Attualità

La bambina malata di AIDS e la paura del contagio

C’è una questione, a margine della triste vicenda della bambina malata di AIDS rifiutata dalle scuole del napoletano, sulla quale si deve tornare a fare chiarezza. Pena il ritorno agli anni bui dell’epidemia di AIDS, quel periodo tra la fine anni Ottanta e la prima metà anni Novanta durante il quale il terrore per la malattia conduceva spesso all’emarginazione più completa dei malati. Colpevoli secondo la società di essere degli untori, di diffondere una piaga terribile e incurabile: l’HIV. Chi è stato adolescente in quel periodo si ricorderà senza dubbio gli spot con l’alone rosa attorno alle persone sieropositive e le lezioni di educazione sessuale imperniate su due concetti fondamentali. Da una parte la consapevolezza dei rischi e delle precauzioni da adottare per non contrarre l’HIV, dall’altra l’invito non discriminare i malati e i sieropositivi.

HIV in Europe: 5 facts you need to know from ECDC on Vimeo.

Vanno evitate le occasioni di contagio, non i malati

Ora le cose sono cambiate, l’AIDS non fa più così tanta paura e di HIV non se ne parla più. Eppure la malattia non è stata debellata, secondo un report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nella sola Unione Europea durante il 2013 è stato registrato l’80% in più di casi di infezione da HIV rispetto al 2004. Nel 2011 in Italia sono stati riportati complessivamente 18.752 casi di infezione da HIV e 63.888 casi di AIDS incluso il decesso di 39.525 persone. Nel 2013 sono sono state segnalate 3.608 nuove diagnosi di HIV e sono stati diagnosticati 1.016 nuovi casi di AIDS, un trend sostanzialmente in linea con gli anni precedenti. Invece tra il 2006 e il 2013 è aumentata la proporzione delle persone che arrivano allo stadio di AIDS conclamato ignorando la propria sieropositività, passando dal 20,5% al 68,2%.  Il problema attualmente è che si è abbassata la guardia e si stima che una buona percentuale dei sieropositivi non sappia di esserlo perché non ha eseguito il test. Il rischio ovviamente è che queste persone possano contagiarne altre e non inizino in tempo le terapie di contrasto al virus. I malati di AIDS non sono però solo adulti, ci sono purtroppo anche molti bambini (proprio come la bambina napoletana rifiutata dalle scuole) che non hanno alcuna colpa. Fortunatamente in Europa e in Italia questi bambini hanno la possibilità di essere seguiti e curati al meglio, in modo da tenere sotto controllo il livello di infezione.
 

La percentuale di bambini che riceve trattamenti con farmaci antiretrovirali (http://www.who.int/)
La percentuale di bambini che riceve trattamenti con farmaci antiretrovirali (http://www.who.int/)

Il caso della bambina di Napoli è particolarmente drammatico perché per anni – anche a causa della difficile situazione familiare – nessuno si è reso conto che la bambina fosse sieropositiva. Ma il fatto che abbia l’AIDS non significa che possa essere espulsa dalle scuole o che le debba essere impedita qualsiasi interazione sociale con i coetanei a causa della sua malattia. Come tutti sappiamo infatti l’HIV è un virus che si trasmette principalmente per via sessuale o attraverso lo scambio di liquidi corporei infetti come: sangue, liquido seminale, secrezioni vaginali e latte materno. Se non si entra in contatto con queste sostanze corporali non c’è rischio di contagio. Ad esempio come spiega il portale Epicentro dell’Istituto Superiore di Sanità il virus non si trasmette attraverso: strette di mano, abbracci, vestiti baci, saliva, morsi, graffi, tosse, lacrime, sudore, muco, urina e feci, bicchieri, posate, piatti, sanitari, asciugamani e lenzuola e punture di insetti. Per queste ragioni l’HIV non si trasmette se si frequentano: palestre, piscine, docce, saune e gabinetti, scuole, asili e luoghi di lavoro
ristoranti, bar, cinema e locali pubblici mezzi di trasporto frequentate da persone sieropositive o da malati di AIDS. Insomma anche i bambini sieropositivi hanno il diritto di vivere una vita normale, senza pregiudizi e senza essere emarginati.