Cultura e scienze

Il Festival di Locarno tra pioggia e grandi film

Il sessantottesimo festival di Locarno prosegue ed entra sempre più nel vivo, sia con il procedere dei concorsi (ormai quasi un terzo delle pellicole in gara è stata presentata), sia con il ripetersi delle tradizioni cui i frequentatori di Locarno sono abituati: dalle passerelle dei grandi ospiti internazionali, alle incursioni della politica, fino alla pioggia, più o meno torrenziale.
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LA PIOGGIA BAGNA IL FESTIVAL DI LOCARNO
La statistica infatti, ed è una statistica curiosa soprattutto perché proveniente dai meteorologi svizzeri, proverbialmente affidabili, insegna che in 68 edizioni il Festival ha potuto contare una volta sola su un’intera edizione mai disturbata dalla pioggia, quella del 2012. Un fatto importante anche su un piano economico visto che ogni serata di pioggia provoca un calo considerevole principalmente del numero degli spettatori in Piazza Grande, fatto che nella piovosa estate del 2014 si era anche tradotto in un calo delle entrate per il festival. La pioggia però fa anche emergere alcune peculiarità della parte “open air” della manifestazione ticinese: infatti, e nonostante tutte le proiezioni della Piazza Grande siano anche replicate in contemporanea al coperto dell’Auditorium FEVI, se gran parte del pubblico si allontana un’altra parte molto consistente rimane in Piazza, a seguire film e presentazioni sotto la pioggia battente (andrà anche ricordato che è vietato l’uso di ombrelli durante le proiezioni, per ragioni ovvie). Uno spettacolo nello spettacolo, specialmente per quanti amino il cinema come arte prima ancora che i singoli film  e che hanno così una prova di quanto il pubblico possa condividere questo amore. Nel lungo primo week end del Festival c’è anche stato spazio, come si accennava sopra, alle passerelle dei grandi protagonisti del cinema internazionale, primo fra tutti Andy Garcia che ha visitato il festival venerdì, per ritirare un meritato premio alla carriera (quello del “Leopard Club”) e accogliere l’abbraccio assolutamente entusiastico del pubblico che ha iniziato a tributargli applausi e cori già quando lo schermo di Piazza Grande lo ha ripreso mentre si avvicinava al palco, ben prima dell’inizio della premiazione. Garcia, con una disponibilità e umiltà che forse non ci si attenderebbero da una star hollywoodiana, ha anche dedicato una mezza giornata di tempo a discutere personalmente con i fan, presenziando a proiezioni di suoi vecchi film e ai dibattiti successivi e tenendo incontri col pubblico. Lo stesso, va detto, era stato fatto anche da Edward Norton e dagli altri ospiti, contribuendo a creare quello spazio di discussione col cinema che è parte integrante di un festival come questo.
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IL PREMIO A SAM PECKINPAH

La serata di sabato ha visto ancora un omaggio alla carriera, anche se in questo caso in assenza del maggiore protagonista: il grande cineasta Sam Peckinpah a cui è dedicata la retrospettiva del 2015 è infatti scomparso da alcuni anni, quindi a rievocarlo e a descriverne il lavoro sono intervenuti amici e colleghi, a salutare oltretutto un’iniziativa quanto mai impegnativa del festival: infatti la retrospettiva dedicata a Peckinpah si presenta come una delle più ambiziose da sempre visto che propone tutti i film realizzati per il cinema dal realizzatore di “Mucchio selvaggio” e “cane di paglia” e addirittura propone anche molti dei suoi più significativi lavori per la televisione. Domenica poi, per ricevere il Pardo d’Onore, era a Locarno Michael Cimino, acclamato autore di “Deer Hunter” (“il cacciatore”, proiettato in Piazza Grande a fine serata), ormai settantaseienne ma ancora attivo che ha incassato gli applausi del pubblico scherzando sulla forma della statuetta che gli è stata consegnata, somigliante più ad un pollo che a un leopardo, a suo parere. Dando poi il dovuto spazio anche alla cronaca extracinematografica vale la pena segnalare che sabato era a Locarno anche il governatore della BCE Mario Draghi, che ha ritirato il “premio per la cultura politica europea 2015”, assegnato dalla fondazione Ringier proprio a margine del festival e dotato di 50.000 franchi svizzeri di borsa (1,05 franchi circa corrispondo a un euro).
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LE RECENSIONI DEI FILM IN GARA

Parlando finalmente di film sono molte le segnalazione che vale la pena proporre, sia tra le pellicole di Piazza Grande, sia nei due concorsi principali:intanto si sono presentati registi molto attesi dalla critica, come Andrey Zulavsky (“Cosmos” il suo film nel concorso internazionale) e Otar Iosseliani con “canto d’Inverno”, presentati anche due film italiani: “Bella e perduta”, di Pietro Marcello nei “cineasti del presente” e “l’accademia delle muse”, produzione spagnola ma realizzata in italia e in lingua italiana. Qualche specifica segnalazione la meritano intanto i film passati in Piazza, che sono generalmente quelli che più facilmente trovano la via delle sale cinematografiche:
 
