Cultura e scienze

Quando gli anti-OGM comprano le ricerche

Se negli ultimi anni vi siete interessati del problema degli OGM sicuramente vi siete imbattuti in Steve Marsh, l’eroico agricoltore australiano che ha ingaggiato una lotta pluriennale contro gli OGM che è stata definita “contro la Monsanto”. Marsh infatti è un coltivatore “bio” e secondo lui i campi di OGM dei suoi vicini hanno contaminato il suo raccolto di colza compromettendo la qualità dei suoi prodotti. Per questo motivo Steve Marsh ha portato in tribunale gli agricoltori responsabili della contaminazione da OGM e ovviamente la potentissima multinazionale produttrice dei semi geneticamente modificati.

Sostenitori di Steve Marsh in Australia (fonte: Facebook.com)
Sostenitori di Steve Marsh in Australia (fonte: Facebook.com)

La ricerca pensata a tavolino per aiutare il processo

La battaglia di Marsh è diventata ben presto per i media quella di Davide contro Golia. È sempre la stesa storia, quella del piccolo agricoltore che sfida la grande multinazionale che ci vuole imporre i suoi semi nocivi che contaminano i frutti della Terra. In realtà la Monsanto non ha alcuna responsabilità quindi il coltivatore “bio” ha portato in tribunale il suo vicino di casa. Secondo Marsh infatti la contaminazione partita dai campi del suo vicino (e amico d’infanzia) Michael Baxter avrebbe causato la perdita della certificazione “organic” dei suoi raccolti. Per questo Marsh ha portato Baxter in tribunale e ha perso. Per ben due volte. Ecco come Carlin Petrini e Slowfood raccontavano la “santa crociata” di Marsh contro gli OGM:

Il caso di Steve Marsh è la riprova del fatto che gli Ogm costituiscono una minaccia, non solo per la salute del nostro ambiente, ma anche per un diritto fondamentale: la sovranità alimentare. È inammissibile, infatti, che un agricoltore biologico perda la certificazione sul 70% delle proprie terre per il semplice fatto che queste sono state contaminate dalla canola Gm di una fattoria vicina. Gli Ogm stanno privando gli agricoltori e i consumatori della possibilità di scegliere. Gli uni non scelgono più cosa coltivano, gli altri spesso non possono scegliere quel che mangiano. Per questo supportiamo Steve Marsh nella sua battaglia, e invitiamo tutti a partecipare al global twitter storm, utilizzando l’hashtag #IamSteveMarsh. Perché la vicenda di questo agricoltore è australiana, ma il modo in cui si risolverà in tribunale il prossimo 10 febbraio potrebbe avere implicazioni globali.

Marsh – che dovrà pagare un risarcimento a Baxter – non si arrende e annuncia che continuerà la sua battaglia. Nel frattempo la Corte ha ordinato a Baxter di precisare se ha ricevuto qualche forma di sostegno finanziario per le spese processuali da parte di una lobby che sostiene gli OGM o da parte della stessa Monsanto.


La notizia del giorno però è un’altra. Perché Marsh ha ricevuto il sostegno non solo dei cittadini che hanno risposto agli appelli e hanno donato qualche soldo “per la causa”, ma anche da parte di altri produttori e aziende. In particolare è emerso che uno dei più munifici finanziatori di Marsh avrebbe pagato di tasca propria un ricercatore allo scopo di ottenere una “ricerca scientifica” che dimostrasse la pericolosità degli OGM e poterla quindi usare in tribunale per sostenere le ragioni di Steve Marsh. Il tutto è venuto alla luce grazie alla pubblicazione di uno scambio di email tra l’imprenditore di cibo “bio” Georg Kailis e il professor Charles “Chuck” Benbrook che avrebbe dovuto pubblicare la ricerca fatta su commissione. Nelle mail emerge anche come Kailis abbia finanziato la battaglia legale di Marsh con almeno un milione e mezzo di dollari (questo per quanto riguarda la storiella di Davide contro Golia):

We just did two years of prep work for the Steve Marsh case which cost $1m of pro bono from Australia’s biggest lawyers, plus $500k from us (The Safe Food Foundation

In una mail Benbrook chiede la cifra di 100.000 dollari per poter finanziare adeguatamente la ricerca che dimostrerà la pericolosità delle coltivazioni OGM e l’alto rischio di contaminazione tra le diverse colture.

Il caso Percy Schmeiser

Insomma a quanto pare la vicenda sta diventando molto simile a quella di un altro Davide, il canadese Percy Schmeiser anche lui coltivatore di colza CANOLA che nel 1997 aveva accusato la Monsanto di aver contaminato i suoi raccolti con prodotti OGM. Non a caso Slowfood nel pezzo citato sopra ricorda proprio la battaglia di Schmeiser:

Anni fa, aveva fatto scalpore la storia del canadese Percy Schmeiser, un coltivatore di canola trascinato in tribunale dal colosso Monsanto nel 1997 per violazione del brevetto della società agrochimica sui semi di canola gm Roundup Ready, resistenti all’omonimo erbicida del colosso di Saint Louis. Schmeiser aveva sempre sostenuto che in realtà la sua fattoria era stata contaminata dai semi Gm portati dal vento nei suoi campi.

Peccato però che Schmeiser si fosse inventato tutto e che in realtà era stato lui a seminare la CANOLA senza licenza Monsanto. La vicenda è stata spiegata molto bene e nel dettaglio da Dario Bressanini qualche tempo fa. Ecco ad esempio la sentenza di condanna di Schmeiser dove la Corte riconosce la volontarietà dell’agricoltore canadese di coltivare i propri terreni con i prodotti OGM:

Nel 1998 Mr. Schmeiser ha seminato piante di canola resistente al glifosate, salvate dal raccolto del 1997, che sapeva o avrebbe dovuto sapere erano resistenti al Roundup, e quei semi erano la principale sorgente di semi per la semina successiva di tutti i 9 campi di colza del 1998. E’ stata la coltivazione, il raccolto e la vendita di quella colza, in quelle circostanze, che ha reso Mr. Schmeiser passibile di una azione legale.

E ancora:

Mr. Schmeiser si è lamentato che le piante, originariamente, sono arrivate sul suo campo senza il suo intervento. Tuttavia egli non ha spiegato per nulla perché ha spruzzato il Roundup per isolare le piante Roundup Ready trovate sul suo campo, perché ha coltivato e raccolto le piante, salvato e isolato i semi, perché li ha piantati successivamente e come ha fatto a finire con 1030 acri di colza Roundup Ready, che gli sarebbero altrimenti costati $15000

Leggi sull’argomento: Tutte le bufale sugli OGM in Senato