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Bruno Cacace e Danilo Calonego: i due italiani rapiti in Libia

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Bruno Cacace, 56 anni, di Cuneo e Danilo Calonego, 66 anni, di Belluno, sono i due italiani rapiti in Libia. Il rapimento è stato effettuato tra le 07.00 e le 08.00 di oggi a Ghat, nel sud della Libia al confine con l’Algeria da sconosciuti armati e mascherati: insieme a loro è stato sequestrato un cittadino canadese. Tutti e tre lavorano per la Con.I.Cos, società di Mondovì (Cuneo) che si sta occupando della manutenzione dell’aeroporto di Ghat, città sotto il controllo del governo di unità nazionale di Tripoli, internazionalmente riconosciuto. Il sindaco di Ghat, Komani Mohamed Saleh, ha detto al sito arabo Tuniscope che “Sconosciuti hanno sequestrato all’alba un canadese e due italiani” e che “si sta lavorando per conoscere il gruppo dei rapitori e il luogo dove sono stati portati i tre”.

Bruno Cacace e Danilo Calonego: i due italiani rapiti in Libia

Il sito arabo 218.tv.net ha raccontato che “uomini mascherati che si trovavano a bordo di una vettura 4×4, hanno fermato vicino alla cava di El-Gnoun un’auto dove si trovavano degli stranieri che stavano viaggiando verso il loro posto di lavoro vicino all’aeroporto di Ghat, prima di sequestrarli”. Nessun riferimento al movente né alla possibile affiliazione dei rapitori, anche se in Libia sono comuni i sequestri a scopo di estorsione. La Con.I.Cos (Contratti Italiani Costruzioni) opera da decenni in Libia con numerose commesse di ingegneria civile e ha la sua sede centrale a Tripoli, ma anche uffici a Derna, Bengasi e, appunto, Ghat. Sarà la procura di Roma ad indagare sul rapimento.

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La Libia di oggi (La Repubblica, 20 settembre 2016)

Sono 300 gli italiani impegnati in Libia nella missione che ha l’obiettivo di realizzare un ospedale con 50 posti letto nella zona di Misurata.  Sono così divisi: 65 tra medici e infermieri militari; 135 per gli aspetti logistici; 100 per garantire la sicurezza, tutti paracadutisti della Folgore. Nella zona di Ghat, dove sono stati rapiti i dipendenti della società «Con. I.Cos.» non risulta la presenza di fondamentalisti né tantomeno di gruppi collegati all’Isis. E quindi, racconta Fiorenza Sarzanini sul Corriere, ci sono due piste da seguire:

La prima pista esplorata per tentare di arrivare ai carcerieri è quella delle tribù locali. Una banda di predoni che potrebbero essere stati attratti dalla possibilità di ottenere velocemente un riscatto. Ecco perché — se questa si rivelerà la giusta matrice — si deve evitare che i due nostri connazionali diventino merce di scambio con i terroristi, anche tenendo conto che l’area è molto vicina al confine algerino, ma anche a quello del Mali e del Niger, e le interferenze di gruppi più strutturati sono sempre possibili. Comprese quelle che portano alla famigerata organizzazione di Boko Haram. Ma soprattutto ricordando che la Libia è ancora un Paese nel caos dove il governo guidato da Fayez Serraj ha molti oppositori interni e detrattori esterni. E dunque l’Italia potrebbe essere diventata bersaglio proprio per l’appoggio fornito. È la seconda pista, quella «politica», ritenuta naturalmente più insidiosa. Perché potrebbe far ipotizzare appunto una «convergenza» con un gruppo fondamentalista, se non addirittura un patto già siglato che ha preso di mira i due italiani proprio per lanciare un messaggio a tutti gli occidentali presenti nel Paese e ritenuti «invasori».

Danilo Calonego, 68 anni, nato nel bellunese, a Sedico, ma residente – secondo il suo profilo Facebook – da qualche anno a Marrakech, in uno dei suoi rientri in Italia, aveva raccontato la sua storia di immigrato in terra libica, dal 7 febbraio 1979, in un’intervista al “Corriere delle Alpi”. In quell’occasione, sul finire dell’estate di due anni fa, aveva parlato di una viaggio avventuroso nel deserto per raggiungere l’Algeria dopo la guerra e la caduta di Gheddafi assieme a un compagno di lavoro – “85 chilometri nel deserto libico e poi siamo entrati nella terra di nessuno” – con il rischio di trovare “predoni e terroristi”. “Ben che ti vada – aveva detto, manifestando la volontà di raccontare le sue storie in un libro visto che aveva annotato tutti i suoi anni lontano dall’Italia in una montagna di agende – ti rubano tutto e ti picchiano. Anche il nostro autista, un tuareg, aveva paura”. Quei 15 chilometri nella “terra di nessuno” gli erano sembrati un’eternità. Poi l’arrivo alla frontiere algerina, gli aiuti ricevuti, il riuscire a raggiungere l’aeroporto di Janet per prendere un volo per Algeri. Da li, in aereo fino a Roma, poi Venezia, poi le sue Dolomiti. Aveva raccontato che quando aveva visto le montagne, anche se era sera “e c’era poca luce”, “mi è sembrato di essere stato in un altro mondo per anni e anni”. E la Libia? prima della morte di Gheddafi, secondo Calonego gli emigrati erano rispettati, bisognava però seguire le loro usanze . E dopo? il meccanico bellunese aveva parlato di disastro, ma poi in Libia c’era tornato per lavorare ancora; stavolta per una ditta piemontese.

La Con.I.Cos e l’aeroporto di Ghat

“Non abbiamo ancora ricevuto nessuna notizia ufficiale, in famiglia c’e’ stretto riserbo e per adesso e’ giusto attendere e rispettare il loro silenzio”, ha detto il sindaco di Borgo San Dalmazzo, Gian Paolo Beretta, in merito al rapimento in Libia del concittadino Bruno Cacace, dipendente della ditta di costruzioni Con.I.Cos, con sedi a Mondovì e Tripoli, rapito con Danilo Calonego. “Lui e’ una grande persona – ha aggiunto il primo cittadino – la sua famiglia è molto conosciuta a Borgo, speriamo tutti che non sia nulla di grave”. Giorgio Vinai, titolare della Con.i.cos, commentando il «consiglio» del premier di non rischiare dopo la morte dei due tecnici della Bonatti, disse alla Stampa: «L’Italia lascia sole le piccole e medie imprese rivolgendo tutti gli sforzi a tutela degli interessi dei colossi». Spiega oggi Repubblica:

Sarebbe troppo facile dare la colpa agli imprenditori che rischiano, è il loro mestiere; ma quando arriva il conto, e sono gli operai a pagarlo rischiando la vita, sulle scrivanie delle nostre istituzioni si battono i pugni con rabbia. Sono state prese tutte le precauzioni possibili per evitare un pericolo prevedibile? Perché c’è un capitolo spinoso sul quale la diplomazia italiana vorrebbe concentrarsi, in Libia. La missione navale europea Eunavfor Med aspetta ancora l’invito del governo di Tripoli, e si limita a far rispettare l’embargo sulle armi restando fuori dalla acque territoriali. Sul terreno abbiamo la missione Ippocrate a Misurata: sei medici e altrettanti infermieri nell’ospedale, protetti dai parà. Intanto si lavora di fioretto per districarsi senza inimicare, e invece ecco un bel guaio su cui concentrare la diplomazia: salvare la vita a due operai italiani, anziani ed esperti, lasciati troppo soli su un campo così infido.