Cultura e scienze

E anche Mario Monti adesso vuole gli investimenti pubblici

Il l vincitore del Premio Hayek 2005, l’austero ex premier italiano, presidente della Bocconi e senatore a vita Mario Monti, su Repubblica di oggi chiede investimenti pubblici per rilanciare l’economia italiana. In una lunghissima intervista rilasciata a Federico Fubini, Monti, quello che disse che il suo governo stava “distruggendo la domanda interna” attraverso le tasse, in un articolo per il Financial Times, aveva già invocato più investimenti pubblici per la crescita.

Come se ne esce?
«Basta migliorare alcune regole, in particolare considerando gli investimenti pubblici in modo più favorevole, sia pure a certe condizioni. In Europa abbiamo avuto politiche troppo orientate al breve termine. Ma finalmente si sta iniziando a guardare agli investimenti, non solo privati ma anche pubblici, come ponte fra il presente e il futuro. A considerare la capacità degli investimenti, sia pure finanziati in debito, di generare crescita e perciò di fare fronte agli oneri del debito. Come diceva Paolo Baffi, governatore di Bankitalia, è quando lo Stato si indebita per fare spesa corrente, non validi investimenti, che tradisce l’intenzione di risparmio delle famiglie».
Per arrivarci bisogna cambiare il Trattato come fu fatto per il Fiscal Compact?
«Ci sono già stati cambiamenti, e non si vede perché sarebbe impossibile farlo ancora. Ma potrebbe anche bastare un intervento sulla legislazione secondaria. Ciò che penso sia importante è uscire dalla situazione in cui si deve ricorrere alla flessibilità perché le regole non sono veramente difendibili. So che il concetto stesso di flessibilità oggi eccita, soprattutto in Italia, perché viene vista come un salvifico salto di qualità da quella che chiamano “tecnocrazia” a quella che chiamano “politica”. Ma nell’Europa del Nord la richiesta di flessibilità, quando viene da Paesi che non hanno fama di essere troppo dediti al rispetto delle regole, è vista come volontà sottrarsi alle regole».

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Dopo il Fondo Monetario Internazionale, Zingales, Tabellini e Giavazzi, un’improvvisa conversione keynesiana colpisce quindi anche l’alfiere dell’austerità. Nell’intervento sul Financial Times il Professore ricordava

La virtù della disciplina di bilancio è che protegge le future generazioni dagli abusi dei politici attuali. Supponiamo, tuttavia, che un paese abbia bisogno di maggiori e migliori infrastrutture e il suo governo possa prendere in prestito a meno di 1 per cento per finanziare le infrastrutture con un tasso molto più elevato di rendimento in termini di crescita. Se questo paese decide di rinunciare a tale investimento, non agisce contro l’interesse delle generazioni future?

Insomma, rigore sì, ma non autodistruttivo come finora è stato. C’è da chiedersi perché tutto ciò non sia stato il programma del presidente Monti quando era capo del governo.