Cultura e scienze

Il genocidio armeno, in sintesi

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Mi piacerebbe”, disse adesso Talaat, “che lei ottenesse dalle compagnie di assicurazioni statunitensi una lista completa dei loro sottoscrittori armeni. Sono praticamente tutti morti, ora, e non hanno lasciati eredi che possano reclamare il denaro. Ciò ovviamente fa dello Stato l’erede legale. Il governo ne è adesso il beneficiario. Lo farà?”.

(Dalle memorie di Henry Morgenthau, ambasciatore degli Stati Uniti presso l’Impero Ottomano, capitolo XXV)

 
Il popolo armeno è, in un certo senso, una vittima della modernità; vissuto da sempre nella linea di contatto e frizione tra grandi imperi contrapposti (tra Roma e i Parti, poi tra Roma e i Persiani, poi tra Bisanzio e gli Arabi, infine tra Turchi e Persiani), si era, con i disagi e le inevitabili difficoltà che pure questo comportava, abituato alla cosa; in particolare, tra le tante nazionalità che componevano l’impero ottomano, si era guadagnato stabilmente una posizione di soggetto fidato, leale, anzi, nella stessa definizione ottomana, “il millet (la nazione) più leale”.

Il genocidio armeno, in sintesi

Quando tuttavia l’Impero ottomano cominciò a perdere pezzi e a dover cedere territori e sovranità alle potenze europee e ai risorgenti nazionalismi balcanici, le cose cambiarono. Gli armeni, sparsi per tutta l’Anatolia orientale – all’epoca ancora nota anche come Armenia occidentale -, nonché nelle maggiori città dell’Impero, dovettero fare i conti da un lato con l’ostilità dei profughi musulmani cacciati dalle terre ritornate cristiane, e con quella più generica dell’opinione pubblica islamica; dall’altro, soprattutto, pagarono a caro costo la trasformazione dell’impero ottomano multinazionale ottomano in uno stato turco ufficialmente monoetnico. Questo processo poteva avvenire solo uniformando le minoranze, che tanto minoranze non erano (vaste zone dell’Anatolia erano fortemente armene, altre greche o assire), o eliminandole: mentre per i curdi si scelse la prima strada, vista la cultura islamica che li legava ai dominatori turchi, e anzi i cosiddetti “turchi di montagna” vennero ampiamente utilizzati nei massacri, per gli armeni le differenze culturali e religiose parvero impossibili da appianare. Ovviamente ciò non fu il frutto di un momento, bensì di un lungo processo storico, che vide l’indebolimento e la caduta dell’ordine ottomano e la sua sostituzione con l’amministrazione dei “Giovani Turchi”, entusiasti di tutto ciò che veniva dall’Occidente, compreso soprattutto il nazionalismo e lo Stato-nazione. I primi massacri su vasta scala e premeditati di armeni avvennero sotto il sultano Abdul Hamid, tra 1894 e 1896, con più di centomila vittime sul confine orientale; altri 30.000 furono uccisi ad Adana nel 1909, in un attacco da parte di elementi reazionari a una nazionalità vista come complice del colpo di stato dell’anno precedente contro il sultano e dell’instaurazione del regime dei giovani turchi. Paradossalmente furono invece proprio i giovani turchi, sotto i tre leader Enver Pascià, Talaat Pascià e Gemal Pascià, a decidere l’annientamento degli armeni: prima disarmando e poi facendo giustiziare i 200.000 che servivano nell’esercito ottomano, allora impegnato nella prima guerra mondiale, poi obbligando il resto della popolazione, ossia donne, bambini e anziani, a “marce di trasferimento” dall’Anatolia fino al deserto siriano. Queste, quando pure iniziavano (assai spesso i concentramenti di armeni erano un comodo trucco per poter uccidere in un solo colpo l’intera popolazione di una cittadina o di un villaggio), erano comunque esposte alle razzie a scopo di rapina, stupro, rapimento e assassinio effettuate da paramilitari curdi e turchi o da delinquenti comuni rilasciati a quello scopo. È giusto ricordare che alcune figure dell’amministrazione ottomana, quali il governatore di Aleppo o quello (poi rimosso) di Ankara, non collaborarono con il genocidio e diedero aiuto ai profughi armeni; lo stesso aiuto fu prestato dai siriani. Non a caso, almeno fino a qualche anno fa, soprattutto la città di Aleppo ospitava una folta comunità armena, discendente dai sopravvissuti del genocidio.

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Il genocidio degli Armeni (Corriere della Sera, 3 giugno 2016)

Il numero dei morti

Il numero dei morti è discusso, specialmente perché i censimenti ottomani pre-1914 non sono completi né affidabili. Stime prudenti parlano di 800.000 armeni massacrati, mentre altri arrivano a un milione e mezzo di vittime. Di fatto la plurimillenaria presenza armena in Anatolia, molto precedente all’arrivo dei turchi, è stata cancellata; restano nell’immenso paese della mezzaluna poche decine di migliaia di armeni, il che ha condotto a parlare di un genocidio riuscito. Proprio sulla base dell’annientamento sistematico degli armeni, della cui premeditazione restano documenti inconfutabili, fu coniato come fattispecie giuridica il termine “genocidio”, usato nel 1943 da Raphael Lemkin. Ed è noto che Hitler ebbe ben presenti sia la realizzabilità pratica di uno sterminio su tale scala sia l’assoluta mancanza di conseguenze per i perpetratori. Tuttavia, non è sciocco chiedersi perché giunga proprio ora la risoluzione tedesca sul genocidio; ma, senza affidarsi totalmente ai complotti, bisogna ricordare che spinte per il riconoscimento del genocidio armeno sono attive da decenni in tutti i paesi europei e occidentali (ma anche nell’America latina), e che in questo caso fanno leva su un nervo scoperto dei tedeschi, all’epoca oltretutto alleati dei turchi. In tutto questo, infine, non servono ad addolcire le tensioni le ricorrenti minacce autoritarie di Tayyip Erdogan o la stretta brutale del suo governo su minoranze etniche – quelle che restano – e diritti politici.