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Bebe Vio sbaglia a ridere della sua disabilità?

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Beatrice Vio, oltre a vincere medaglie d’oro alle Olimpiadi e ai Campionati del Mondo nella scherma sta facendo una cosa che forse è ancora più importante: ci sta insegnando che esiste anche un altro modo per parlare della disabilità e per rivolgersi alle persone disabili. Non è un modo “più giusto” o “più corretto” è semplicemente un altro tipo di approccio alla condizione nella quale alcune persone disabili vivono.

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La foto con cui Bebe Vio ha rotto l’Internet a inizio novembre

L’autoironia di Bebe Vio 

Ieri Sabrina Nobile delle Iene ha intervistato Bebe Vio a proposito del suo particolare modo di ridere della sua “mancanza di pezzi” rispetto ad una persona considerata normale. Una mancanza che la Vio fatica a considerare un handicap, e c’è da capirla visto che ha raggiunto traguardi che una persona “normale” non raggiungerebbe. Ma questo è dovuto al fatto che la Vio non è una disabile normale: è un’atleta, e non semplicemente al fatto che le manchino “quattro pezzi”. Non per tutti essere portatori di un handicap è una sfida che spinge i diversamente abili a cercare di superare i limiti della propria condizione umana così come altri esseri umani si spingono ad andare (nel mondo dello sport, del lavoro, della cultura o in uno qualsiasi dei campi dell’esperienza umana) dove nessun uomo era mai stato prima. Così come le persone non sono tutte uguali anche le disabilità non sono tutte come quella di Bebe e va da sé che ciascuno si trovi ad affrontarle nel modo che ritiene più adatto. Tra le armi che Beatrice Vio ha utilizzato c’è anche quella dell’autoironia, del sapersi prendere per il culo e di scherzare proprio su quello che per molti normali fino a quel momento è stato un tabù: il fatto di essere senza braccia dal gomito in giù e senza gambe dal ginocchio in giù. Bebe lo ha fatto con quella famosa foto accompagnata dalla didascalia “Mamma mi ha sempre detto che sarei potuta diventare qualsiasi cosa nella vita… quindi ho deciso di essere un selfie stick” e lo ha fatto anche quando ha parlato di “gambe con il tacco” in occasione della famosa cena alla Casa Bianca con Obama. Contrariamente a quanto ci potremmo aspettare la Vio non lotta disperatamente per apparire “normale”, lotta invece – questo sì come anche i normali – per essere sé stessa, o meglio per trovare un modo di esserlo a modo suo (proprio come tutti i ragazzi della sua età). Una ricerca che passa anche per foto come questa scattata per Games Anatomy.

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Credits: Games Anatomy

Per Beatrice Vio è normale ridere della propria disabilità (a dire il vero lei nemmeno la considera una disabilità vera e propria). Quindi per Bebe Vio non c’è nulla di male nel ridere della disabilità perché così si abbandona quell’atteggiamento compassionevole e quel falso pietismo che danno fastidio anche ad altri portatori di handicap. Non è questione di essere politically correct, è questione di guardare ad un portatore di handicap vedendo la persona, con le sue potenzialità e i suoi difetti, e non – ad esempio – una sedia a rotelle parlante. Bebe Vio non è la prima persona a cercare di cambiare questo modo di vedere le cose, ad esempio Max Ulivieri che qualche tempo fa aveva criticato il modo di vedere i disabili come degli “esserini pucciosi” e anche da Umberto Guidoni, uno studente disabile che aveva spiegato proprio a Nextquotidiano che c’è troppa paura di offendere i disabili. Il che non significa che vadano offesi gratuitamente ma che possano essere oggetto, così come le persone normali, dello stesso genere di scherzi e di battute. Fermo restando però che così come le persone “normali” si offendono (e a volte querelano) quando ritengono che lo scherzo stia urtando la loro sensibilità che anche i diversamente abili hanno tutto il diritto di fare altrettanto: ovvero sentirsi offesi e non gradire la battuta del momento. C’è poi un altro discorso relativo al fatto che non esiste (né mai esisterà) un rappresentante dei disabili che ci possa autorizzare a scherzare su tutti garantendoci che nessuno si sentirà offeso. Ed è per questo che gli autori satirici intervistati dalle Iene hanno così tante opinioni diverse circa la liceità di fare battute su e senza dubbio ci sono cose sulle quali anche Bebe Vio potrebbe sentirsi offesa. Oppure potrebbe accettare certe battute dai suoi amici ma non da uno sconosciuto che non la conosce (così come il mio compagno di corso africano non aveva alcun problema a farsi chiamare negro da noi ma non da quelli che al bar ridevano di lui chiamandolo negro, né del resto io ho chiamato negro nessun altro a parte lui).
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Stephen Hawking ama spesso scherzare sul suo status di celebrità e sulla sua disabilità

