Cultura e scienze

Il Corriere e la bufala di Rehana, l'Angelo di Kobane

Il Corriere della Sera porta in prima pagina oggi la foto di Rehana che gira da qualche mese sui social network e su cui ieri sembrava si fosse messa la parola definitiva dopo l’indagine della BBC. L’articolo di Guido Olimpio comincia con una citazione dall’articolo della BBC di ieri, abilmente ritoccata.

La storia di questa ragazza — o meglio, del simbolo — inizia ad agosto, quando lo scontro nella cittadina curda al confine siriano deve ancora accendersi. Il giornalista svedese Carl Drott fotografa una militante dell’YPG che lo saluta con il segno di vittoria. La ragazza racconta: «Vengo da Aleppo, dove studiavo Legge, ma l’Isis ha ucciso mio padre e allora mi sono unita alla guerriglia». All’epoca però non è ancora Rehana. Sultaccuino del reporter svedeserestano i dettagli ma non il nome. Che spunterà più tardi, sui media del Kurdistan.

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La ricostruzione è quanto meno lacunosa, perché omette di segnalare che la BBC ha sentito Carl Drott proprio per smentire la storia dei cento jihadisti dell’ISIS uccisi. Al giornalista svedese “Rehana” (in realtà non si chiama così) ha detto di non essere una combattente della prima linea, ma di aver fatto guardia volontaria alle case di Kobane: improbabile che in quel ruolo sia riuscita a uccidere 100 jihadisti dell’ISIS. «Mi ha detto di aver studiato legge ad Aleppo, ma ISIS ha ucciso suo padre e così lei ha deciso di arruolarsi volontaria». C’è di più: in quel giorno di agosto viene scattata la foto che poi farà il giro del mondo arrivando sul Corriere della Sera. Che continua nel suo racconto curioso:

Sull’account di Twitter del saudita @alfaisal_ragad èpostata una foto cruda: mostra un mujahed che tiene in mano la testa mozzata di una curda.Sostengono che sia proprio lei, la ragazza che ha incarnato la lotta. Ma è davvero così? Il 13 ottobre — come ha ricostruito laBbc — «Rehana» ricompare. Anzi, sembrerebbe più viva che mai in prima linea ma sopratutto su Twitter. È il blogger indiano Pawan Durani a rilanciare la notizia in Rete. Un’informazioneche corre accompagnata da un dettaglio: l’angelo di Kobane ha ucciso «un centinaio di terroristi». L’immagine e la fama crescono insieme all’ammirazione per quello che stanno facendo i curdi. In inferiorità numerica, con poche armi, davanti ad un avversario dotato di cannoni e tank, non sono scappati. E lì c’è l’iconaRehana, vera o finta che sia, mache rappresenta molte suecompagne.

Nel racconto di Olimpio manca il resto della storia. Durani non ha mai presentato fonti che validassero l’informazione sui 100 dell’ISIS uccisi, Drott ha detto che la ragazza non era in prima linea ma lavorava come volontaria in aiuto della polizia kurda di Kobane. E soprattutto, manca la smentita successiva. Verso la fine di ottobre, arriva la rivendicazione dell’uccisione e della decapitazione di Rehana, sempre sotto forma di tweet. Stavolta a parlare, secondo chi riporta, è lo stesso Stato ISlamico. A quel punto arriva l’intervento di Rashad abdel Qader, giornalista siriano in Kurdistan, che rivela di aver parlato con Rehana e di aver “scoperto” così che è ancora viva ma che non ha mai ucciso 100 guerriglieri dell’ISIS:

E ha aggiunto altri particolari della storia che combaciano con quelli raccontati al giornalista svedese.


In tutto l’articolo del Corriere non si spiega mai che la storia dei 100 jihadisti è un falso smentito dalle stesse fonti che hanno validato l’autenticità della foto. L’Angelo di Kobane è una bufala, ma si vede che a via Solferino hanno bisogno di eroi. E in mancanza, se li inventano.

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