Cultura e scienze

Osservasalute 2015: perché l'aspettativa di vita è in calo?

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Gli italiani stanno invecchiando, ma lo stanno facendo nel modo sbagliato. Questo è quello che emerge dal rapporto Osservasalute 2015 (pubblicato dall’Osservatorio sulla salute delle Regioni italiane dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma) che nel certificare l’inesorabile invecchiamento della popolazione del Bel Paese (un italiano su cinque ha più di 65 anni) ci fa notare che all’aumento dell’età degli italiani non corrisponde altrettanta attenzione per la salute. Insomma, l’Italia è un paese di vecchi che rischiano di ammalarsi più del dovuto, e a risentirne è ovviamente la qualità della vita.

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fonte: Repubblica 27/04/2016

Le buone e le cattive abitudini degli italiani

A fronte di una popolazione sempre più vecchia, diminuisce infatti la speranza di vita alla nascita. In Italia infatti il 10,7% della popolazione è costituito da persone nella fascia d’età tra i 65 e 74 anni, il 7,85 da anziani (ovvero persone tra i 75 e gli 84 anni) ed è aumentato notevolmente anche il numero dei cosiddetti “grandi vecchi” che corrisponde al 3,2% del totale degli abitanti. Il rapporto segnala però che nel 2015, per la prima volta in Italia, la speranza di vita alla nascita (ovvero quella dei nati nel 2015) è in calo rispetto all’anno precedente e si attesta sugli 80,1 anni per gli uomini e sugli 84,7 per le donne. Nel 2014 invece lo stesso parametro era pari a 80,3 anni per gli uomini e 85,0 anni per le donne. Ma come mai è sensibilmente calata la speranza di vita? In fondo il rapporto ci dice che gli italiani hanno anche preso delle buone abitudini, ad esempio è stato registrato un calo dei fumatori e una diminuzione del consumo di bevande alcoliche mentre aumentano coloro che non fanno uso di alcool. Gli italiani sono anche più sportivi e meno sedentari rispetto agli anni passati, segno che alcune abitudini sembrano ormai essere acquisite e diffuse. Anche la percentuale di bambini nella fascia d’età degli 8-9 anni in eccesso ponderale (ovvero obesi) è diminuita passando dal 12% al 9,8%. Ma ad un calo dell’obesità infantile non corrisponde una diminuzione di quella in età adulta che invece è in controtendenza e nel periodo 2001-2014 è aumentata sia la percentuale delle persone in sovrappeso (33,9% vs 36,2%) che quella – più preoccupante dal punto di vista della salute e della qualità della vita – degli obesi (8,5% vs 10,2%). Anche per quanto riguarda l’alimentazione considerata sana gli italiani stanno perdendo alcune buone abitudini ad esempio il consumo di frutta e verdura: la quota di italiani che consuma più di 5 porzioni al giorno di ortaggi passa dal 5,3% al 4,9%.

Il problema della prevenzione e la lotta contro i vaccini

A giocare  un ruolo rilevante nell’abbassamento della qualità della vita c’è, secondo Osservasalute, una scarsa attenzione degli italiani per la propria salute. Mancanza di cura che si manifesta soprattutto nella mancanza di prevenzione. Su questo aspetto però la colpa  non è solo degli italiani ma anche delle scelte politiche in ambito sanitario. Il primo aspetto riguarda il calo della copertura vaccinale, nel 2013 – scrive l’Osservatorio – si era raggiunto l’obbiettivo minimo stabilito nel Piano Nazionale Prevenzione Vaccinale per le vaccinazioni obbligatorie (Tetano, Poliomielite, Difterite ed Epatite B) mentre negli ultimi due anni è stata registrata una diminuzione della copertura (si è scesi dal 95% al 94%), un calo simile è stato registrato anche per quanto riguarda le vaccinazioni non obbligatorie quali quella anti-influenzale e quella per la pertosse. Rispetto al vaccino contro l’influenza è stato registrato anche un calo delle adesioni nella fascia d’età degli over 65, una fetta di popolazione considerata a rischio. Nessuna regione italiana ha raggiunto né gli obiettivi di copertura ottimali (95%) né gli obiettivi di copertura minima (ovvero il 75% della popolazione presa in esame). Nell’arco temporale 2003-2004/2014-2015 – scrive il Rapporto –  per quanto riguarda la copertura vaccinale degli ultra 65enni, si è registrata una diminuzione a livello nazionale del 22,7%, passando dal 63,4% al 49% di questo gruppo. Su questo pesano probabilmente anche una serie di allarmi immotivati lanciati negli scorsi anni circa la presunta pericolosità e inutilità dei vaccini anti-influenzali. Per tacere ovviamente della colossale menzogna sui pericoli delle vaccinazioni obbligatorie. Sarebbe sbagliato però non notare che la prevenzione è la cenerentola della spesa sanitaria, alla quale lo Stato destina appena il 4,1% della spesa sanitaria complessiva (quota che ci rende fanalino di coda dei paesi OECD), ma anche a livello regionale le cose non vanno meglio:

La prevenzione risulta la funzione più sacrificata anche a livello regionale, specie laddove vi è la pressione a ridurre i deficit di bilancio. Infatti, dagli indicatori riferiti all’erogazione dei LEA emerge che le Regioni in piano di rientro non rispettano gli standard stabiliti dal Ministero della Salute per le funzioni relative alla prevenzione. In particolare nel Lazio e in Sicilia il punteggio calcolato per il monitoraggio dei LEA sull’attività di prevenzione si attesta, rispettivamente a 50 e 47,5, mentre il valore soglia stabilito dalla normativa deve essere superiore o uguale a 80

È importante fare presente che il rapporto evidenzia un aumento delle malattie tumorali facilmente prevenibili con un adeguato piano di prevenzione. La qualità della vita passa anche attraverso questi aspetti fondamentali ma considerati marginali in fase di allocazione delle risorse disponibili.

I tagli alla spesa sanitaria

Si arriva quindi ad una delle principali criticità evidenziate dal rapporto Ossservasalute 2015: la diminuzione delle risorse per la sanità pubblica. Proseguendo un trend iniziato negli anni precedenti la spesa sanitaria pubblica è passata dai 112,5 miliardi di euro del 2010 ai 110,5 del 2014. Una riduzione che è servita a contenere i deficit della spesa sanitaria regionale ma che è stata ottenuta “in gran parte tramite il blocco o la riduzione del personale sanitario e il contenimento dei consumi sanitari“. La mancanza di risorse (che si traduce in meno posti letti, meno prevenzione e nella diminuzione del personale sanitario in rapporto alla popolazione) ha una forte incidenza sulla salute pubblica. Un conto infatti è tagliare le spese non necessarie per ridurre gli sprechi, un altro invece è fare tagli lineari che invece che colpire gli sprechi vanno a danneggiare i pazienti.