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Perché Di Maio è fuggito dal vertice di Palazzo Chigi

alessandrodamato|

Ieri sera era in programma un vertice di governo a Palazzo Chigi con Giuseppe Conte, Matteo Salvini, Luigi Di Maio, il ministro Fraccaro e il sottosegretario Giorgetti. Ma il vertice è stato rinviato a stamattina, probabilmente perché Salvini non è riuscito ad arrivare in tempo. La notte però ha portato consiglio a Di Maio che ha deciso di disertare il vertice mandando solo Fraccaro.

Perché Di Maio è fuggito dal vertice di Palazzo Chigi

E per capire il motivo della fuga bisogna guardarsi in giro: proprio mentre il vertice era in corso e Salvini parlava dell’analisi costi-benefici sulla TAV, sul Blog delle Stelle è comparso un comunicato non firmato significativamente intitolato “Un nuovo corso per Banca d’Italia. Il Cambiamento deve tutelare i risparmiatori”. Nel testo si ribadivano tutte le critiche sull’operato di Bankitalia in occasione delle crisi bancarie. Ma la parte più interessante è quella finale:

Cambiare i vertici, azzerarli se necessario, serve anche a mandare un messaggio ai risparmiatori traditi: lo Stato torna ad essere garante del risparmio, sciogliendo i legami incestuosi tra politica e finanza. E lo fa dopo aver stanziato un fondo da 1,5 miliardi di euro per risarcire azionisti e obbligazionisti colpiti dal sistema finanziario.

D’altra parte quello che vogliamo, come Governo del Cambiamento, è solo di esprimerci sui nomi dei vertici di Banca d’Italia e Consob. Ci è consentito dalla legge e lo faremo senza paura di toccare qualche potere forte che si fa scudo attraverso i media o le solite relazioni politiche privilegiate.

Abbiamo già espresso la nostra preferenza per Consob, indicando una persona di innegabile competenza come Paolo Savona. È il turno di Banca d’Italia, ed una cosa è certa: chi ha partecipato alla vigilanza degli ultimi anni, la più fallimentare della nostra storia repubblicana, non può rimanere al suo posto come se nulla fosse successo.

In poche righe il MoVimento 5 Stelle esprime infatti, senza spiegarlo minimamente, una serie di posizione su nodi con cui stava litigando nei giorni scorsi sia con Salvini che con Conte.

La grande fuga di Di Maio dal vertice con Conte

Il primo nodo che i grillini affrontano è quello del fondo per il risarcimento degli azionisti. Come sappiamo – anche se i grillini non vogliono farvelo sapere – il problema di quel fondo è che le procedure previste dalla legge varata dai grillini vanno in contrasto con le norme europee. La posizione del M5S sul tema è chiara: Conte deve varare lo stesso i decreti attuativi e poi ce la vedremo noi con l’UE (ingaggiando una battaglia politica al grido di “Vogliamo rimborsare i risparmiatori ma l’Europa non ce lo fa fare”).

Conte però non vuole firmare i decreti attuativi e questo ha causato la contestazione a Salvini e a Di Maio a Vicenza che i due vicepremier sono stati abili ad aggirare dal palco attaccando Bankitalia e Consob. Con la nota Di Maio si mette in polemica diretta con Conte sul Fondo Indennizzo Risparmiatori ma non si risparmia anche sull’altro tema, ovvero su Luigi Federico Signorini e il direttorio di Bankitalia. Qui la vicenda si fa più sottile. Nel vertice di qualche giorno fa che ha certificato il we agree to disagree tra Lega e M5S sulla conferma di Signorini il presidente del Consiglio Conte aveva spiegato di non poter in alcun modo bloccare la nomina perché non rientra tra i suoi poteri di vicepresidente del Consiglio.

I grillini nella riunione avevano invece detto che la legge consentiva loro di muoversi e lo ribadiscono nel comunicato di oggi, usando però il verbo “esprimersi” che nasconde uno di quei giochi di parole per i quali il M5S è famoso in tutti i luoghi, in tutti i laghi. È infatti vero che il presidente del Consiglio può esprimere una valutazione negativa sulla nomina di Signorini, ma è altrettanto vero che in punto di diritto il presidente della Repubblica può fregarsene del parere del governo e dare lo stesso l’ok alla nomina.

Il compromesso su Bankitalia che i grillini non vogliono

Il premier sa che anche un parere negativo inviato dal Consiglio dei ministri al Quirinale su Signorini sbloccherebbe l’impasse, perché il capo dello Stato confermerebbe il banchiere centrale. Ma Conte capisce anche che per il Consiglio dei ministri omettere di fornire pareri sulle nomine nel direttorio, per paralizzare tutto, violerebbe le leggi italiane europee. E poiché lui stesso sarebbe chiamato a risponderne di fronte alle istituzioni del Paese e dell’Unione Europea, il tentativo di trovare un compromesso non può più attendere molto. Oggi però Di Maio gli ha fatto capire che non deve muoversi e deve evitare di mandare il parere. E se non lo fa? Mistero.

Infine c’è la dichiarazione di guerra sui vertici di Bankitalia. Che parte dalla nomina di Paolo Savona, e già qui fa un po’ sorridere perché il M5S voleva Marcello Minenna su quella poltrona e il compromesso al ribasso sul nome di Savona toglie anche dal consiglio uno dei ministri su cui si puntava per fare la guerra all’Europa. Ma anche qui i grillini erano evidentemente chiusi in un angolo, politicamente parlando, e vogliono uscirne rovesciando il tavolo: dicono che la vigilanza deve cambiare ma sanno benissimo che non hanno alcun potere di diritto sulle nomine di Palazzo Koch.

Ecco quindi spiegato il motivo della fuga di Di Maio dal vertice con Conte: politicamente il M5S è all’angolo perché l’alleato, rinfrancato dalla vittoria in Abruzzo, è pervenuto a più miti consigli sulla questione di Bankitalia e Conte si è schierato con Mattarella. Rischiavano di restare con il cerino acceso in mano e trovarsi nel vertice a dover dire di no a tutto senza risolvere nulla. Per questo meglio eclissarsi, rimandare tutto e tenere il punto in pubblico. Perché non sanno più che pesci pigliare.

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