Bebe Vio ha una disabilità, non è “la disabilità”

Il punto è che è necessaria un’incredibile forza d’animo e consapevolezza della propria condizione per poter scherzare su sé stessi. Ci sono molte persone normali che non riescono a farlo e – per loro fortuna – non hanno limiti o impedimenti evidenti. L’autoironia non è solo una bella cosa, è anche qualcosa che si fa quando ce la si può permettere, anche in base alla propria situazione. È quindi assolutamente comprensibile che ci siano persone che sul fatto dello scherzare sulla disabilità abbiano un’opinione diametralmente opposta a quella di Bebe Vio. Questo non significa che siano opinioni sbagliate, perché su questa cosa (così come su molte altre cose della vita) si possono avere opinioni differenti. È stato per una volta rinfrancante leggere i commenti sulla pagina delle Iene: tra le tante persone normali che ammiravano la forza di Bebe Vio ci sono stati anche alcuni portatori d’handicap che hanno espresso il loro apprezzamento.
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ma anche altri che hanno espresso il loro dissenso facendo notare – anche se con un certo eccesso di benaltrismo – che i disabili in Italia hanno pochi diritti e devono affrontare moltissimi problemi, l’ultimo dei quali probabilmente è il dire se si può o non si può scherzare sulla disabilità.
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C’è stato anche un genitore che ha detto che sulla disabilità non si scherza, ricordando come ci siano forme di disabilità (come ad esempio quella della figlia) sulla quale non è possibile scherzare ed è davvero giusto così (proprio allo stesso modo in cui Bebe Vio ha ragione a ridere di sé). Pretendere però che un disabile non possa fare autoironia sulla sua situazione è una cosa leggermente diversa.
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Altri hanno criticato, come è già successo in passato, la posizione della Vio, spiegando che in fondo lei è fortunata. Incredibilmente questa volta non si è arrivati agli insulti (nessuno ha definito la Vio “fatina della disabilità”) e le critiche, che colgono la possibilità di criticare le opinioni di Bebe Vio come quelle di qualsiasi altra persona, sono più che legittime perché colgono uno degli aspetti fondamentali della vicenda.
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Bebe Vio, al contrario forse dei meme su Bocelli (a proposito del quale non sappiamo se li gradisca o meno), ci ha invitati a ridere con lei della sua disabilità. Non ha detto “ridete pure di tutti i disabili dicendo che vi mando io”. Si apre quindi un’altra questione: per ridere di qualcuno serve il suo permesso? Io credo di no, ma questa (come quella di Beatrice Vio) è un’opinione personale e ciascuno è libero di pensarla come meglio crede. Chi ride di Bocelli (o di Pistorius tanto per citare un’altra persona diventata meme) però non deve pensare di aver conquistato il diritto ad offendere, semplicemente sta esercitando la possibilità (che è appunto data dal fatto di poterlo fare, a differenza di altri) di essere crudele, e anche questo è umano, troppo umano. Al di fuori del cosiddetto black humour fatto da legioni di copia incollatori seriali per ridere della disabilità ci vuole una leggerezza che il 99% degli autori di meme – purtroppo – non ha.
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