Cultura e scienze

I cani possono ammalarsi di Ebola?

Nina Pham ha 26 anni e origini vietnamite. Lavorava come infermiera al Texas Health Presbyterian Hospital e ha cominciato a sentire i primi sintomi della febbre venerdì sera dopo aver curato Thomas Duncan, il liberiano malato che era morto due giorni prima. Subito isolata e sottoposta al test, Nina Pham ha scoperto di essere malata di Ebola. Il giorno stesso il complesso residenziale in cui abitava è stato decontaminato, secondo le istruzione dei Centers for Disease Controls; anche la sua automobile è stata trattata, mentre i vicini di casa sono stati avvertiti del pericolo. Ma all’interno dell’appartamento i sanitari hanno trovato una sorpresa: un cane.


Il sindaco di Dallas Mike Rawlings ha detto in una conferenza stampa che il cane non sarà abbattuto. Al contrario di Excalibur, l’animale di Teresa Romero soppresso a Madrid, il cucciolo di Nina Pham non sarà quindi abbattuto ma, secondo quanto dichiarato dalle autorità texane, l’animale è stato mandato in un nuovo sito in attesa della guarigione della proprietaria: «Il cane è molto importante per la paziente, e noi vogliamo che stia al sicuro», ha dichiarato il primo cittadino a USA Today. L’animale verrà «monitorato», secondo David Lakey  commissario del Texas Department of Health Services, senza fornire ulteriori dettagli su cosa che il monitoraggio comporterebbe. Ma la prima domanda a cui rispondere è un’altra.
 
EBOLA: IL PROTOCOLLO DELLA DISCORDIA
E cioé: come ha potuto il virus sconfiggere il protocollo di sicurezza USA infettando l’infermiera 26enne, che oggi combatte in «condizioni stabili»? La risposta più semplice, secondo Vox, è che i protocolli di trattamento di Ebola sono complicati. Per dimostrarlo la rivista cita questa lista dei CDC: sono le istruzioni per l’agenzia federale dà agli addetti su come togliere l’ingranaggio protettivo che i lavoratori indossano quando si trattano pazienti con malattie mortali come l’Ebola. Questa è soltanto la prima pagina.
ebola virus cane
Ma c’è da ricordare che gli altri tre ospedali che hanno trattato malati di Ebola non hanno avuto infezioni accidentali per colpa del protocollo. Non a caso i tre sono tutti specializzati in biocontaminazione. Sotto accusa per la Pham quindi torna di nuovo la scarsa esperienza degli operatori sanitari nel trattare la nuova malattia, come nel caso della Romero. Il CDC sta seguendo una procedura chiamata Contact Tracing per limitare la diffusione di Ebola negli Stati Uniti. Questa procedura richiede agli operatori di rintracciare chiunque potrebbe essere entrato a contatto con la malattia. I possibili candidati vengono messi in quarantena in attesa che passi il periodo di sviluppo della malattia.
 
CANI ED EBOLA: IL DILEMMA
Ora però per le autorità degli Stati Uniti si è aperta una grossa responsabilità: non sopprimere il cane dell’infermiera è una scelta che porta con sé molti interrogativi. Il rapporto tra Ebola e cani non è infatti molto chiaro. Il CDC ha pubblicato sul suo sito una serie di domande e risposte su Ebola, che investono anche la questione dei cani e dei gatti domestici.

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Il Q&A del CDC su cani ed Ebola

La risposta chiave è che finora di cani ed Ebola non si sa abbastanza, ma uno studio del 2002 (sempre pubblicato sul sito del CDC) su animali del Gabon in occasione dell’epidemia di Ebola dell’epoca suggerisce che i cani sembrano avere la malattia pur non manifestandone i sintomi. In particolare, secondo la ricerca, i cani, avendone sviluppato gli anticorpi, potrebbero essere veicolo della malattia anche senza sintomi della stessa, anche se c’è da sottolineare che in primo luogo non esistono test in grado di dire con certezza se gli animali sono malati, e in secondo luogo che queste ricerche sono “vecchie” rispetto all’attuale focolaio. Non c’è infine un test che possa dire con sicurezza se i cani sono malati o meno.
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Infografica: elaborazione da “Ebola Virus Antibody Prevalence in Dogs and Human Risk”, 2002, www.cdc.gov

 
«Sarà interessante notare se le autorità spagnole, pur consapevoli della scarsa conoscenza scientifica sulla questione, possono aver basato la loro difficile decisione sull’eutanasia del cane puntando sul principio di precauzione», ha scritto il dottor Gian Lorenzo D’Alterio, veterinario italiano, ha scritto in una e-mail pubblicata dalla Società Internazionale per le Malattie infettive sul sito ProMEDmail. «Anche in assenza di una prova scientifica del rischio, il principio di precauzione prevede un’azione protettiva prima che la situazione possa peggiorare».
 
MA I CANI POTREBBERO ESSERE IMPORTANTI PER LA RICERCA
C’è anche chi, all’epoca di Excalibur e oggi, fa notare che i cani potrebbero essere importanti per la ricerca. Eric Leroy , direttore generale del Centro internazionale per la ricerca medica a Franceville, Gabon, che ha avuto a che fare con Ebola ed è uno degli autori dello studio citato dal CDC, ha detto a El Pais che Madrid avrebbe dovuto non uccidere Excalibur ma bensì utilizzare il cane per fare ricerca sulla relazione tra questi animali e il virus. Il ricercatore spiega che quello a cui lui ha partecipato era uno studio a posteriori, mentre con Excalibur si sarebbe potuto esaminare l’attività del virus e imparare molte cose, tra cui scoprire in che modo possono essere o non essere una fonte di infezione nei focolai di Ebola. Di certo ora le autorità USA si trovano di fronte a un dilemma: la scelta di mantenere vivo il cane potrebbe essere rivista nelle prossime settimane, a prescindere dalla sorte toccata alla padrona.

Dieci infografiche su Ebola

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