVIO Matteo e i fratelli FERRANTI Gianluca e Costantino con dei militari appartenenti all’Arma dei Carabinieri, di cui uno identificato nell’Appuntato Scelto PLESINGER Eugenio Lucio,in forza al Nucleo Operativo presso la Compagnia Carabinieri di Roma Trastevere.Le conversazione intercettate e le attività di osservazione e pedinamento documentavano numerosi incontri dei sodali con i sopraindicati appartenenti all’Arma. Pur non essendo stato possibile accertare con precisione lo scopo di tali incontri, gli elementi raccolti consentono di affermare che CALVIO e i FERRANTI avessero in programma una attività illecita, probabilmente una rapina, da effettuare con la complicità degli appartenenti all’Arma.

Rapporti che nascono e si cementano nella storia della Banda della Magliana, che ha avuto spesso contatti con uomini “deviati” o personalità borderline tra Stato e criminalità. Un filo rosso lungo quarant’anni di storia (e criminalità), che oggi sembra riavvolgersi e riconnettersi alle tante storie in cui gli esponenti della bandaccia sono stati coinvolti: come Danilo Abbruciati, Er Camaleonte, che era criminale di livello ben prima che la Banda si formasse, e accettò di buon grado di fare il killer per l’organizzazione che Franco Giuseppucci stava mettendo su tra Testaccio e Magliana.

La morte di Danilo Abbruciati
La morte di Danilo Abbruciati

Abbruciati muore il 27 aprile del 1982, a Milano, mentre insieme a Bruno Nieddu, su una moto nera, davanti alla sede del Banco Ambrosiano tenta di uccidere Roberto Rosone, presidente dell’istituto di credito in odore di mafia. Rosone si oppone alla ristrutturazione dell’istituto voluta da Calvi e Pippo Calò, e deve essere fatto fuori; ma Abbruciati riesce a colpirlo solo alle gambe, perché la pistola si inceppa. Una guardia giurata lo vede e gli spara alle spalle mentre sta scappando. La sua morte viene accolta con sorpresa anche tra gli amici della Magliana, che non capivano cosa potesse entrarci uno come Er Camaleonte nella storia dell’Ambrosiano. Come mandanti dell’agguato vennero condannati Michele Sindona, Roberto Calvi, Ernesto Diotallevi e Flavio Carboni.