Cultura e scienze

Ilaria Milani e l'artrite reumatoide: cosa può fare un video su Facebook

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Ilaria Milani è una ragazza di 22 anni che ha postato un video su Facebook per parlare della sua malattia, l’artrite reumatoide, dalla quale ha scoperto da poco di essere affetta. Sul suo profilo è stata riempita di solidarietà, mentre il video ha più di 160mila mi piace e decine di migliaia di condivisioni. Ha deciso di pubblicarlo «Perché parlarne è il primo passo. Il silenzio non serve a nulla, tanto meno alla ricerca», e nel video racconta che qualche settimana fa, dopo tante analisi ha scoperto di avere l’artrite reumatoide, una malattia molto rara che colpisce solo l’1% della popolazione mondiale:

«Ho iniziato con un fortissimo mal di schiena e male al collo, poi mi si sono gonfiate le ginocchia, i gomiti e così via. Può andare a impattare anche polmoni, cuore e fegato ma non si sa da cosa è causata. Per questo motivo non si può guarire. Io posso e devo curarmi, però ce l’avrò per il resto della mia vita. Inutile dirvi quanto sia cambiata la mia vita da quando l’ho saputo, i medici mi hanno detto che ci dovrò convivere, e dovrò convivere con dolori, prendere medicine, farmi iniezioni nella pancia e abituarmi a un corpo che non è più il mio. Se prima riuscivo a fare da sola tutto, adesso tutto mi sembra impossibile: non riesco a camminare se non prendo il cortisone, non riesco a volte nemmeno ad alzarmi dalla sedia. Io non sono qua a chiedervi di fare delle donazioni, anche se non fanno schifo. Io sono qua perché penso che non serva a niente chiudere gli occhi. Io non voglio stare zitta, io voglio cercare di fare qualcosa. Per me e per le altre persone che soffrono di questa malattia. Spero con questo video di avervi trasmesso qualcosa, spero che si parli di più di queste malattie e un po’ meno di cose futili».

E sono tantissimi i commenti di gente comune che invita Ilaria a farsi coraggio e altri malati che parlano della malattia e della vita di tutti i giorni in convivenza con essa; e c’è anche chi propone metodi “alternativi” di cura, alcuni anche con intenti pubblicitari.


Della storia ha parlato anche La Stampa.