Cultura e scienze

La storia del compito a casa che chiede di parlare con gli immigrati a Trieste

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Ieri Matteo Salvini ha lanciato l’allarme: a Trieste una professoressa di una scuola media ha dato un compito per casa molto pericoloso. Quale? “Andare in giro per strada a fermare gli immigrati per chiedere la loro storia”. A segnalare questo curioso compito per casa filoimmigrazionista è stata su Facebook la madre di una delle alunne che, preoccupata, ha portato il caso all’attenzione della consigliera leghista Monica Canciani. «Ti sembra normale – chiede la madre dell’alunna – che un’insegnante chieda ai propri alunni di andare in giro per Trieste a fermare gli immigrati e chiedere la loro storia, il loro passato come compito a casa?»

Il terrore per il compito per casa che chiede di parlare con gli immigrati

Sembra che, racconta la mamma, ad un alunno che ha voluto diligentemente porta a termine la consegna del compito per casa abbia anche avuto una brutta disavventura: “l’immigrato lo ha insultato ed è dovuto scappar via”. Fortunatamente la signora ha proibito alla figlia di fare il compito salvandola dai pericolosi immigrati. La faccenda non finisce qui, e non solo perché la politica (Lega Nord in primis) ha colto la palla al balzo per denunciare i pericoli dell’immigrazione e il modo scriteriato con cui certi insegnati fanno lezione e pretendono di spiegare il mondo ai nostri figli.
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Succede infatti che i gruppi consiliari del centrodestra triestino abbiano firmato una mozione urgente sulla vicenda. Mozione nella quale si legge che gli intervistati, cioè i migranti sono “di cultura e religione diverse” (il che è falso, potrebbe benissimo essere un immigrato polacco e cattolico) e che si tratta oggettivamente di persone di sesso maschile, quasi certamente “di età compresa tra i venti ed i trent’anni”. È pertanto irresponsabile, concludono i consiglieri, che si mandino ragazzine e ragazzini allo sbaraglio, senza controllo, senza accompagnamento ed all’insaputa dei genitori.
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Impossibile non notare una sottilissima vena di razzismo e di pregiudizi. I migranti si sa, sono tutti giovani, maschi e culturalmente distanti da noi. Succede in effetti quando, soprattutto certi partiti, continuano ad alimentare la narrazione del migrante come di una persona di belle speranze e poca voglia di fare, sempre pronto ad approfittarsi delle nostre donne (e perché no dei ragazzini, se è il caso). Salvini e molti altri ricordano invece come “ai nostri tempi” si mandassero a intervistare i nonni o i genitori. Per coloro che amano i paradossi delle generalizzazioni indebite: pensate cosa sarebbe successe se avessero intervistato il patrigno o il nonno di Fortuna Loffredo.

Come Salvini soffia sul fuoco della paura dell’immigrato

Nella migliore delle ipotesi il migrante è uno che vive di espedienti, magari sotto un ponte. Nella peggiore è uno che ha il wifi gratis e vive in un hotel a 5 stelle a spese nostre. Non è un caso che Salvini, lanciando l’allarme colleghi la vicenda ad un fatto di cronaca: la violenza sessuale ai danni di una 13enne di Ascoli da parte di due richiedenti asilo. Le due storie ovviamente non hanno alcun punto in comune anche perché pare che la vittima avesse una relazione con uno dei due stupratori.
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L’unico punto di contatto è l’età anagrafica: sia la vittima che gli studenti che hanno ricevuto il compito per casa hanno all’incirca la stessa età.  C’è però qualcosa che manca ancora alla ricostruzione leghista e salviniana: il compito.
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Come fa notare un utente del gruppo Facebook dove è stato lanciato l’allarme, cosa succederebbe se il compito in realtà fosse un’attività assegnata sulla scorta di quelle proposte su un libro di testo in adozione da anni nell’istituto? Cosa succederebbe se venisse fuori che il compito era facoltativo?

Sorpresa: il compito era facoltativo e i genitori erano stati avvertiti

Effettivamente, come riferisce Triesteallnews che riporta la versione del Dirigente scolastico le cose sono andate diversamente. Il Dirgente dell’Istituto comprensivo statale “Giancarlo Roli“ ha infatti fatto chiarezza sulla vicenda in un modo che lascia poco spazio ai dubbi.

