Cultura e scienze

Cara Brittany Maynard, ripensaci. La sofferenza nobilita!

BRITTANY MAYNARD

Era inevitabile che il video di Brittany Maynard sollevasse reazioni e commenti, lettere e consigli non richiesti. Qualche settimana fa era stata Kara Tippetts, 36 anni e un tumore terminale, a scriverle: «Sto morendo anche io, Brittany, ma la sofferenza non è assenza di bontà e bellezza, anzi forse potrebbe essere il posto in cui la vera bellezza può essere conosciuta. La tua morte sarà bellissima, non sarà facile, ma non sarà priva di bellezza. Anche Gesù è morto di una morte orribile e anticipare la propria morte non è certo nelle intenzioni di Dio».
Dear heart, we simply disagree
Qualche giorno più tardi è la volta di Philip Johnson, 29enne e anche lui affetto da un tumore incurabile.
dear b
Ognuno scrive le lettere che ritiene sensato scrivere e ognuno pensa quello che vuole, ma potremmo provare a non confondere le questioni. Già dal titolo è evidente che sia accaduto (Maynard sceglie di morire=pensa che le vite in condizioni simili non siano meritevoli di essere vissute). Ma, si sa, i titolisti spesso barcollano. In questo caso però il titolo corrisponde perfettamente allo confusione della missiva: «Suffering is not worthless, and our lives are not our own to take», si legge più o meno a metà. E ancora: «Sadly, the concept of “redemptive suffering” – that human suffering united to the suffering of Jesus on the Cross for our salvation can benefit others – has often been ignored or lost in modern times».
dear b2
Che la sofferenza non sia inutile o senza senso non può diventare una legge universale. Se tu vuoi soffrire, soffri. Se tu pensi che ti serva per salvarti, elevarti, purificarti, fai pure. Se sei convinto che sia l’unico mezzo per la redenzione (da cosa, poi) nessuno ti impedirà di redimerti e di unirti alla sofferenza di Gesù (non è molto chiaro dove tracciare il confine del lenimento legittimo però).
Se proprio non puoi fare a meno di elargire prediche a chi non te le ha chieste, pazienza. Nel frattempo vado a rileggermi quello che ha scritto Aleksandar Hemon sulla sofferenza e sulla sua utilità.
Aleksandar Hemon
(Ovvero: «Una delle più spregevoli falsità religiose è che la sofferenza nobiliti – che si tratti di un passo nel percorso verso un qualche tipo di illuminazione o salvezza. La sofferenza e la morte di Isabel non sono servite a nulla, né a lei, né a noi, né tantomeno al mondo. Non abbiamo imparato nes- suna lezione che valesse la pena imparare, non abbiamo acquisito alcuna esperienza che fosse utile per qualcuno. E Isabel non ha di certo guadagnato l’accesso a un luogo migliore di questo, dato che non c’è nessun posto migliore per lei che non sia la sua casa insieme alla sua famiglia. Senza Isabel, io e Teri siamo rimasti con oceani d’amore che non possiamo più dispensare; ci siamo ritrovati con una quantità enorme di tempo a disposizione che dedica- vamo a lei; siamo ora costretti a vivere in un vuoto che po- teva essere riempito solo da lei. La sua indelebile assenza è ora un organo dei nostri corpi, la cui sola funzione è una continua produzione di tristezza», Aleksandar Hemon, The Aquarium, The New Yorker, 13 giugno 2011).