Cultura e scienze

«Gasparri è trans?»

«Gasparri è trans?»: se lo chiede, ironicamente, Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera di oggi in un articolo in cui racconta dell’ignobile tweet del – scusate il termine – vicepresidente del Senato italiano che accusava, ma in forma di domanda quindi secondo lui è normale – Greta e Vanessa di aver fatto sesso con i rapitori in base alla bufala raccolta da un immondezzaio on line.

«Gasparri è trans?» Se osassimo lanciare sul serio una domanda simile, che buttiamo lì solo per una forzatura polemica (alla larga da queste fanghiglie!) il senatore forzista darebbe querela. Giustamente. Potremmo rispondere, come ha fatto lui prima di scusarsi dopo le malignità su Greta e Vanessa, che ci sono decine di siti che maramaldeggiano malevole su una sua vecchia battuta di spirito. E lui, a ragione, ci rinfaccerebbe che un giornale serio non raccoglie web-pettegolezzi.C’è però una differenza: lui,per il suo tweet indecoroso sulleragazze sequestrate in Siria, potrà invocare se denunciato l’«insindacabilità parlamentare» che ha già salvato troppi deputati e senatori incontinenti nell’ingiuria. Un giornale no. Anzi: anche la nuova legge già passata in Senato e ora in discussione alla Camera e spacciata come un’apertura alla libertà di critica perché sopprime il carcere per i cronisti (come chiedeva l’Europa) non consente di citare a sostegno alcuna «verità» pubblicata da altri. Giusto. Il fatto deve essere vero. Punto.

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Il sesso con i guerriglieri e il senatore Gasparri su Twitter

Gian Antonio Stella se la prende con gli incontinenti dell’ingiuria con diritto di smentita, e racconta il fenomeno delle querele pretestuose per intimidire il cronista:

Così è andata con il giudice Diego Curtò, furente per il «tono sproporzionatamente scandalizzato» con cui era stata descritta la sua vicenda, che forse i lettori ricordano per i soldi buttati nel cassonetto e che pretese una precisazione indimenticabile: «i 3 anni e 6 mesi di carcere gli sono stati inflitti dalla Corte di appello di Brescia non per corruzione in atti giudiziari ma per corruzione semplice». E ancora con Totò Cuffaro,che querelò perché non si riconosceva nella definizionedi politico «clientelare». E Alberto Monaci, uomo forte della Dc senese, invelenito perché avevamo raccontato come un fantastico appartamento a due passi da Piazza del Campos venduto dal partito dopo il tracollo era finito, guarda caso, alla sua compagna: «Querelo!» E potremmo avanti andare avanti per ore, a raccontare di querele pretestuose, querele fatte solo per spingere il cronista a non occuparsi più di questo o quel tizio, querele intimidatorie. Per non dire di letteracce violente destinate a essere sepolte sotto il peso delle sentenze di condanna (altrui) e assolutorie (nostre). Troppo facile, buttar lì una querela o una lettera di smentita. Sono state scritte cose false? Ben venga la pena. Purché non sia così pesante economicamente da ammazzare i piccoli giornali. Ma quanto al diritto alla smentita «a prescindere», per dirla con Totò, è il caso di andare cauti. Molto cauti.