“Lo stato contro Fritz Bauer”, di Lars Kraume (Germania 2015), è un thriller di ambientazione storico politica. Fritz Bauer è il procuratore capo dell’Assia, siamo intorno al 1960 e la procura è impegnata a indagare sui criminali nazisti in fuga. Bauer non si fida della polizia che dovrebbe aiutarlo ma che è piena di ex nazisti riciclati che in realtà ordiscono complotti contro di lui, il procuratore arriverà così a commettere tradimento e a sacrificare la carriera di amici e colleghi, mettendo in gioco anche la propria vita, per poter dare corso a quello che ritiene il compito della sua vita. Il film è basato su una storia vera, e la ricostruzione che ne dà Kraume è compatibile con le cronache dell’epoca, tuttavia il film vuole essere un thriller che quindi insiste, senz’altro lavorando di fantasia, sulle parti più rocambolesche delle vicende trattate, insistendo nel contempo sui drammi personali dei protagonisti. Il risultato è avvicente e ci consegna una pellicola di argomento storico che si gode come una spy story tradizionale e di grande ritmo, non priva anche di qualche provocazione legata all’attualità. Il film, anche per il contesto di provenienza, può avere ricordato a molti “Le vite degli altri” che proprio sulla Piazza Grande aveva iniziato la trionfale cavalcata culminata con l’Oscar.
Southpaw di Antoine Fuqua (USA 2015) è invece un action movie ad alto contenuto adrenalinico, un film che si poggia su un montaggio avvincente e sulle interpretazioni di Jake Gyllenhaal e Forest Whitaker: il primo è un pugile di enorme successo, campione del mondo, detentore di record e naturalmente straricco e sostenuto da una moglie bellissima e da una figlia che lo adora. Quando sembra che tutto debba andare bene però la moglie viene assassinata durante un banale diverbio, il campione comincia a perdere tutti gli incontri, ad avere guai con la giustizia e a rimanere senza un quattrino e senza la figlia (affidata ai servizi sociali). Billy Hope, così si chiama, si vede allora sprofondare in una spirale di depressione e autodistruzione. Lo spettatore si vede quindi confrontato con l’evidente sconfitta del protagonista, che in pochi giorni vede svanire i sogni di una vita. A quel punto però avviene l’incontro con Whitaker, Tick Willis nel film, che si intuisce essere grossomodo il più grande allenatore di boxe di ogni tempo, inspiegabilmente ignoto e ignorato dal mondo (ma noto a Billy Hope che lo trova immediatamente nella peggiore palestra di New York). Il lettore avrà certamente presenti alcune centinaia di film che raccontano l’edificante storia dell’uomo di successo caduto in disgrazia che torna ai primitivi fasti grazie alla severa guida di un maestro duro ma giusto, la principale differenza tra southpaw e tutti quei film è nella colonna sonora che, se suonata a tutto volume, risulta coinvolgente. Va riconosciuto comunque che, visto senza troppe attese, può essere un film divertente.
Trainwreck di Judd Apatow (USA 2015) è una commedia sentimentale con Amy Schumer, la cui trama si riassume in pochi secondi: una donna non crede nella monogamia, finchè non incontra un uomo di cui si innamora. E non c’è veramente altro. Tuttavia la banalità indiscutibile della premessa non impedisce a Trainwreck di essere un film divertente e godibile, con molte gag e sostenuto da attori di dimostrata capacità, oltre ad un certo numero di camei piuttosto interessanti ad opera soprattutto di personalità dello sport, con un LeBron James molto spiritoso e autoironico che forse vale da solo il prezzo del biglietto di un film che non farà storia ma che fa certamente ridere e divertire.
Jack di Elisabeth Scharang (Austria 2015): il film parte da un crudele omicidio, una donna torturata e uccisa da uno spostato che viene immediatamente catturato e chiuso in carcere. Dietro le sbarre Jack ci rimarrà 15 anni, per essere poi liberato dopo essere divenuto poeta e scrittore, circostanza che ne dimostra il ravvedimento. Ma lo dimostra davvero? O forse Jack è solo un abile dissimulatore che si è finto cambiato per poter riprendere la sua vecchia vita? Il dubbio sale e continua a salire dopo che, nella città in cui si trasferisce, inizia un’inquietante serie di delitti. Jack manipola inquirenti e amici, usa le persone per farsi una credibilità e sfrutta cinicamente il proprio ascendente, in particolare, sulle donne, ma è lui l’assassino o è solo un cinico approfittatore che rischia di pagare le colpe di altri? Nei 90 minuti del film la regista poterà lo spettatore a propendere ora per l’una, ora per l’altra ipotesi, senza mai dare una risposta chiara ma ottenendo un credibile effetto di suspence.

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