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“Bisogna fare attenzione, non è ancora finita”

L’avvertimento di Giorgio Palù, presidente dell’Agenzia italiana del farmaco Aifa e membro del CTS, dopo il decreto che inizia a mettere fine al coprifuoco e di fatto riapre l’Italia

giorgio palù andrea crisanti

L’avvertimento di Giorgio Palù, presidente dell’Agenzia italiana del farmaco Aifa e membro del CTS, dopo il decreto che inizia a mettere fine al coprifuoco e di fatto riapre l’Italia.

“Bisogna fare attenzione, non è ancora finita”

“Sarà necessario continuare a sorvegliare con grande attenzione le attività che più espongono al rischio”. Giorgio Palù, presidente dell’Agenzia italiana del farmaco Aifa, componente del Comitato tecnico scientifico per l’emergenza Covid, avverte che “non è finita”, anche se sì, “abbiamo cominciato a sconfiggere questo coronavirus”. In un’intervista a ‘Il Fatto Quotidiano’, l’esperto invita alla cautela. Soprattutto nei luoghi chiusi.

Le riaperture annunciate dal Governo sono premature? “Non lo sono se si procede con prudenza, gradualità e continuando la sorveglianza – risponde – Penso a tamponi e controlli, non estensivi, certo, ma random. Quindi garantire salute e sopravvivenza economica, tenendo in considerazione le attività che più espongono al rischio”. In primis “i grandi assembramenti al chiuso. Penso a eventi di spettacolo, alle discoteche, alla ristorazione. Si potrà riaprire anche nei locali al chiuso – precisa Palù – ma stabilendo un numero massimo di persone, evitando il ricircolo dell’aria e praticando un controllo attraverso le green card: clienti già guariti dal Covid, vaccinati o con tampone negativo nelle 48 ore precedenti. La velocità con cui procede la copertura vaccinale”, con la “popolazione vaccinata ormai al 30% con la prima dose, ci fa ben sperare”, rassicura comunque il presidente Aifa.

Ma i vaccini proteggono già dopo una dose? “Sì – risponde – l’impatto della vaccinazione comincia ad essere importante anche dopo una dose singola; una serie di studi stabiliscono che l’evento malattia grave viene scongiurato. E ora, alla nostra latitudine, da maggio a settembre abbiamo una radiazione ultravioletta se non perpendicolare, quasi”. Significa che “mancano le caratteristiche indispensabili a un virus respiratorio per diffondersi: umidità, temperatura bassa, scarsa circolazione dell’aria. Un anno fa successe la stessa cosa”. Quindi a ottobre ci ritroveremo come lo scorso autunno? “Non siamo in grado di predire come evolverà questa pandemia – spiega il virologo – perché Sars-CoV-2 è un coronavirus nuovo”.

“Rispetto alle pandemie del passato – riflette Palù – il pianeta è molto cambiato, siamo più che raddoppiati negli ultimi 50 anni come popolazione sulla Terra. Sars-CoV-2 è arrivato anche in Antartide e si è diffuso in modo asincrono sul pianeta. Quel che da noi è un fenomeno in fase ora declinante, in altri Paesi può essere in fase incrementale. Non si può pensare all’immunità di gregge se non in termini globali”, avverte l’esperto. “Ma i vaccini sono stati un vero successo non solo per scongiurare la malattia – puntualizza – ma anche per proteggerci dall’infezione virale e limitarne l’evoluzione genetica: le varianti”.

Guardando al futuro, secondo il virologo “l’evento più probabile è che Sars-CoV-2 diventi endogeno, adattandosi alla nostra specie. Ricordiamo che la letalità di questo coronavirus è dello 0,2-0,4%, ben inferiore a quella di altri virus quali Ebola, Nipah, Hendra, Mers. E’ possibile che Sars-CoV-2, come il virus dell’influenza, tenderà a convivere con l’uomo. Dovremo prevenire l’insorgere di nuove pandemie causate da virus che possono fare il salto di specie, studiando la virosfera all’interfaccia uomo-animale-ambiente. Nuovi patogeni si manifesteranno – avverte – finché continueremo a violare la natura e intere nicchie biologiche dove vivono animali selvaggi e virus finora sconosciuti”.

Contro Covid-19 ci dovremo dunque vaccinare ogni anno? Per Palù “è probabile. Entro 2 anni avremo un armamentario molto potente per combattere Sars-CoV-2, oltre ai vaccini e agli anticorpi monoclonali anche degli antivirali ora in trial clinici”. Però, raccomanda, “bisognerà rafforzare la sanità pubblica e la medicina di base sul territorio con una riforma apposita, per fare in modo che in ospedale per questo tipo di virus non si debba più arrivare”.