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Massimo Carminati e il furto al caveau del tribunale

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«Era una battuta. Visto che si parla di fantomatici documenti, mai sottratti e mai portati via da quel caveau, perché non ci sono mai stati documenti. Chi va in un caveau va per i preziosi e i soldi. E visto che voi mi avete condannato, voi siete convinti che li ho presi, era quella la battuta»: Massimo Carminati aveva evidentemente molta voglia di scherzare oggi durante la sua testimonianza al processo Mafia Capitale. Per questo, su domanda del procuratore aggiunto Paolo Ielo, oggi è tornato sulla vicenda del furto al caveau della Banca di Roma che si trovava all’interno del palazzo di giustizia di Piazzale Clodio.

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Il furto al caveau della Banca di Roma, La Stampa:, 18 luglio 1999

Quella che rimane una delle “imprese criminali” più spettacolari della storia avvenne nella notte tra il 16 e il 17 luglio del 1999 in quello che doveva essere uno dei luoghi più sicuri d’Italia e che invece vide la violazione di 147 cassette di sicurezza sulle 900 ospitate.

Massimo Carminati e il colpo al caveau della Banca di Roma

Un lavoro da «bravi professionisti», spiegò all’epoca il capo della Squadra Mobile di Roma Niccolo D’Angelo. Aiutati da una talpa all’interno del Palazzo di Giustizia. Ma alcuni dettagli – come gli oggetti d’oro abbandonati sul pavimento del caveau lasciavano aperta già all’epoca anche un’altra ipotesi, ovvero che la banda non cercasse soltanto soldi: nelle cassette erano custoditi documenti spesso più preziosi di gioielli e banconote. «Forse avrò portato via qualche soldino», dice invece Massimo Carminati oggi a quasi vent’anni di distanza e dopo che un tribunale della Repubblica l’ha riconosciuto colpevole del furto insieme ad altre 23 persone, compresi i complici interni.

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Il video dell’Espresso con la testimonianza di Massimo Carminati

«Ammesso e non concesso che abbia fatto il colpo al caveau, avrò preso qualche soldino», dice oggi. Nel novembre scorso in Aula disse qualcosa di diverso: «Tutti girano intorno a questa cosa, ma è ovvio quale disponibilità economica io ho dal 2002. Se c’erano tutti questi dubbi sul fatto che io avessi partecipato al furto al caveau potevano dirlo così mi assolvevano invece di condannarmi, presidente, invece m’hanno condannato. È vero, c’erano tanti documenti, ma tra un documento e l’altro forse ho preso pure qualche soldo». Parole che servivano a spiegare all’epoca perché avesse una discreta disponibilità economica: i soldi arrivavano dal provento di quel furto che ammontava a 50 miliardi di lire dell’epoca e che non venne mai ritrovato. Raccontava Flavia Amabile sulla Stampa all’epoca:

Ad accorgersi del furto e dare l’allarme è una donna delle pulizie intorno alle 6,40. Quando sul posto arrivano gli agenti della questura trovano la porta d’ingresso dell’agenzia intatta, mentre la porta bl indata del caveau presenta alcuni fori. I due allarmi della banca non sono entrati in funzione. […] Poco prima dell’ora di pranzo si rendono conto che le cassette di taglio medio e grande sono intatte. Ad essere forzate sono state quelle di taglio piccolo, poste ad altezza d’uomo.
I ladri avrebbero utilizzato una speciale attrezzatura che attraverso una sorta di pompa idraulica riuscirebbe ad aprirne quattro per volta, secondo una versione. Oppure si sarebbero serviti di un più tradizionale piede di porco secondo un’altra versione. […] A metà pomeriggio il capo della Squadra Mobile è in grado di fornire una prima ricostruzione dei fatti: «probabilmente gli scassinatori sono entrati nei tribunale venerdì pomeriggio, quando ancora la città giudiziaria era frequentata da numerose persone. Possono essersi nascosti da qualche parte in attesa che la situazione si rendesse tranquilla».

