Cultura e scienze

Matteo Renzi e l'Aquila abbandonata

A chiamarlo in causa era stato durante la manifestazione  era stato Vincenzo Vittorini, consigliere comunale del movimento civico ‘L’Aquila  che vogliamo’, che la notte del terremoto nel crollo della palazzina in cui viveva la sua famiglia ha perso moglie e una figlia piccola.  Vittorini, l’unico dei parenti delle vittime ad avere parlato, aveva attaccato in particolar modo il premier Matteo Renzi per la nomina del nuovo capo della Protezione civile nazionale, Fabrizio Curcio. «Un premier – commenta Vittorini – che dice che bisogna cambiare le cose, con questa nomina ha dimostrato esattamente il contrario. Curcio tra l’altro era avvinghiato a Bertolaso quando era a capo della Protezione civile. Una dimostrazione chiara e netta che lo Stato non vuole cambiare e continuerà a tutelarsi. Io non ho fiducia in questo governo, ma continuerò a lottare».
matteo renzi l'aquila dimenticata

Nell’ultimo anno – il primo del nostro governo – abbiamo messo alcuni punti cardine: la certezza e la programmazione di risorse per il medio lungo periodo (5,1 miliardi di euro nella legge di stabilità per il 2015); l’accelerazione nelle assegnazioni per l’edilizia privata (1,13 miliardi di euro deliberati dal Cipe il 26 febbraio 2014) sulla base di un monitoraggio analitico del fabbisogno, comune per comune; la ricostruzione pubblica (86 milioni di euro deliberati dal Cipe il 26 febbraio 2014) e il suo prossimo rilancio (con una delibera Cipe prevista per maggio 2015); la semplificazione e la tutela della legalità nell’assegnazione e nell’attuazione dei lavori con misure più rigorose contro l’infiltrazione criminale e regole più certe per la semplificazione degli interventi di ricostruzione; infine la trasparenza e la piena informazione dei cittadini, per dare conto a tutti di come si spendono le risorse pubbliche e tra qualche settimana faremo Open data anche su tutti i dati della ricostruzione. Perché non c’è controllo più efficace di quello dell’opinione pubblica. La natura non si può controllare, la politica va controllata centimetro dopo centimetro.
Dopo troppe promesse, siamo finalmente passati all’azione. I soldi adesso ci sono: spenderli bene è un dovere in memoria di chi è morto, ma anche come segno di rispetto per i sopravvissuti che vogliono ancora credere nella cosa pubblica.

Eppure, segnala Gian Antonio Stella sul Corriere, la situazione a l’Aquila è questa:

Sei anni dopo quello del 2009, nei comuni dei dintorni del capoluogo il tempo pare essersi fermato e nel centro storico dell’Aquila i grandi cantieri aperti sarebbero 180 su 1.600. Poco più di uno su dieci. Tutto intorno, inchieste sulle case «belle e salubri» costate più di un restauro in pietra ed evacuate per le condizioni igieniche terrificanti, inchieste sugli isolatori «antisismici» che antisismici non sono e si spaccano alla prima botta, inchieste sulle infiltrazioni nei subappalti dei casalesi e della ‘ndrangheta, inchieste sulle mazzette con il coinvolgimento prima del vicesindaco e poi di un comandante dei carabinieri…

Mentre il Fatto spiega che la realtà è un po’ diversa da quella annunciata via Facebook:

Intanto i soldi della legge di Stabilità esistono solo sulle tabelle(la E, per la precisione) pubblicate in Gazzetta Ufficiale: per oltre tre miliardi su cinque peraltro – quelli dal 2018 in poi – si tratta di parole, un’intenzione senza finanziamento sottostante. Gli altri dovranno comunque essere trovati prima di finire in Abruzzo. Prendiamo dalla commissione Bilancio comunale i numeri che riguardano L’Aquila da quando Renzi è a Palazzo Chigi. Nel 2014 eranostati stanziati in tutto 652 milioni e ne sono arrivati solo 487: insomma, mancano 165 milioni. Nel 2015, invece, il Cipe ha già deliberato finanziamenti per la ricostruzione per 478 milioni. Quanti ne ha incassati il comune? Zero. Quanto agli 800 milioni del Cipe – di cui Renzi s’è vantato ieri anche se li hanno stanziati i governi precedenti – c’è un problema: comprendono pure i fondi non ancora arrivati e pure il buco del 2014. I soldi nuovi, insomma, sarebbero al massimo 157 milioni. Tra delibera e versamento dei soldi, per di più, passano circa sei mesi: in pratica arriveranno a fine anno.
Spiega Giustino Masciocco, presidente della commissione Bilancio del Comune: “Noi, sulla base delle previsioni, elaboriamo le pratiche e le mettiamo in un elenco, ma assegnamo effettivamente solo il 46% del costo della ricostruzione: se devo rifare un palazzo da 2 milioni, noi diamo 900 mila euro per iniziare, il resto quando facciamo i controlli a fine lavori. Se lo Stato non manda i soldi, noi non li diamo e i lavori non partono”. Anche sulle cifre complessive dei fondi arrivati in Abruzzo dal 2009 i due rendiconti non collimano: i 7,2 miliardi del Cipe, per dire, in loco diventano quattro. E poi c’è la beffa della Tasi/Imu: nel 2014 hanno fatto pagare l’imposta pure sugli immobili inagibili; nel 2015 è arrivato l’esonero, ma la copertura è di 500 mila euro. Peccato che il gettito foss e2 milioni: il resto lo mette il Comune o gli aquilani.

Chi l’avrebbe mai detto, vero?