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Ilaria Capua e lo strano caso delle interviste parallele

ilaria capua espresso abate

Ilaria Capua è stata ieri prosciolta dal Giudice per l’Udienza Preliminare di Verona Laura Donati insieme ad altri dodici imputati dall’accusa di traffico illecito di virus dell’influenza aviaria. L’inchiesta era stata avviata nel 2013 dai carabinieri del NAS e coordinata dalla procura di Roma prima di essere trasferita. La Capua, cinquantenne romana, una figlia e un marito scozzese, è ricercatrice e deputata di Scelta Civica. Nel 2006 ha promosso una campagna a favore del libero accesso ai dati sui virus influenzali. È entrata nella top 50 di Scientific American e l’accusa nei suoi confronti era parsa ai più ridicola.

Ilaria Capua e lo strano caso delle interviste parallele

La parte più interessante di questa storia è come l’hanno trattata i giornali. In particolare emerge un interessante contrasto tra Repubblica e Corriere della Sera. Entrambi oggi hanno in pagina un’intervista alla deputata ma tra i due pezzi ci sono significative differenze. Nel colloquio con Elena Dusi non c’è infatti traccia di discussioni riguardo come i media hanno trattato la storia. Tra le domande, poi, Repubblica chiede alla Capua cosa abbia detto di così grave nelle intercettazioni per finire inquisita. Una domanda piuttosto curiosa, come vedremo più avanti.

Qual è il bilancio per lei?
«La mia carriera politica distrutta, un gruppo scientifico di prim’ordine smembrato. Io mi sono trasferita qui in Florida, il mio braccio destro lavora a Vienna. Quarantuno persone perbene indagate e fatte fuori dalle loro posizioni senza troppi complimenti, le parcelle degli avvocati. Sono contenta che sia finita, non ne potevo più di questa storia. Che comunque mi ha insegnato molto».
Cosa?
«Che bisogna stare molto attenti al telefono».
La vostra inchiesta era molto basata sulle intercettazioni. Cosa ha detto lei per procurarsi sospetti così gravi?
«Una persona che conosco da vent’anni, tanto amico da aver regalato a mia figlia il suo orsetto preferito, lavora in una ditta che produce vaccini per animali da allevamento. In una frase ha detto “per quello che hai fatto la mia azienda dovrebbe regalarti un villino su un’isola greca”. Ma quale villino? Era così evidente che si trattava di una battuta».

ilaria capua
Invece sul Corriere della Sera il colloquio pare essere più… franco. Con Gian Antonio Stella infatti la Capua vuota il sacco.

«Un giorno arriva una mail da Lirio Abbate dell’Espresso: “Posso farle qualche domanda?” Pensavo fosse per Ebola. Gli mando il telefono, mi fa tre domande. E mi ritrovo in copertina: “Trafficanti di virus”. Con le intercettazioni perfino di telefonate con papà, che era appena morto. Una mazzata alla nuca».
Sorpresa totale?
«Totale. Anche se si trattava di accuse senza senso, non avevo più il coraggio di uscire, di andare dal fruttivendolo, di girare per il paese padovano dove vivevo. La testa che girava, conati di vomito… Mi avevano imputata di reati gravissimi. Che prevedevano l’ergastolo. Dico: “Se pensi che io possa andare ad avvelenare un acquedotto, arrestami! Se pensi che sia pericolosa, mettimi le manette!” Invece mi ritrovavo addosso reati pesantissimi, “al fine di commettere una pluralità indeterminata di delitti di ricettazione, somministrazione di medicinali in modo pericoloso per la salute pubblica, corruzione, zoonosi ed epidemia…”. Praticamente ero un mostro. Ma intorno non si muoveva niente. Niente. Una bolla di silenzio. Giorno dopo giorno. Silenzio. Giorno dopo giorno».
E in Parlamento, dov’era stata eletta con Mario Monti?
«Alcuni, di destra e di sinistra, mi rincuorarono: “Sono accuse che cadranno”. Altri mi linciarono. Come in commissione cultura dove il grillino Gianluca Vacca mi aggredì con una violenza… Scoppiai a piangere. Lì, in commissione, davanti a gente che conoscevo appena. Un’altra grillina, l’onorevole Silvia Chimienti intimava sulla sua pagina Facebook: “Traffico illecito di virus. Nel dubbio dimettiti!”. Di colpo ero una appestata».
Certi furono ancora più duri, come i frequentatori della pagina Facebook «noivotiamoM5S». Le rileggo qualche commento: «Poi la fanno ministro della sanità, troia». «Grandissima zoccola!» «Se la notizia fosse vera, meriterebbe di iniettarglielo a forza il virus…» «Hija de puta». «Iniettatela a lei!!!!» «Alla gogna!!!!».
«Non volevo neppure vederli, quei commenti. Li ho letti dopo. Odio puro. Odio. Sul niente».
Querele in arrivo, adesso?
«Vediamo. L’Espresso l’avevo querelato subito. Ma in questo momento mi devo prima di tutto “de-comprimere”. Troppa tensione accumulata. Vorrei tornare a dormire, finalmente».
Si aspetterà almeno delle scuse.
«Mah… Lei crede?».

