Cultura e scienze

La grande strage di animali che l'uomo continua a perpetrare

Negli ultimi 40 anni la consistenza di numerose specie animali risulta più che dimezzata, e la responsabilità di questa perdita va ricercata, inutile dirlo, nell’avidità dissennata della specie umana. E’ l’allarme lanciato dal Living Planet Report 2014, il rapporto internazionale del WWF giunto alla decima edizione. La ricerca prende in esame la popolazione di 3.038 specie di vertebrati tra il 1970 e il 2010 utilizzando il Living Planet Index (un database realizzato dalla  Zoological Society di Londra).
 
IL RAPPORTO SULLA POPOLAZIONE ANIMALE DEL WWF
Secondo il rapporto la popolazione di pesci, uccelli, mammiferi, anfibi e rettili è diminuita del 52% dal 1970 a oggi: finora non si era mai registrata una perdita di vita animale così massiccia. Le specie di acqua dolce hanno subito un declino del 72%, quasi il doppio rispetto alle specie terrestri e marine: questo perché i fiumi sono il “comparto finale” del sistema, e tutto quello che comincia sulla terra va a finire nei corsi d’acqua. Basti pensare che ogni anno solo nel Gange finiscono decine di miliardi di rifiuti delle lavorazioni agricole e industriali. Oltre all’inquinamento, per laghi e fiumi un grosso danno è costituito dalle dighe: nel mondo ve ne sono almeno 45mila, calcolando solo le più grandi. E se nell’ultimo secolo la popolazione è cresciuta di quattro volte, il consumo di acqua è aumentato di sette, e la sete è uno spettro incombente per gran parte del pianeta.

rapporto wwf
Il rapporto WWF sulla popolazione animale: infografica di Repubblica

La situazione è più grave nelle regioni tropicali, dove il dimezzamento della popolazione ha interessato 1.638 specie, negli ultimi quarant’anni. In America Latina, nei paesi più poveri, il calo di popolazione animale è stato drammatico, arrivando a toccare l’83 per cento: il contrario di quello che si verifica nei paesi a livello di reddito più elevato, in cui si registra un incremento del 10 per cento di alcune specie minacciate come le lontre. Ma la situazione resta drammatica anche in Europa per determinate specie come gli anfibi, e come le anguille, le cui riserve naturali si sono ridotte di oltre il 90 per cento. L’Italia, un tempo primo produttore europeo di anguille, ormai conta quasi esclusivamente sull’allevamento.
Panthera tigris altaica (foto da: Wikipedia)
Panthera tigris altaica (foto da: Wikipedia)

I PROBLEMI
La minaccia maggiore alla sopravvivenza di molte specie scaturisce dalla perdita e dal degrado degli habitat, da una pesca e una caccia insostenibili, dal cambiamento climatico ormai evidente a tutti; in sostanza, soprattutto dall’antropizzazione sfrenata di un pianeta che si avvia a sopportare una popolazione umana valutata in 11 miliardi nel 2100. Due anni fa il WWF aveva calcolato il declino della biodiversità nel 28 per cento, ma nel rapporto di quest’anno l’indice è stato rimodulato con una diversa e più ampia metodologia, che cerca di tenere conto nei limiti del possibile delle specie selvatichepiù  difficili da “mappare”, anche se le 3.038 specie prese in esame non possono dare interamente conto delle 62.839 identificate nel mondo. Gli animali di acqua dolce, soprattutto le rane, mostrano un declino del 79 per cento; ma anche grandi animali terrestri come gli elefanti sono in calo del trenta per cento. La diminuzione delle specie marine è valutata nel 39 per cento, con la perdita maggiore ai Tropici e nell’oceano antartico; particolarmente drammatica la situazione di testuggini  marine, squali di varie specie e uccelli migratori come gli albatros.
 
IL SECONDO INDICE
Il secondo indice utilizzato nel rapporto, quello dell’impronta ecologica umana, ovvero l’entità del consumo di risorse naturali da parte della nostra specie, è ancora più sconfortante: abbattiamo alberi a un ritmo che non consente la riforestazione, preleviamo più pesce di quello che è in grado di riprodursi, pompiamo più acqua da fiumi e falde sotterranee di quanta ne possa ripristinare la pioggia, produciamo più anidride carbonica di quanta ne assorbano le piante. In sostanza, è il mesto commento del WWF, un pianeta non basta: ci servirebbe un’altra Terra e mezza per mantenere ii ritmi di dissipazione di risorse praticati dalla nostra specie (ma per i livelli italiani di Terre ce ne vorrebbero 2,6). Per Gianfranco Bologna, direttore scientifico del WWF Italia, allarmano il livello raggiunto dalla perdita di biodiversità e i danni provocati a ecosistemi essenziali per la nostra stessa esistenza. “Questi danni non sono inevitabili, ma costituiscono una conseguenza del modo in cui abbiamo scelto di vivere.  Sebbene il rapporto mostri come la situazione sia critica, vi sono ancora spazi per la speranza, ma non si deve  perdere altro tempo.  Per proteggere la natura è necessaria  un’azione incentrata sulla conservazione attiva, la volontà politica e un chiaro e significativo supporto da parte delle imprese”.