L’attività richiedente l’intervista a un migrante fa parte delle proposte operative (“Saper fare- Per un mondo migliore e interculturale”) del libro di testo di italiano Il quadrato magico di R. Zordan, adottato da questa scuola fino all’a.s. 2016-2017.  Per lo svolgimento dell’attività il docente ha chiarito che si trattava di un compito facoltativo e non obbligatorio, da svolgere solo se gli studenti si fossero sentiti in un contesto protetto, in totale serenità.

Quindi non solo è un’attività che non è stata inventata da una docente che ha preso troppo a cuore i negri ma addirittura si trattava di una consegna non obbligatoria. Chi non voleva o non se la sentiva (e non c’è nulla di sbagliato se un ragazzino non se la sente di fare delle interviste a carattere “etnografico”) poteva fare un tema sull’immigrazione.

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Il pacato commento della madre che ha sollevato il caso fa capire come il problema sia proprio “l’indottrinamento”

Le famiglie degli alunni che invece ha optato per fare il compito sono state informate preventivamente dalla scuola e dal docente che ha chiesto l’autorizzazione dei genitori.

Alcuni studenti si sono offerti di realizzare l’intervista e hanno inserito nel diario la consegna; attraverso questo canale le famiglie sono state informate preventivamente delle caratteristiche del compito. Visto il clima di reciproca fiducia e collaborazione tra la scuola e le famiglie, precedentemente riscontrato sia in merito a questioni comportamentali che didattiche (prova ne sono gli enormi progressi manifestati dalla classe in termini di comportamento e – conseguentemente – di rendimento), il docente era certo che, qualora i genitori dei ragazzi coinvolti avessero preferito non autorizzare i figli a svolgere l’attività facoltativa, avrebbero potuto farlo, come del resto avrebbero potuto contattare direttamente il docente per chiarimenti, sempre all’interno di uno scambio improntato al dialogo.

Insomma: nessun sopruso, nessuna assenza di un ambiente controllato, nessuna mancanza di comunicazione con i genitori degli alunni che hanno provato a cimentarsi nella prova. Ma quali sono questi quesiti che hanno scatenato l’allarme generale? Eccoli.

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Particolarmente temuto da alcuni critici è il punto 8. Cosa succederebbe se il “migrante” cogliesse la palla al balzo per invitare il minore a salire a vedere la sua collezione di insulti discriminatori?

Chi li legge con una mente libera da pregiudizi (o che almeno riesce a non farsi venire la bava alla bocca quando legge la parola immigrato) scoprirebbe che si tratta di una breve intervista da rivolgere ad immigrati che vivono nel quartiere. Succede spesso che gli immigrati – non i richiedenti asilo ma quelli che lavorano – scelgano per motivi di comodità di alloggiare in abitazioni civili e non in capanne di fango sul Carso. Alcuni potrebbero essere i vicini di casa degli alunni, magari i genitori dei loro compagni di scuola.
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Oppure potrebbero essere le badanti dei nonni, la colf che dà una mano alla mamma, il cassiere del panificio, il fruttivendolo, un collega del papà. Insomma gli immigrati non sono tutti e solo quelli che abitano negli SPRAR, luoghi difficilmente accessibili ad un minore. Tra l’altro non c’è scritto da nessuna parte che l’intervistato deve essere un adulto. E se fosse un compagno di calcio? Di nuoto? Un compagno di classe?
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Anche di fronte alla smentita della scuola la Canciani non è soddisfatta: perché andare a provocare i “migranti” (sempre continuando ad alimentare l’equivoco “immigrato = residente del centro accoglienza”). Perché ovviamente il migrante è sempre potenzialmente pericoloso. Il che è vero nella stessa misura in cui lo sono i cittadini italiani. Perché se è vero che andare a fare interviste etnografiche a sconosciuti può essere un lavoro difficile da nessuna parte è chiesto di andare a parlare con il primo che passa per strada. Fortunatamente gli alunni delle medie sono abbastanza intelligenti (e furbi) da andare a parlare con persone con le quali è più semplice stabilire un contatto. Del resto voi di fronte a questo compito cosa fareste: andreste a cercare il centro accoglienza più vicino oppure uscireste sul pianerottolo e suonereste il campanello del vicino di casa, magari rumeno, croato o sloveno? Eh già, perché anche un cittadino comunitario è un immigrato.