Insomma, si capisce che la Capua è arrabbiata sì con i giudici, ma è anche alquanto arrabbiata con i giornalisti. Segnatamente, con quelli de L’espresso, che hanno lo stesso editore di Repubblica e che le dedicarono questa copertina all’epoca dei fatti.

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La copertina de l’Espresso dedicata ai “Trafficanti di virus”

Le intercettazioni di Ilaria Capua

Non solo. Proprio ieri, quando è stata fatta l’intervista di Repubblica, l’Espresso usciva con un altro pezzo a firma di Lirio Abbate in cui vengono pubblicate alcune… intercettazioni della Capua finite evidentemente nel fascicolo della pubblica accusa. Vedi tu a volte le coincidenze: proprio quelle intercettazioni di cui le si chiedeva conto nell’intervista di Repubblica. E pensare che basta attraversare la Colombo per parlarsi.
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E cosa dicono le intercettazioni? Il pezzo di Abbate comincia con un grande classico: la parolaccia.

«Quando uno mi sta sul cazzo deve crepare!», diceva la virologa parlando di una ditta farmaceutica che criticava la sua invenzione, il “Diva”, la prima strategia di vaccinazione contro l’influenza aviaria.

La parolaccia infatti impressiona, specialmente se viene immaginata in bocca a un personaggio famoso che è restìo a usarle in pubblico. Poco importa che nella frase la Capua non sembra fare altro che sostenere la propria invenzione, senza che ci sia nulla di penalmente rilevante in ciò che dice. Seguono altre intercettazioni in cui si parla di lei, e infine arriva la “pistola fumante” (ironia):

Ilaria Capua parla con un manager della Intervet e afferma che «le è venuto in mente un modo per far salvare la faccia a quelli della Intervet, in modo tale da prenderli “per le palle”». A tal proposito dice al manager di riferire ai propri capi «che a breve a Cambridge verrà presentato uno studio dove lei ha generato un H7-N5 e che l’H-N5 è la neuroamminidasi più rara in assoluto, quindi quelli della Intervet potrebbero salvarsi la faccia dicendo che sono interessati al virus per fare il vaccino, in modo tale poi da poter iniziare nuovamente a trattare sul test Diva, per il quale loro (Capua, Marangon, Cattoli) stanno per chiudere con la Merial e la Fort Dodge, nonché con il governo olandese». Poi prosegue dicendo che «in virtù di ciò lei inserirà il nome del vaccino della Intervet sullo studio delle anatre». Per gli investigatori Capua avrebbe utilizzato «lo studio da lei effettuato per indurre la ditta Intervet ad ammorbidire la propria posizione critica nei confronti del test Diva e che, in caso positivo, quale controparte, pubblicherà sul proprio studio il nome del vaccino della ditta Intervet».

E ancora:

Da una delle registrazioni emerge uno spaccato degli interessi in ballo. Parla alla madre della proposta di lavoro ricevuta da una fondazione della Florida, all’epoca e pure oggi, e osserva che «sarebbe un problema perché la fondazione non ha finalità commerciali» mentre, al contrario, in quel periodo lei ha una parte attiva e ha «una buona attività commerciale per la vendita dei reagenti diagnostici che le consentono di guadagnare in un anno ben 700 mila euro».

Insomma, la Capua sembra davvero avere a cuore il “business” (mica come quei santi degli editori dei giornali, che sono notoriamente tutti filantropi). Ovvero il frutto del proprio lavoro. Una vera vergogna, signora mia. Peccato che non sia stato introdotto ancora il reato di business.