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Il giallo del ricatto

E proprio del furto parlò anni dopo Salvatore Buzzi: «Lui fa na…na rapina alle cassette di sicurezza della…trovano de tutto e de più. Eh, qualcuno (dei giudici) è ricattabile. Secondo te perché non è mai stato condannato? A parte questo reato, tutto il resto sempre assolto…». Il punto è proprio questo: fra gli intestatari delle cassette di sicurezza aperte vi erano magistrati importanti, avvocati, professionisti e impiegati del ministero della Giustizia. E Carminati si sarebbe servito dei documenti per ricattarli. Questa è la tesi del libro La Lista – Il ricatto alla Repubblica di Massimo Carminati di Lirio Abbate, che ricostruisce su L’Espresso una versione affascinante dei fatti:

«Queste cassette sono roba mia», intima ai complici, tutti scassinatori molto esperti. «Tutto il resto è vostro» aggiunge il “Cecato”. Le sentenze spiegano che Carminati, con quel colpo, «è alla ricerca di documenti per ricattare magistrati» e «aggiustare processi»: su 900 cassette ne vengono aperte solo 147. Aperture su indicazione. Gli altri banditi puntano ai soldi: sventrano intere file di cassette, arraffano contanti, gioielli e riempiono una quindicina di borsoni sportivi. Carminati invece ha «una mappa con i numeri delle cassette»: sono quelle che gli interessano, ritrovate aperte «in ordine sparso, a macchia di leopardo».


E da qui, ricostruisce Abbate, comincia la sua “fortuna” giudiziaria:

Al momento del furto, Carminati attendeva la sentenza di primo grado del processo per l’omicidio di Mino Pecorelli, insieme ad Andreotti, lo stesso Claudio Vitalone e tre boss di Cosa nostra. Due mesi prima, i pm di Perugia avevano chiesto l’ergastolo. Il giornalista che conosceva i segreti della P2 era stato ucciso nel 1979 con speciali pallottole Gevelot, dello stesso lotto di quelle poi sequestrate nell’arsenale misto Nar-Magliana, allora gestito proprio da Carminati.
Sembrava incastrato da tre pentiti della Magliana, in grado di riferire le rivelazioni di Enrico De Pedis, il boss sepolto nella basilica di Sant’Apollinare, e Danilo Abbruciati, ammazzato a Milano mentre tentava di uccidere Roberto Rosone, il vicepresidente del Banco Ambrosiano. La sentenza su Pecorelli viene emessa a settembre, due mesi dopo il furto: tutti assolti. In appello addirittura la corte condanna Andreotti (poi assolto in Cassazione), ma non Carminati.
Negli stessi mesi l’ex terrorista nero ha un’altra emergenza giudiziaria: è imputato di aver fornito a due ufficiali piduisti del Sismi (già condannati con Licio Gelli) il mitra e l’esplosivo che i servizi segreti fecero ritrovare su un treno, per depistare l’inchiesta sulla strage di Bologna, fabbricando una falsa «pista internazionale». Per questa vicenda nel giugno 2000 Carminati viene condannato a nove anni di reclusione. Ma nel dicembre 2001 i giudici d’appello di Bologna lo assolvono con una motivazione a sorpresa: è vero che ha prelevato dal famoso arsenale un mitra Mab modificato, ma non è certo fosse proprio identico a quello usato per il depistaggio, per cui il reato va considerato prescritto.

Proprio questa è la tesi che vuole contestare Massimo Carminati ammettendo di aver «preso qualche soldo» nel furto al caveau. Secondo l’ex NAR anche lui, come gli altri, prese il denaro e non i «fantomatici» documenti e quindi non poteva ricattare proprio nessuno. Quindi se dopo il furto al caveau è stato assolto in tutti quei processi significa che non era colpevole o non c’erano abbastanza prove per condannarlo. Ma se è andata davvero così, allora Carminati non ha nulla da temere nemmeno dal processo Mafia Capitale. Se verrà condannato significa semplicemente che è colpevole.