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Per Orsini in Ucraina si risolverà tutto costruendo l’ospedale “Gesù di Mariupol”

@neXt quotidiano|

Orsini gesù di mariupol

In un articolo sul Fatto Quotidiano Alessandro Orsini ha provato a dare risposta al quesito che in molti si sono fatti (e gli hanno fatto) ascoltando le sue tesi sulla guerra in Ucraina portate avanti nei vari talk show cui ha partecipato: quindi, in concreto, cosa dovrebbe fare l’Italia? Il direttore e fondatore dell’Osservatorio sulla Sicurezza Internazionale della LUISS ha più volte criticato l’Unione europea, gli Stati Uniti e il governo italiano per come ha reagito all’invasione di Putin, per poi sintetizzare in cinque punti la sua strategia vincente per arrivare alla pace “concretamente”.

Per Orsini in Ucraina si risolverà tutto costruendo l’ospedale “Gesù di Mariupol”

Tra questi c’è l’utilizzo dei fondi destinati a far pervenire armi all’Ucraina per “costruire, con la compartecipazione del Vaticano, due grandi ospedali per i civili ucraini mutilati dalla guerra. Il primo per i bambini e il secondo per gli adulti”. Strutture da costruire al confine settentrionale dell’Italia “in modo da rendere più rapido il trasferimento delle vittime ucraine in Italia”, e che – secondo Orsini – “dovrebbero essere denominati rispettivamente ‘Madre Ucraina’ e ‘Gesù di Mariupol’ in modo da saldare il movimento pacifista laico con quello cattolico”. Non è chiaro il motivo per il quale non si possano destinare vari reparti degli ospedali già presenti per far fronte all’emergenza Ucraina, senza contare i tempi di costruzione di un’intera struttura, tra appalto, progettazione e realizzazione.

Orsini suggerisce anche a Draghi di fare ciò che Putin sperava di veder succedere, cioè rompere con l’Unione europea – ha invece ha agito fino ad ora in modo compatto – “e riconoscere che il blocco occidentale ha commesso alcuni errori”. Non è chiaro neanche cosa intenda il sociologo quando al punto due parla di “dirsi disponibili al riconoscimento del Donbass e della Crimea” specificando che non si tratti di un riconoscimento reale, ma solo di una “disponibilità” a farlo, senza tener conto di tutte le implicazioni politiche che un proclama del genere comporterebbe, anche nei rapporti futuri con la stessa Ucraina.