Cultura e scienze

Campi Flegrei: moriremo tutti?

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Due giorni fa su Nature è stato pubblicato uno studio sull’area vulcanica dei Campi Flegrei. Lo studio, dal titolo “Progressive approach to eruption at Campi Flegrei caldera in southern Italy” è stato condotto da Christopher R.J. Kilburn, Giuseppe De Natale e Stefano Carlino dell’INGV. Nello studio si pone l’attenzione sulla lunga fase di agitazione del territorio del supervulcano.

Il supervulcano dei Campi Flegrei

Come già nello studio pubblicato su Nature nel 2012 il paper pone l’attenzione sulle modificazioni della caldera. I Campi Flegrei sono il secondo supervulcano al mondo dopo Yellowstone ma gli italiani e i cittadini di Pozzuoli sembrano averlo dimenticato. Secondo gli studiosi però attualmente l’area della caldera starebbe attraversando una fase di irrequietezza simile a quella che portò all’eruzione del 1538 dalla quale nacque il Monte Nuovo emerso sulle sponde del lago Lucrino.

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Credits: Credit:NASA Earth Observatory image by Jesse Allen and Robert Simmon, using EO-1 ALI data from the NASA EO-1 team. Caption by Erik Klemetti, Eruptions Blog/Denison University.

Il problema principale di queste enormi caldere (nei Campi Flegrei ci sono 29 crateri vulcanici) è che raramente l’attività magmatica sottostante si traduce in eruzioni ed esplosioni. Per questo motivo la popolazione tende a pensare che non ci siano rischi. L’attività della caldera infatti si manifesta attraverso il progressivo innalzamento e abbassamento del suolo. Per secoli il suolo dell’area flegrea si è abbassato lentamente. Dal 1950 invece il terreno è tornato a sollevarsi. Nel porto di Pozzuoli il suolo si è alzato di oltre quattro metri. Ma la caldera è in grado di produrre anche eruzioni devastanti. Nei Campi Flegrei se ne sono verificate due particolarmente violente che hanno contribuito a definire l’aspetto dell’area. La prima 40 mila anni fa produsse l’Ignimbrite Campana, la seconda 15 mila anni fa è l’eruzione del Tufo giallo napoletano.

Ci sono ancora molti dati da raccogliere

Tutti questi fenomeni sono noti, tant’è che dal 2012 il Dipartimento della Protezione Civile ha innalzato da “verde” a “giallo” il livello di allerta. Il nuovo studio non ha cambiato il livello d’allerta. Il modello elaborato dai ricercatori inoltre non consente di prevedere quando si giungerà al culmine dell’attività che è stata registrata. Né ci dice che tipo di evento vulcanico potrebbe avere luogo. I ricercatori prevedono che il suolo continuerà ad alzarsi fino ai livelli di picco registrati nel 1984. Questo fenomeno di sollevamento dovrebbe essere accompagnato da scosse di terremoto, come già registrato durante l’ultima crisi di bradisismo tra il 1982 e il 1985.

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L’area della caldera dei Campi Flegrei con i vari crateri Credits: Nature

Il sollevamento potrebbe essere dovuto – spiegano i ricercatori – o dalla pressione esercitata da fluidi sotterranei o dalla presenza di magma che si sta accumulando nelle profondità della crosta. Nel secondo caso un ulteriore innalzamento però potrebbe far raggiungere condizioni critiche causando la fuoriuscita del magma. Secondo il modello elaborato una eventuale eruzione potrebbe essere più simile a quella del 1538. L’attuale stato di agitazione sembrerebbe indicare una riattivazione del sistema magmatico. Tutto però dipende dall’energia accumulata.

Cosa sta per succedere alla caldera dei Campi Flegrei?

Va tenuto presente che si tratta di un modello matematico e che sono ancora diversi studi da effettuare per poter avere la certezza della natura del fenomeno bradisismico. Ad esempio sarà necessaria una perforazione profonda (oltre i 4 km) per scandagliare la camera magmatica. Ma al di là del monitoraggio la popolazione dei Campli Flegrei deve prendere atto che il territorio dove vive è a rischio eruzione. Il vantaggio, come spiegava ieri Mario Tozzi sulla Stampa, è che le eruzioni vulcaniche sono “più prevedibili” dei terremoti.

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La struttura dei Campi Flegrei. Credits: Nature

Ma la popolazione si deve preoccupare? Di un’eventuale imminente eruzione no. Il livello di allerta è lo stesso da cinque anni e questo significa che non ci sono nuovi segnali che destano maggiore preoccupazione. Lo specifica anche l’INGV in un comunicato stampa dove si spiega che l’obiettivo del nuovo modello concettuale è quello di “prevedere le eruzioni dei vulcani da lungo tempo quiescenti”.  Giuseppe De Natale spiega che il modello elaborato permette di quantificare “l’entità del sollevamento oltre il quale il sistema potrebbe entrare in regime ‘fragile’, con alta probabilità di eruzione”. L’attuale ricerca però non dice quanto lo stato attuale sia vicino al punto critico. Lo studio ha una valenza essenzialmente scientifico, privo di implicazioni in merito agli aspetti di protezione civile.
 
Foto copertina via NASA.gov