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Giuditta Di Matteo: il metodo Gerson e i frullati anticancro

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Stavolta tocca al metodo Gerson: frullati di frutta fresca, integratori naturali, clisteri di caffè. Così è morta Giuditta Di Matteo, affidatasi all’ennesima cura alternativa per un tumore linfatico per il quale aveva sopportato cicli di chemioterapia e un trapianto di midollo osseo. Per molti mesi ha migliorato, poi il tumore si è ripresentato in forma invasiva e lei è morta ieri l’altro a 49 anni, dopo un ultimo disperato tentativo con la chemio. Racconta la sua storia il Corriere:

«Troppo tardi» per i medici. «Non sono un’irresponsabile» ripeteva lei, insegnante elementare, amatissima, dell’istituto di via Stoccolma a Cagliari, a chi la rimproverava di non aver più seguito i protocolli della medicina ufficiale. «Quando la malattia mi ha aggredito bronchi e polmoni ero reduce da un ciclo di chemio ed ero troppo debole per affrontare un altro. Non ne sarei uscita viva e ho dovuto cercare soluzioni alternative». Così, vegetariana convinta, ha provato con il trattamento di Max Gerson. Nulla di rivoluzionario, il medico tedesco l’ha messo a punto nel 1930 ed è stato adottato in tutto il mondo ma mai scientificamente convalidato: consiste in frullati di frutta, integratori naturali da bere a intervalli brevi per tutto il giorno e da periodici clisteri di caffè, consigliati per depurare il fegato. È un metodo — sostiene la figlia di Gerson, che alla morte del padre l’ha perfezionato — che sollecita le capacità del corpo di autodisintossicarsi e attiva le di fese e il sistema immunitario contro malattie considerate incurabili. Compresi i tumori.

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Giuditta Di Matteo aveva saputo di avere un tumore linfatico nel 2002. Diagnosi, percorso concordato con i medici: tac, biopsie, tutte le terapie conosciute, compreso un trapianto di midollo osseo. E l’odissea di tanti: regressioni, ritorni, speranze, disperazione. Il tumore, qualche anno fa, sembrava essersi ritirato, sintomi e evidenze diagnostiche scomparsi. Un’illusione. «Quando si è esteso all’apparato respiratorio credevo di soffocare, la chemio mi anni chiliva». Così ha deciso di rivolgersi a un oncologo del Nord Italia che consiglia la dieta di Gerson. «Spero di guarire in tre anni» confidava. Per i primi due è stata meglio. E ha trovato la forza di combattere contro lo Stato che non riconosce a chi adotta cure alternative i benefici (stipendi non decurtati, periodi di assenza) applicati a chi fa la chemio e altre terapie «ufficiali». Battaglia perduta. Come quella per la vita: sei mesi fa, l’ennesima recidiva, stavolta devastante.

L’Associazione Italiana per la Ricerca contro il Cancro ha spiegato perché il Metodo Gerson non può funzionare:

Oltre all’ovvio pericolo che si corre abbandonando le terapie scientificamente convalidate per affidarsi a cure prive di efficacia dimostrata, la natura stessa della terapia Gerson può essere pericolosa per il malato di cancro.
I clisteri di caffè, per esempio, eliminano grandi quantità di potassio dall’organismo (esattamente il contrario di quanto teoricamente dice Gerson), col rischio di provocare infezioni, disidratazione, disturbi dell’equilibrio idro-salino (particolarmente pericolosi per chi soffre di cuore, poiché possono portare ad arresto cardiaco e morte). Il ricorso prolungato a clisteri può indurre la perdita di tonicità della muscolatura intestinale, con conseguente incontinenza o, viceversa, stitichezza, con comparsa di infiammazione e colite.
La dieta può indurre stanchezza e vertigini, crampi addominali, febbre e sudorazione.
È importante non confondere alcuni degli elementi positivi di questo regime alimentare (come un consumo aumentato di frutta e vegetali, la riduzione delle proteine animali e dei grassi) con la sua efficacia anticancro, che non è dimostrata. Inoltre la modalità proposta è molto sbilanciata e, come detto, può col tempo portare a gravi squilibri che, invece di rafforzare le difese dell’organismo, così come affermava Gerson, le indebolisce rendendolo inerme nei confronti della malattia.

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