Attualità

Peter Oborne: la bella storia di un giornalista normale

Peter Oborne fino a ieri era il principale commentatore politico del Telegraph. Oggi la storia delle sue dimissioni è in prima pagina su molti giornali britannici. Perché Oborne ha fatto quello che molti giornalisti dicono di voler fare senza averne quasi mai il coraggio: se n’è andato perché il suo giornale lo ha censurato. In un lunghissimo articolo pubblicato ieri su OpenDemocracy Oborne ha raccontato la storia dei suoi cinque anni al Telegraph e di come è cambiato sotto i suoi occhi il giornale nella «rivoluzione digitale» che sembra essere la storia parallela dei media di tutto il mondo, fino al motivo che l’ha portato a scegliere di andarsene: il quotidiano ha deciso di non pubblicare notizie scomode nei confronti di uno dei suoi inserzionisti pubblicitari più potenti, la banca HSBC.
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PETER OBORNE: L’ADDIO AL TELEGRAPH 
«Se i quotidiani consentono alle aziende di influenzare il contenuto per paura di perdere introiti pubblicitari, la democrazia stessa è in pericolo», dice Oborne. Il quale comincia raccontando del calo di copie che stava colpendo il Telegraph nel settembre del 2010, e delle ondate di licenziamenti che stava causando: all’epoca i proprietari immaginavano che il futuro della stampa britannica potesse essere solo digitale. Oborne racconta come parlando con Murdoch MacLennan, direttore generale del Telegraph, lo aveva esortato a mantenere gli investimenti sulla carta perché il giornale continuava a vendere mezzo milione di copie, e i proprietari non avevano alcun diritto di distruggere un’istituzione come il Telegraph. «You don’t know what you are fucking talking about», gli ha risposto lui al funerale di Margaret Thatcher. Poi la situazione è precipitata. Nel gennaio 2014 Oborne racconta del licenziamento di Tony Gallagher e della sua sostituzione con un nuovo Head of Content, ovvero Jason Seiken. La redazione esteri, uno dei punti di forza del giornale, è stata decimata. I capi, e i redattori, sono stati via via cacciati. Con decremento crescente della qualità del giornale, ed errori sempre più imbarazzanti pubblicati in prima pagina. L’arrivo di Seiken concise, racconta Peter Oborne, con l’approdo della cultura del click. Le storie non venivano valutate per la loro importanza, ma da quante visite avrebbero portato. Il 22 settembre, racconta Oborne, viene pubblicato un articolo su una donna che aveva tre seni. A lui dicono che tutti in redazione sapevano che era falsa, ma è stata pubblicata lo stesso per rimediare traffico on line.
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«Non dico che l’on-line non sia importante, ma nel lungo termine episodi del genere infliggono episodi danni incalcolabili alla reputazione della carta», sostiene Oborne. Che poi entra nel vivo del suo racconto: la distinzione tra giornalismo e pubblicità al Telegraph è crollata, e il conflitto d’interesse che ne conseguiva è stato brillantemente risolto… con la vittoria degli inserzionisti. Oborne racconta di aver cominciato a lavorare su una notizia che riguarda HSBC e il fatto che il colosso bancario internazionale avesse inviato lettere a musulmani britannici avvertendoli che i loro conti erano stati chiusi. Ha proposto l’articolo al sito internet del quotidiano per scoprire, dopo qualche tempo, che il pezzo non era stato pubblicato a causa di “problemi legali”. Oborne stesso alla fine decise di pubblicare il pezzo su Opendemocracy.


A quel punto però Oborne ha cominciato a indagare sui rapporti tra HSBC e il Telegraph, scoprendo che anche un articolo che parlava di un buco nei conti del colosso bancario era stato rimosso dal sito. L’autore dell’articolo, Harry Wilson, ha parlato della questione a Seiken e in riunione con gli altri giornalisti. Poi ha dovuto lasciare il giornale. Nel frattempo un’altra brutta storia di risarcimenti, sempre a carico di HSBC, era finita sulla stampa britannica in prima pagina. Ovunque, tranne che al Telegraph. Poi Oborne racconta anche di altri episodi che hanno coinvolto altri inserzionisti e amici dell’editore, dei quali però si parlava (bene) non appena era possibile tirar fuori qualche aneddoto.
 

La prima pagina del Guardian con la storia di Oborne
La prima pagina del Guardian con la storia di Oborne

INTERESSI IN CONFLITTO?
Oborne racconta di aver scritto lettere preoccupate sull’andazzo del giornale al direttore generale MacLennan e al presidente Aidan Barclay, ricevendo risposte di circostanza e rassicurazioni sulla sua posizione all’interno del quotidiano, ma nulla di più. A quel punto lui decide di andarsene dando al giornale un preavviso di sei mesi, e annuncia di volerlo fare in silenzio per non danneggiare il giornale. La direzione gli fa sapere che non c’è bisogno che lavori, nei sei mesi di preavviso. Insomma, una storia come tante. Finché non scoppia il caso Swissleaks. C’è ancora HSBC in mezzo, e ovviamente tutti i giornali britannici ci si tuffano. Tutti, tranne il Telegraph. Che dimentica la notizia lunedì, la lascia a pagina 2 martedì e la fa sprofondare nelle pagine dell’economia il mercoledì. Gli dà rilevanza solo quando sembra che tra i conti di HSBC ci sia anche qualche persona vicina al partito laburista. Ed è qui che Oborne decide di vuotare il sacco. Per due ragioni, spiega: il Telegraph è una delle più importanti voci pubbliche della Gran Bretagna, i lettori lo comprano perché sanno che possono fidarsi.

Ma se è la pubblicità a guidare le decisioni editoriali, come possono ancora avere fiducia? Più in generale: la libertà di stampa è essenziale per una democrazia matura. E questo non vale solo per il Telegraph, visto che le censure, racconta Oborne, sono all’ordine del giorno ovunque nella stampa britannica. Infine, Oborne racconta che ha indagato sulla storia dei rapporti tra HSBC e Telegraph, scoprendo che tutto nasce da una serie di articoli pubblicati tra l’8 e il 15 novembre 2012, dopo tre mesi di inchieste, riguardanti la banca. Dopo l’episodio ai reporter fu ordinato di distruggere email, rapporti e documenti relativi alle indagini su HSBC, a causa dell’«interessamento» dei proprietari, i fratelli David e Frederick Barclay. Questo fu il momento in cui l’atteggiamento del giornale nei confronti della banca è cambiato. L’HSBC tagliò all’epoca la pubblicità al Telegraph, e riprendersela divenne la priorità della proprietà. Il litigio rinetrò dopo 12 mesi, ma da quel momento nessun articolo critico nei confronti della banca venne più pubblicato. Oborne afferma di aver chiesto al reparto pubblicità del Telegraph se ci fosse qualche appeasement con HSBC, ma tutti hanno sdegnosamente negato. L’evidenza suggerisce il contrario. La connection tra pubblicità e informazione è uno dei problemi più grandi dei media in tutto il mondo (e chi si concentra su altre facezie è evidentemente impreparato e disinformato). Oggi la storia di Oborne finirà nei giornali (e nei retweet) di tutto il mondo, compresi quelli che su questa commistione ci campano. La storia di un giornalista normale, che diventa un eroe in questo mondo di vigliacchi.