Cultura e scienze

Le Donne del Muro Alto: un laboratorio teatrale a Rebibbia

Le Donne del Muro Alto è un progetto di teatro sociale presso il carcere di Rebibbia, sezione femminile. La regista Francesca Tricarico ci racconta il percorso compiuto finora e a cosa serve un laboratorio teatrale (in carcere).
 
IN UN LUOGO ESTRANEO
«Il carcere è un luogo estraneo – o meglio è visto così – ma molte di quelle persone usciranno. Se continuiamo a considerarlo tale rischiamo di perdere il ruolo rieducativo e non punitivo della detenzione. È parte di noi, non possiamo ignorarlo». Quella funzione non punitiva, come originariamente era concepita l’istituzione carceraria, rimane solo spesso un proposito mai realizzato. «Ogni lavoro sul singolo è un servizio. Ogni persona ha poi a che fare con molte altre». Solo chi è direttamente colpito sembra interessarsene. I detenuti stessi, le famiglie, pochi amici. L’isolamento non è solo fisico. «Spesso – continua Tricarico – quando parliamo del laboratorio teatrale e di quello che stiamo facendo, sembra che la curiosità riguardi solo il reato, molto meno le persone. Hanno commesso dei reati, certo, ma lo abbiamo già detto. Stiamo cercando di fare un percorso rieducativo. Di questo dovremmo parlare».

 
IL PROGETTO
«Lavoro a Rebibbia da alcuni anni. Ho fatto l’assistente alla regia di Cesare deve morire. È così che ho conosciuto questo mondo. Il mio obiettivo era entrare nel femminile. Con l’associazione Per Ananke l’anno corso abbiamo messo in scena Didone, una storia sospesa. Il laboratorio teatrale ha avuto un riscontro importante. Lavoriamo nella massima sicurezza e il lavoro che possiamo fare insieme – il lavoro che stiamo facendo – è esemplare. Abbiamo partecipato al bando della Regione Lazio e abbiamo vinto quello delle Officine di teatro sociale per un laboratorio biennale. Però quel bando copre solo una parte delle spese». E se non si trovano gli altri soldi necessari, la Regione si riprende i fondi stanziati.

 
«IL CARCERE È UN OTTIMO ESERCIZIO»
All’inizio l’idea era quella di «fare qualcosa di più leggero». Invece poi la scelta è caduta su un testo molto politico. «Hanno passato l’estate – continua Tricarico – facendo ricerche storiche, come sulla detenzione durante la rivoluzione francese. Sono donne che non sono abituate a leggere e a studiare. Alcune sono diplomate e laureate, ma altre no. Come si fa a dire di no? Pur senza sicurezza, abbiamo cominciato a lavorare. Rinunciando ad altri lavori». Tricarico ricorda l’utilità del teatro e il suo effetto positivo, ma ricorda anche un meccanismo che si verifica di frequente: si vogliono i risultati – e per i risultati servono i professionisti – ma non si è disposti a investire fondi sufficienti. «Da marzo, non trovando altri finanziamenti, abbiamo iniziato una campagna per raccogliere fondi (paypal e bonifico bancario). Ci servono 25mila euro per il laboratorio teatrale biennale: ovvero per il nostro lavoro, le spese e la pubblicazione del diario di bordo (che sarà costituito dai testi scritti dalle detenute e dalle foto di Francesca Leonardi). Tutto questo per 25mila euro. Molti hanno chiesto: “ma così tanto?!!».
Le donne dal muro alto
 
UNA CORSA CONTRO IL TEMPO
C’è davvero poco tempo per riuscire ad andare in scena in primavera. A febbraio la Regione vuole la rendicontazione e quindi «dobbiamo raccogliere tutti i fondi entro gennaio. Io voglio farcela. Non è mai però facile con il carcere. Stiamo cercando anche di organizzare alcuni incontri per far conoscere il laboratorio e per raccogliere fondi» (qui c’è una campagna fotografica a sostegno del finanziamento). Continua Tricarico: «Conviene fare un investimento sulle persone. Non è solo giusto. Conviene perché sono persone che usciranno e che hanno a che fare con altre persone. È l’inizio di un circolo virtuoso, è un investimento. Che riguarda tutti e che converrebbe a tutti fare».


 
A CHE SERVE IL TEATRO
Cosa stanno cercando di fare Le Donne del Muro Alto e perché? E «come fa il teatro a riabilitare? Ognuno ha una rete di persone. La funzione del teatro nel carcere è amplificata, come ogni altro aspetto. Dalla burocrazia (devi compilare una domanda per avere la visita medica o qualsiasi altra cosa) ai rapporti umani (una detenuta è senza scarpe, un’altra gliele presta). Il teatro funziona come una lente di ingrandimento. È un percorso da fare insieme. Spesso all’inizio le detenute erano perplesse e poco interessate, forse scettiche. Poi ne sono state attratte perché è un’occasione per avere a che fare con tante questioni – vale lo stesso per noi operatori. L’obiettivo comune è quello di sciogliere le tensioni nel gruppo. L’obiettivo diventa la cosa più importante». Il 12 dicembre Le donne dal muro alto saranno al Palladium di Roma (qui il programma completo di Made in Jail).